-
Le storie

Borg, Wilander, Edberg. Soderling: dell'epoca d'oro del tennis svedese restano solo ricordi

Tra gli anni Settanta e Novanta la Svezia è stata fabbrica di numeri 1, oggi invece non può vantare nemmeno un Top 100

di | 10 agosto 2026

20260810_COLLAGE_TENNIS_SVEZIA.jpg

Il destino, si sa, può essere cinico e baro. Quando vuole essere irridente sa persino scegliere con cura le sue scenografie. 18 ottobre 2025, semifinale sul veloce indoor di Stoccolma, Holger Rune si accascia: tendine d’Achille spezzato, stagione finita, classifica in caduta libera, una carriera in forse. Il danese, che è più forte tennista scandinavo del momento (se la sta battendo da un paio d’anni con il norvegese Casper Ruud), s’infortuna nel tempio del tennis svedese.

Questa immagine riassume tutto: la Svezia, che nei tre decenni di fine millennio è stata fabbrica di numeri 1, oggi s’accontenta di prestare i palcoscenici a protagonisti vicini e lontani. Non produce più campioni. Mentre gli altri scandinavi, Danimarca e Norvegia si godono almeno un po’ l’ebbrezza dell’Olimpo del ranking. 

L'infortunio sofferto da Holger Rune a Stoccolma (Getty Images)

L'infortunio sofferto da Holger Rune a Stoccolma (Getty Images)

I numeri della lunga epopea svedese sono impressionanti e i boomers che negli anni Settanta giocavano a tennis, volevano tutti avere capelli lunghi biondi, magari la frangetta e una fascetta sulla fronte per contenerli. Per quei boomers erano Borg, Wilander e Edberg i veri Beatles.

Dal 1974, anno del primo Roland Garros di Björn Borg, al 2010, anno in cui Robin Söderling s’issa al numero 4 del mondo, la Svezia porta 17 giocatori tra i primi 10 del ranking: oltre a Borg, sono Mats Wilander e Stefan Edberg, entrambi numeri 1 come lui, e poi Anders Järryd, Joakim Nyström, Henrik Sundström, Kent Carlsson, Mikael Pernfors, Jonas Svensson, Magnus Gustafsson, Magnus Larsson, Jonas Björkman, Thomas Enqvist, Magnus Norman, Thomas Johansson, Joachim Johansson, Robin Söderling. 

Svezia, non è (più) un Paese per tennisti

Svezia, non è (più) un Paese per tennisti

Un paese di solo 8 milioni di abitanti, inverni lunghissimi, giornate corte, temperature per sei mesi l’anno sotto lo zero (ma ora è cambiato anche là), a metà anni 80 piazza più uomini contemporaneamente si vertici mondiali, vince 7 Coppe Davis tra il 1975 e il 1998, colleziona 25 titoli dello slam in singolare maschile: gli 11 di Borg, i 7 di Wilander, i 6 di Edberg, uno solo di Thomas Johansson. Prima ancora, nell’era dei dilettanti, le classifiche fatte a mano avevano piazzato tra i migliori del mondo Ulf Schmidt e Jan-Erik Lundqvist: il tennis svedese non nasce con Borg, con Borg esplode.

La lunga epopea svedese è raccontata in  un libro prezioso, “Game set match. Borg, Edberg. Wilander e la Svezia del grande tennis” di Matt Holm e Alf Roosvald, Add Editore. Lì si spiega come, a partire dagli anni cinquanta, fu un sistema a creare il fenomeno, il boom svedese non fu fioritura casuale. Non c’è mai nulla di casuale in una storia di successi lunga oltre vent’anni. 

La rete capillare di campi coperti comunali, indispensabile a quelle latitudini, rese il tennis uno sport popolare mentre nel resto d’Europa restava un passatempo di élite. I club costavano poco, la cultura egualitaria e democratica della penisola scandinava fece il resto. Sopra questa base operava una filiera tecnica di rara coerenza: Percy Rosberg, l'uomo che scoprì prima Borg e poi Edberg, Lennart Bergelin, John-Anders Sjögren, allenatori che si passavano, per farli crescere, i campioncini come si tramandano i segreti di una ricetta. La Coppa Davis funzionava da collante generazionale, la nazionale era vissuta come progetto collettivo più che come una vetrina individuale. 

La prova che a generare grandi tennisti  fosse la struttura e non un modello stilistico sta nel paradosso tecnico di quel vivaio: dallo stesso sistema uscirono i regolaristi da fondo con rovescio bimane e top spin esasperato, la linea Borg-Wilander-Carlsson, e il serve and volley più puro che il tennis abbia conosciuto, quello di Edberg. Due scuole opposte, una sola fabbrica.

Il meccanismo si autoalimentava per emulazione. Da ragazzini, Wilander, Järryd e Nyström s’esaltarono nell'onda della Borg-mania, che era globale; Enqvist, Norman e i due Johansson erano i figli della seconda ondata, cresciuti ispirandosi alle imprese di Wilander ed Edberg. Ogni generazione produceva l'idolo della successiva. Poi la catena si spezzò. 

Söderling, l'ultimo anello, è l'uomo che nel 2009 inflisse a Rafael Nadal la prima sconfitta al Roland Garros, ma poi uscí di scena a 26 anni, fermato dalla mononucleosi nel 2011. Non tornò più, e dietro di lui non c’era nessuno.

Il vuoto che segue ha la precisione di una statistica. Mikael Ymer, figlio di immigrati etiopi cresciuto a Skara, tocca il numero 50 nell'aprile 2023: è il primo svedese a rientrare tra i primi 50 ATP dal maggio 2012, 11 anni di assenza. Ma la sua corsa s’interrompe presto per la squalifica per i controlli antidoping mancati. Oggi il numero 1 di Svezia è suo fratello maggiore, Elias, ma sta lassù, oltre la posizione 200 del ranking. Nel circuito s’affaccia talvolta anche Leo Borg, il figlio di Björn, cognome più pesante del braccio, confinato a remare nei Challenger. 

BORG vs McENROE, STORIA DA FILM A "TIE MOVIE"

ECD798D5-C8D7-4A85-9DFB-38BF937DA8F1
Play

Se il paese di Borg, Wilander ed Edberg non ha un giocatore tra i primi 100 del mondo è perché più motivi hanno fatto sinergia negativa. I campi coperti comunali, spina dorsale del vecchio sistema, sono stati in larga parte riconvertiti: la Svezia contende ora alla Spagna il primato europeo del padel, che ha cannibalizzato spazi, istruttori e soprattutto bambini.

Il know-how tecnico non è scomparso, è emigrato: Magnus Norman ha guidato Stanislas Wawrinka a vincere tre titoli dello slam e la sua accademia Good to Great Tennis a Stoccolma forma i talenti stranieri. Enqvist sta allenando Berrettini. Thomas Johansson è nell’angolo di Daniil Medvedev. La Svezia esporta maestri e importa tornei.

Ma c'è anche una ragione più profonda e la illuminano proprio i due altri paesi scandinavi. Il miniboom norvegese e quello danese degli ultimi anni sono conseguenze di imprese familiari.

Casper Ruud, numero 2 del mondo nel settembre 2022, tre finali slam tra Parigi e New York, è figlio ed erede tecnico di Christian Ruud, ex numero 39 ATP, con la rifinitura della Rafa Nadal Academy: un progetto privato in un paese senza tradizione tennistica.

Holger Rune, ex numero 4, è stato “costruito” dalla madre Aneke e dal coach Lars Christensen sulla scia aperta da Caroline Wozniacki, a sua volta figlia d’arte e di famiglia. Il tennis contemporaneo, con i suoi costi e la sua precocità, premia i clan: i Ruud, i Rune, gli Alcaraz di El Palmar, con progetti individuali e famiglie compatte.

Casper Ruud esulta (foto FITP)

Casper Ruud esulta (foto FITP)

È  il terreno per il quale la cultura sportiva svedese, egualitaria e anti-individualista per costituzione, risulta meno attrezzata. Il modello federale-collettivo che tra il 1975 e il 2000 sfornò campioni in serie presupponeva un tennis a basso costo, radicato nei club, sostenuto dalla mano pubblica: quel mondo non esiste più e la Svezia non ha trovato il ricambio culturale prima ancora che tecnico.

I talenti nascono per caso, i sistemi no: vanno costruiti, mantenuti in vita e, se dimenticati o smantellati, ricostruiti. E’ l’unico modo. E’ un concetto che andrebbe scolpito all’ingresso e negli uffici di ogni Federazione sportiva. E mentre Rune insegue il rientro dopo 10 mesi di riabilitazione e Ruud difende il suo posto tra i primi 12 del mondo, a Stoccolma la Kungliga Tennishallen continua a riempirsi ogni ottobre. Dicono che il suo sia il pubblico più competente d'Europa, ma gli tocca continuare ad applaudire gli altri.

Loading...

Altri articoli che potrebbero piacerti