Lo spagnolo è imbattuto nel 2026 e senza Ferrero al suo fianco ha chiuso il Career Grand Slam riscattando con il titolo in Qatar la sconfitta lì patita un anno fa e con lei i dubbi che ne accompagnavano l'avvio di stagione
di Ronald Giammò | 22 febbraio 2026
E sono dodici. Quante le vittorie consecutive ottenute da Carlos Alcaraz nel 2026. Due tornei, conclusi da imbattuto, che hanno portato lui in dote altrettanti trofei. Il primo, in Australia, per chiudere il Career Grand Slam; il secondo, a Doha ottenuto proprio ieri, coinciso con il 26° della sua carriera utile a chiarire alcune delle incognite che attendevano al varco lo spagnolo in questa nuova stagione.
Non erano incognite da poco. E nulla avevano a che vedere con la rivalità con Jannik Sinner, confronto da cui il murciano era uscito ancor più irrobustito dopo la vittoria in finale agli US Open. C'era dell'altro. Un momento che avrebbe potuto rivelarsi di rottura o di crescita perché era stato lui, Carlos, a deciderlo: il divorzio dal suo storico coach Juan Carlos Ferrero, con cui collaborava da sette anni. Un divorzio che né i comunicati di rito, né il tempo, sono riusciti ad addolcire, e su cui oggi resta ancora il peso di un disaccordo di fondo.
Lo voleva sempre concentrato, Ferrero, sempre connesso con quella che era la traiettoria che lui aveva immaginato, l'unica da trasmettere perché altre non ne possedeva. Alcaraz rivendicava invece il diritto di staccare, rilassarsi, divertirsi. Staccare la spina. E poi tornare a giocare. Felice. E pronto per affrontare le pressioni e le aspettative che ne accompagnano la carriera. Anche in quei tornei dove in passato aveva invece manifestato cali di concentrazione, blackout improvvisi che ne avevano decretato l'uscita di scena anzitempo contro rivali che avrebbe poi dismesso in sede Slam con agio e disinvoltura.

Alcaraz 500: le vittorie
Ed eccoci a Doha. Se a Melbourne infatti la cornice Slam, e con lei l'obiettivo di aggiungere alla sua bacheca l'unico trofeo che ancora gli mancava tra i quattro più prestigiosi del circuito, potevano giustificarne un rendimento pari all'eccitazione che sempre il murciano avverte quando chiamato a performare sui grandi palcoscenici, in Qatar le condizioni erano ben diverse. Un ranking che lo metteva al riparo da eventuali assalti, e per di più strada facendo anche il dissolversi dell'incombenza di un'ennesima finale contro il rivale di sempre.
La sua corsa verso il titolo, lì dove dodici mesi prima era stato eliminato da Lehecka in un apparentemente innocuo quarto finale, anche se attesa è stata in verità tutt'altro che semplice. All'esordio contro Rinderknech è rimasto in campo quasi due ore annullando al francese due set point prima di imporsi un due set; contro Royer le palle break concesse cono state ben cinque di cui quattro annullate; opposto al coriaceo Khachanov ha dovuto recuperare un set prima di uscire tra gli applausi dopo oltre due ore di lotta, e anche in semifinale contro Rublev la fatica si era tradotta in ben tredici palle break concesse ad un rivale che se da un lato continuava a trar fiducia da un'inattesa vulnerabilità del suo rivale alla fine ha dovuto arrendersi all'ostinazione con cui i suoi assalti venivano sistematicamente rispediti al mittente. Quello giocato in finale contro Fils, è stato il match più breve del suo torneo.
Sono più di tre indizi e rappresentano più di una prova. E dicono che "ucciso" il padre, Alcaraz è tutt'altro che smarrito. Anzi. "Sto migliorando, riesco a restar concentrato", ha dichiarato lui stesso nel corso della settimana, consapevole di come fosse quello ancor più dell'esito del torneo il fronte cui era atteso dalla critica e dalla concorrenza. Il risultato ottenuto ha invece spazzato via ogni dubbio sulla bontà della sua scelta, riconsegnando al circuito un numero uno del mondo ancor più inscalfibile, più maturo perché più consapevole delle sue fragilità e oggi più sicuro di aver preso la decisione giusta. Indian Wells e Miami diranno di più su questo cambio di rotta. Alla concorrenza l'onere della risposta.