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Matthew Futterman, firma del tennis per The Athletic e del New York Times, si chiede come i campioni del tennis imparino a proteggere la mente nel libro “The Cruelest Game: Chasing Greatness in Professional Tennis”, appena uscito negli Stati Uniti. Significativi i capitoli dedicati a Sinner e Djokovic
di Claudia Fusani | 08 agosto 2026
La pioggia cade su Flushing Meadows come se non piovesse da settimane. E’ il 23 settembre del 2023, Novak Djokovic ha appena vinto il suo 24esimo titolo dello Slam. Cinquanta persone si riparano sotto un tendone nel giardino dei giocatori accanto all’Arthur Ashe Stadium. Un bambino di 8 anni no: si chiama Stefan, strappa suo padre alla calca, lo trascina sotto il diluvio e comincia a saltare, e il padre salta con lui, e i due ridono fradici, occhi negli occhi.
Father and son.
— Clay (@_claymagazine) September 11, 2023
Novak and Stefan.
Djokovic and Djokovic.
The champion and his heir celebrating the #USOpen title and the 24th milestone in the New York Rain.
Video: @_claymagazine pic.twitter.com/JfAbfCi3up
Questo, scrive Matthew Futterman, è ciò che si prova a vincere più di chiunque altro nella storia del tennis maschile: una danza sotto l’acqua con proprio figlio. La scena viene da “The Cruelest Game: Chasing Greatness in Professional Tennis”, il libro che Futterman, firma del tennis per The Athletic e del New York Times, ha pubblicato il 4 agosto negli Stati Uniti per Doubleday, 352 pagine e 3 anni di lavoro.
La domanda di partenza è semplice e vertiginosa: perché il tennis fa impazzire proprio i suoi giocatori più forti, e come imparano, stagione dopo stagione, a proteggere la mente così come proteggono il servizio? La risposta sta in una serie di codici, chiavi mentali che i campioni accumulano per sopravvivere a uno sport che ti lascia solo in campo, senza compagni né possibilità di pareggio.
Coco Gauff che trova la gioia nella follia di una semifinale interrotta dagli attivisti climatici. Naomi Osaka che al rientro dalla maternità si affida a un’ex ballerina per reimparare a muoversi. Roger Federer che a bordo campo della Laver Cup spiega che il punto più importante è il 15-15, proprio quello che tutti considerano irrilevante. Federer che incarna l’unico codice mai decifrato da nessuno: il modo giusto di andarsene.
E poi c’è Djokovic, naturalmente, che a cena nello stesso giardino dello US Open, davanti a salmone, patate dolci e penne senza glutine da finire tassativamente entro le sette di sera, racconta a Futterman le montagne russe della sua testa: “Passi dal livello più alto di fiducia in te stesso al livello più alto di dubbio”, dice, e spiega come nella finale di Cincinnati contro Carlos Alcaraz, in crisi fisica, si fosse aggrappato al sole che calava, all’ombra in arrivo sul campo, a un motivo per resistere. Il suo metodo è lasciar scorrere i pensieri, restare nel momento, perché il tennis “è una combinazione di sprint, maratona e ginnastica allo stesso tempo” e l’energia mentale va amministrata come quella delle gambe.
Ma il capitolo che i lettori italiani cercheranno per primo si intitola, con gioco di parole inevitabile, “The Sinner”. Comincia nell’estate del 2023, un anno prima che qualcuno accostasse le parole “Jannik Sinner” e “clostebol”.
Sinner ha appena compiuto 22 anni, porta un cespuglio di ricci rossi che un giorno rimpiangerà guardando le vecchie foto e un paio di occhiali neri alla Buddy Holly che non vedranno mai un campo da tennis. È in una casa di Bridgehampton, negli Hamptons, dove si prepara allo US Open dopo l’eliminazione precoce a Cincinnati. “Bella casa, eh?”, gli dice Futterman. “Qui sono tutte belle, le case”, risponde lui, ancora un po’ sorpreso che la vita gli permetta di abitarle. È il figlio di un cuoco e di una cameriera, per sempre, e non lo dimentica: nel congelatore tiene i barattoli dei sughi preparati dal padre, pronti da scaldare con una pasta fresca.
Per battere i grandi come Djokovic o Nadal devi mettere il cervello dentro il tennis
Simone Vagnozzi a Jannik Sinner
Non è ancora nella top 5, è appena rientrato nella top 10, e nessuno lo considera un candidato al titolo. Alcaraz, di 2 anni più giovane, è già campione di Wimbledon, già “predestinato”, il massimo complimento che l’Italia riservi a uno sportivo. La cosa non brucia a Sinner come ci si aspetterebbe: lo spinge, ma senza rabbia.
Perché Sinner, spiega Futterman, è italiano in un modo che non corrisponde all’idea che il mondo ha degli italiani. Viene da Sesto, paese di montagna vicino al confine austriaco, da una cultura più teutonica che mediterranea. “Prendono tutto molto sul serio, non sorridono troppo”, racconta all’autore Simone Vagnozzi, il suo allenatore dal marzo 2022, marchigiano di Castorano, ancora un po’ spaesato davanti alla gente delle Dolomiti orientali: “Quando abbiamo iniziato, non sorrideva”.

Sinner, l'incontro con la storia - Le immagini
Quella serietà innata, la calma studiata che c’è dall’inizio, è per Futterman il superpotere di Sinner, lo stesso di tutti i grandi: la capacità di trovare il silenzio quando intorno c’è rumore, di ridurre tutto alla cosa più piccola che si possa controllare, il respiro.
Non è sempre stato così. A 16 anni, racconta Sinner, le sconfitte si accumulavano e la frustrazione esplodeva in parolacce e racchette spaccate. Sapeva quanto i genitori investivano nel suo tennis, il padre tutto il giorno in una cucina rovente, la madre a portare i piatti in sala, e sognava la top 100 solo per mantenersi da solo e smettere di pesare sulla famiglia. Tutto è cambiato a 18 anni, con le Next Gen Finals del 2019 e l’ingresso tra i primi 100: da allora i soldi non sono più stati un problema, e oggi, tra oltre 50 milioni di dollari di montepremi e contratti pubblicitari da centinaia di milioni, non lo saranno mai più.

Jannik Sinner story, tutti i titoli vinti e le finali giocate
Il libro ricostruisce anche la decisione che fece alzare più di un sopracciglio: il licenziamento di Riccardo Piatti all’inizio del 2022, dopo l’eliminazione agli Australian Open.
Chi era Jannik Sinner per liquidare il tecnico che lo aveva cresciuto dai 14 anni? Era, scrive Futterman, un ragazzo con una comprensione precoce dei codici: il passato è passato, conta solo ciò che viene dopo. Arrivò Vagnozzi, ex numero 161 del mondo, un metro e settanta scarso, uno che in campo aveva dovuto pensare per sopravvivere.
“Jannik era già un giocatore incredibile”, racconta, “ma gli dissi: se il sogno è diventare numero 1 e vincere gli slam, devi battere gente come Novak e Rafa, e quando l’ho conosciuto era 0-4 contro di loro. Contro quei giocatori devi mettere il cervello dentro il tennis”.
Sinner, che d’istinto colpiva tutto a tutta forza, accettò di rallentare, di studiare gli avversari, di fare un passo indietro per farne due avanti, anche mentre il ranking scivolava al numero 17 e il mondo si chiedeva se avesse sbagliato tutto. Nell’estate del 2023, con Darren Cahill ormai a bordo come super-coach, il suo obiettivo dichiarato non era vincere uno Slam ma qualificarsi per le Nitto ATP Finals: "Sono il tipo di giocatore che ha bisogno di un po’ di tempo”, dice a Futterman dietro gli occhiali. Sei settimane dopo, a Pechino, il tempo arriva: batte Alcaraz, poi ribalta con serve and volley e palle corte un Daniil Medvedev che lo aveva sconfitto 6 volte su 6, lo ribatte a Vienna, vince con Djokovic alle Nitto ATP Finals e in Coppa Davis annullando 3 match point, e a gennaio 2024 lo elimina in semifinale a Melbourne, dove il serbo non perdeva da 6 anni, prima di rimontare Medvedev da 2 set sotto in finale. Jannik Sinner, scrive Futterman, era diventato Jannik Sinner.
Poi c’è il capitolo dentro il capitolo.
Pochi giorni prima dello US Open 2024 l’addetta stampa di Sinner anticipa a Futterman il comunicato sulle 2 positività al clostebol di Indian Wells, marzo 2024: 76 e poi 86 picogrammi per millilitro, un picogrammo è un trilionesimo di grammo. La ricostruzione è nota: lo spray cicatrizzante Trofodermin comprato dal preparatore Umberto Ferrara, il taglio del fisioterapista Giacomo Naldi, i massaggi, l’assoluzione per assenza di colpa o negligenza.
Futterman fa quello che fa un cronista: chiama Travis Tygart, il capo dell’antidoping americano, l’uomo che fece radiare Lance Armstrong, il più intransigente di tutti. E Tygart gli dice che quelle quantità sono compatibili con un’esposizione involontaria, che il clostebol è una sostanza rozza e facilissima da rilevare, che un atleta con quei contratti dovrebbe aver fallito un test di intelligenza prima che uno antidoping: se credi nella scienza, quei test non fanno di Sinner un dopato.
Il libro non nasconde però l’altra faccia: la rapidità con cui le sospensioni provvisorie furono revocate, la rabbia dello spogliatoio, la sensazione che anche l’antidoping fosse diventato uno sport a due velocità. Attraverso il ricorso della WADA, la sospensione forzata di tre mesi accettata a malincuore, il ritorno da semi-reietto, Sinner mantiene quella calma quasi robotica che Futterman fa risalire allo sci, alle discese sul ghiaccio e ai salti di 50 metri della sua adolescenza: “Nel tennis non devi avere paura”, gli dice. “Non può succederti niente di grave. Giocando a tennis non puoi morire”.
Per questo ama i tie-break e i punti sul 40 pari e vantaggio pari, per questo pensa alla frase di Billie Jean King all’ingresso dell’Arthur Ashe, “pressure is a privilege”. Il suo massimo sfogo documentato resta una pallata scagliata in aria, all’altezza del secondo anello, dopo un turno di servizio perso. Ricadde in campo. Come tutto, in questa storia di codici, pazienza e serietà tirolese, esattamente dove doveva.