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I fotogrammi dello US Open 2026 concluso con Alexander Zverev che non si accorge di aver vinto dopo il match point della finale
Claudia Fusani | 14 settembre 2026
Non s’era mai visto un giocatore non rendersi conto di aver vinto la gara, il torneo, nello specifico uno Slam e per di più il secondo della tua vita, gli Us Open 2026. Eppure è andata così e la faccia di Sascha Sverev che serve un quasi ace sul 6-3 7-6 5-7 5-2 40-15 ma non si rende conto di aver vinto è forse il magic moment di questa edizione e, diciamolo, di questo sport pazzo, crudele e perciò fantastico. Sasha infatti torna a servire, faccia di pietra, quando il suo angolo - che a Flushing Meadows siede praticamente in campo - gli dice stop, finito, “you won Sasha, it’s over”.
E allora la faccia seria e stanca, tirata e concentrata di questo ragazzo altro 197 cm alza gli occhi verso i 25 mila dell’Arthur Ashe e si scioglie prima in un piccolo sorriso, poi spalanca gli occhi e la bocca in un grido di gioia e finalmente alza le braccia e va verso il cielo a occhi chiusi. Difficile descrivere la gioia ma ce n’era tanta domenica sera, intorno alle 23.30, negli occhi di questo ragazzo che da dieci anni sta nella top ten ma solo quest’anno ha rotto il suo personalissimo soffitto di cristallo vincendo a Parigi il primo titolo slam. A Wimbledon ha giocato la finale contro Sinner.
A New York, assente Sinner ma presente Alcaraz, è tornato di nuovo re. E fanno onore a lui, alla sua famiglia, alla medicina, la dedica di Sascha “alla persona più importante della mia vita, mia madre. Perchè quando a 4 anni il medico diagnosticò il diabete e quindi la quasi impossibilità di diventare atleta agonistico, lei mi guardò e mi disse, mio figlio sarà qualunque cosa voglia essere, anche un tennista se tu lo vorrai”. Sasha gioca iniettandosi insulina ogni volta che i valori del suo corpo lo richiedono. E ieri, ancora più che a Parigi, ha giocato la partita perfetta meritando il numero 2 della classifica ad appena duemila punti da Sinner.
E questi sono i fotogrammi che ci ha regalato la finale contro il beniamino di casa, Ben Shelton. Se proprio volete, applicando un po’ di geopolitica al campo da tennis, potremmo anche dire che un fedelissimo cittadino Maga (Shelton rivendica il suo trumpismo) è stato battuto in casa da un “odiato” perché europeo e perché tedesco concittadino del cancelliere Merz.

Il riscatto di Zverev a New York
Ma ce ne sono molti altri fotogrammi che segnano questa edizione degli Us Open. Almeno sette.
Il primo è il più crudele. Novak Djokovic sta male dal primo game contro Mariano Navone: vomita nell'angolo del campo dentro il box degli asciugamani, inciampa sulla sedia ai cambi, prende pillole portate dal medico, si fa massaggiare la schiena. Eppure non molla: perde il primo set al tie-break, vince il secondo e il terzo trascinandosi per il campo, chiede l'applauso del pubblico con la mano all'orecchio.
Solo nel quinto set, sul 2-1 per l'argentino, si ferma dietro la riga di fondo e piange, sapendo che è finita. Quattro ore e trentasei minuti, 7-6 5-7 4-6 6-2 6-1, la prima sconfitta all'esordio in uno slam dagli Australian Open 2006, la prima in assoluto al primo turno di New York. "Non mi sono divertito, era evidente che in campo stavo malissimo". Il giorno dopo esce dai primi dieci del mondo per la prima volta dal luglio 2018.
Il secondo è il rimpianto italiano. Lorenzo Sonego, all'una di notte, serve sul 5-4 nel quarto set contro Alexander Zverev, avanti due set a uno, e arriva a due punti dal buttare fuori al primo turno la testa di serie numero uno. Non era mai successo nell'era Open allo UsOpen, e in uno slam non accadeva da Lleyton Hewitt a Wimbledon 2003. Zverev si salva, vince 6-4 3-6 6-7 7-5 6-4 all'1.55 dopo quattro ore e cinquantatré minuti, il primo turno più lungo della sua carriera. Tredici giorni dopo quello stesso Zverev gioca la finale: il torinese ha avuto sulla racchetta il torneo intero, davanti a un Arthur Ashe ormai ridotto a poche centinaia di irriducibili.
Il terzo fotogramma è la polemica. Zverev nei primi turni viene sempre programmato in sessione serale sul Centrale: i suoi primi due match finiscono all'1.55 e alle 2.15, ed è il primo numero uno del seeding nell'era Open a cominciare uno slam con due partite di cinque set consecutive, tre dei suoi cinque incontri si chiudono dopo l'una. “Sono andato a letto anche alle 6.45, mi sento come se giocassi gli Australian Open a New York” protesta.
Si irrita ancora - giustamente - quando gli tocca il quarto di finale in notturna mentre i suoi possibili avversari in semifinale hanno giocato un giorno prima: “Mai vista una cosa del genere”. La semifinale contro Karen Khachanov è la sua prima partita diurna del torneo. Il record di tre match oltre le 2 di notte nei primi sei giorni del torneo riapre il processo alle night session, ma il nuovo CEO della USTA Craig Tiley e il direttore dello US Open Eric Butorac hanno già chiarito che il formato non si tocca.
Il quarto magic moment è la notte che ha acceso l’immaginario del pubblico americano, presente e davanti alle tv. Ben Shelton contro Carlos Alcaraz, quarto di finale, comincia dopo le 23 perché i tre match precedenti sull'Ashe sono andati tutti al set decisivo, e finisce alle 3.33 del mattino, mai così tardi nella storia del torneo, oltre il record di Alcaraz-Sinner del 2022. Il 23enne di Atlanta, mai vittorioso in 17 tentativi contro un top 3, rimonta da 3-5 nel tie-break decisivo e chiude con un ace a 235 chilometri orari: 6-7 6-1 6-3 1-6 7-6 in quattro ore e ventotto minuti.
Il campione in carica, al rientro dopo quattro mesi di stop per il polso, esce sorridendo e salutando i milioni di spettatori rimasti, in tribuna e davanti agli schermi di mezzo mondo. Con lui se ne va la certezza di un vincitore già visto: il vincitore degli Us Open 2026 sarà una prima volta.
Come in tutti i tornei, si scopre sempre la favola. I protagonisti sono tre e ciascuno di loro è un pezzetto della magia. Bu Yunchaokete entra in tabellone da lucky loser per il forfait di Thanasi Kokkinakis e travolge la testa di serie numero 12 Rafael Jodar lasciandogli 4 giochi, primo ripescato a battere una top 15 allo UsOpen nell'era Open. Bu viene poi eliminato dalla wild card Michael Zheng, 22 anni, due volte campione NCAA con la Columbia, che al debutto nel main draw vince due turni sul campo 10 trasformato in una tribuna universitaria dai cori dei compagni di college.
Zheng però arrende a sua volta ad Arthur Gea, l’altro lucky loser, ripescato otto minuti prima dell'inizio del torneo per il ritiro di Casper Ruud. Gea aveva perso le qualificazioni vincendo solo 4 giochi. Il francese di 21 anni arriva agli ottavi, primo ripescato a riuscirci da Corentin Moutet nel 2022, e sfiora la storia: match point contro Botic van de Zandschulp, poi la sconfitta 3-6 6-7 7-6 7-6 6-4 dopo cinque ore e tredici minuti, il quarto match più lungo mai giocato a Flushing Meadows. Nessun lucky loser ha ancora mai toccato i quarti a New York: Gea li ha sfiorati per un quindici.
Poi c’è la malinconia degli addii. Stan Wawrinka, campione nel 2016, riceve una wild card per l’ultimo slam della carriera e saluta al primo turno contro Matteo Berrettini, applaudito da tutto lo stadio. Gael Monfils, l’intrattenitore che New York ha amato per vent’anni, esce al secondo turno per mano del ventenne Learner Tien, il passaggio di consegne più simbolico del torneo.
E Kei Nishikori, finalista nel 2014, chiude la sua storia nei major ancora prima che il torneo cominci, battuto nelle qualificazioni dal connazionale Rei Sakamoto, 18 anni. Tre uscite silenziose nella stessa settimana in cui il pubblico dell’Ashe vedeva piangere Djokovic: raramente un solo slam ha congedato così tanto Novecento tennistico.
Fatemi chiudere con due note di colore e costume perchè uno Slam è fatto anche di questo: una bolla di due-tre settimane in cui accadono cose indimenticabili. O memorabili. Anche solo da evidenziatore. La prima è il nuovo look di Alcaraz: se si taglia i capelli, farà malissimo visto che il taglio lungo gli dona molto. La seconda è il French Dip dello chef -influencer Salt Hank. Si tratta di un supersandwich che ha fatto impazzire il pubblico di Flushing Meadows e diventato virale in ogni social. Minimo mezzora di fila per comprarlo.
Ogni santissimo giorno senza pause nè flessioni. È composto da una baguette farcita con costata di manzo frollata, formaggio provolone fuso, cipolle caramellate (la cui preparazione richiede tre giorni) e salsa aioli (in pratica maionese con tanto aglio). Viene servito caldissimo insieme a una porzione di patatine fritte e al succo di cottura della carne concentrato in cui inzuppare letteralmente il panino prima di ogni morso. Si parla di 1500 panini al giorno al prezzo di 38 dollari ciascuno. Visto il successo la bottega di West Village dove French dip è nato ha chiuso i battenti per trasferirsi anima a core al parco di Flushing Meadows. Uno dei problemi del torneo è il fortissimo odore di cibo che arriva sui campi da ogni dove. E’ l’America, bellezza e possiamo farci poco.