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Il successo della Laver Cup, di cui è co-fondatore, racconta l'eredità che Roger Federer ha lasciato al mondo del tennis. Lo svizzero quest'anno è entrato nella Hall of Fame del tennis: il racconto dall'interno dell'indimenticabile cerimonia
Giorgio Di Palermo | 30 settembre 2026
La città di Newport, Rhode Island, ha acquisito un suo specifico ruolo nel mondo del tennis moltissimi anni fa.
Il Newport Casino Tennis Club, inaugurato nel 1880, ha infatti ospitato dall’anno successivo quello che oggi si chiama US Open (Open, come noto, lo sarebbe diventato solo nel 1968), che avrebbe cambiato casa nel 1915, trasferendosi a Forest Hills, a New York, per completare il trasferimento nel 1978, dove ha trovato l’attuale sede a Flushing Meadows, e si è trasformato nel Billie Jean King Center, il mostro da 60.000 spettatori a sessione che ammiriamo oggi fra fine agosto e inizio settembre.
Il Newport Casino Tennis Club, che rimaneva riservato ai facoltosi e snobissimi soci della cittadina sul mare (ricordate la prima America’s Cup del 1983 con l’equipaggio di Azzurra?), trovò una nuova ragione di essere nel 1954, anno in cui James Van Alen, detto Jimmy, decise che il tennis meritasse di avere una sua Hall of Fame, la stanza della gloria, e stabilì che fosse quella la sede.
Se vi state chiedendo se Jimmy Van Alen sia lo stesso che qualche anno più tardi inventò il tie break, e se, come molti giocatori, lo avete benedetto tante volte, arrivati sul punteggio di 6 pari, ebbene siete sulla strada giusta: Jimmy era anche un grande statistico, un uomo di lettere e buon giocatore di tennis.
Van Alen adattò il concetto di Hall of Fame, che fino ad allora era stato adottato da sport tipicamente americani come il Baseball o l’Hockey, per avere un luogo dove celebrare i grandi tennisti con cimeli e ricordi di ogni tipo.
Il tennis nel 1954 si affacciava all’Europa, ed era destinato a diventare un vero sport globale, e non solo confinato ai 4 paesi in cui si disputava un torneo del Grand Slam, Stati Uniti, Gran Bretagna, Australia e Francia.
Intendiamoci: gli americani dominano la lista dei giocatori e addetti ai lavori, al punto da farci pensare che gli Stati Uniti non siano abbastanza maturi per abbracciare uno sport così globale come il tennis con un punto di vista davvero internazionale. Se non mi credete, guardate la lista degli “inductees”, di giocatori e addetti ai lavori che sono stati ammessi alla Hall of Fame, e giudicate voi stessi. Nicola Pietrangeli, ad esempio, è il solo giocatore italiano ammesso.

La leggendaria carriera di Nicola Pietrangeli
Ad ogni buon conto, quando andrete al museo della Hall of Fame di Newport, vi troverete in uno splendido circolo di stile coloniale dominato dal colore verde e da una serie di campi in erba dove si è sempre giocato un torneo ATP 250 dal grande fascino retrò.
Nei miei vent’anni trascorsi con la ATP, avevo visitato questo “santuario” del tennis tanti anni fa, e avevo ammirato cimeli che fanno la gioia degli appassionati e degli storici del gioco.
Poi, il sabato prima degli US Open di quest’anno, ho ricevuto a sorpresa un gentile invito per andare ad assistere alla cerimonia di “induction” cioè dell’introduzione, tramite voto popolare, di grandi campioni nella Hall of Fame.
I criteri di “induction” continuano ad essermi misteriosi, ma stabiliscono comunque che debba essere passato un certo numero di anni dall’ultima partita ufficiale, si deve aver vinto almeno uno Slam o essere stati numero uno del mondo, e ogni anno il comitato della Hall of Fame seleziona alcuni campioni, e chiede a una ampia giuria di titolati e giornalisti (quasi tutti americani, ovvio) di votare quello che si ritiene abbia maggiore diritto di appartenere al gruppo delle leggende del nostro sport.
C’è anche una categoria di “addetti ai lavori” (che annovera ad esempio Gianni Clerici e molti altri scrittori o persone che hanno fornito un grande contributo al gioco), ma quest’anno tutte le attenzioni erano riservate all’”inductee” tennistico della “class of 2026”, l’uomo che più di chiunque altro merita di essere nella Hall of Fame, visto che famoso, anzi, leggendario, lo è diventato già da qualche anno: Roger Federer.
Elegantissimo, in un completo chiaro e una postura degna di un re, Roger si presenta sul palco al tramonto, scortato da molti amici e colleghi nella Hall of Fame (McEnroe, Roddick, Hewitt, Edberg, Billie Jean King, Clijsters) e annunciato da un toccante discorso di Mirka Vavrinec, sposata Federer, che celebra suo marito con parole che lo descrivono come merita l’uomo Roger. Un grande marito, padre, figlio e fratello. Tutto giusto. Il grande tennista non si discute.
Federer, dicevo, prende la parola al tramonto, e tutti noi presenti sappiamo che sarà difficile per lui arrivare in fondo senza lacrime. Roger è un uomo di una sincera emotività, che non ha mai nascosto e di cui non si è mai vergognato; e noi siamo grati a lui anche di questo.
Inizia bene il discorso, fluido, ma poi la commozione prende il sopravvento quando parla dell’importanza della sua famiglia; ma è quando affronta un passaggio apparentemente banale, che appare chiaro ancora una volta perché Roger sia un uomo speciale: lui si trova alla Hall of Fame, ma, senza esitazione e con un filo d’orgoglio dice che “Fame was never the goal”. La fama non è mai stato l’obiettivo, quando era un ragazzo di grande talento e poco più.
Capite, la grandezza? In una frase ha svelato il mistero del suo talento, della sua incredibile longevità sportiva, e del perché Roger appartenga a una ristretta schiera di campioni leggendari; loro non giocano per diventare famosi, ma per il piacere e la bellezza del gioco. Quello che viene grazie alle vittorie, come i guadagni, sono meri accessori, che non vanno presi troppo sul serio; sono realtà ingannevoli, come la celebrità.
Come uno spartiacque fra la vera gloria della leggenda e chi rimarrà un grande giocatore, ma con l’animo che antepone il risultato al piacere del tennis.
Alla fine della cerimonia mi affaccio fra i suoi invitati per salutarlo, e la sua gioia è così sincera e evidente che viene da piangere anche a me; il suo saluto, il suo abbraccio, mi fa capire come i suoi giorni da giocatore abbiano segnato anche i suoi rapporti con le persone che lo hanno conosciuto quando lui non era altro che un ragazzo con la coda di cavallo e molti sogni difficili da realizzare.
Questa è la sua legacy per sempre, e devo dire con molto orgoglio di averlo sempre capito. E con altrettanta gioia sono felice che da oggi sia evidente anche per tutti i suoi tantissimi ammiratori.