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Djokovic punta al record storico dei 25 major in carriera, Alcaraz a diventare il più giovane a completare il Career Grand Slam. Ecco come ci arrivano e cosa potrebbe fare la differenza in finale
di Dario Castaldo, da Melbourne | 31 gennaio 2026
Comunque vada, sarà un successo. Magari non per chi avrebbe scommesso o sperato in un’altra domenica australiana colorata di azzurro, ma per il tennis sì. Perché, comunque vada, domani a Melbourne si scriverà un pezzo di storia. Novak Djokovic e Carlos Alcaraz arrivano alla finale degli Australian Open dopo aver attraversato terre estreme e deserti di alta quota. Due percorsi diversi con lo stesso traguardo: un titolo major che sarebbe il 25° per il serbo – più di Margaret Court e di chiunque altro – e che significherebbe il Career Grand Slam per lo spagnolo, che a 22 anni e 258 giorni è già il piu giovane ad aver raggiunto l’atto conclusivo dei quattro Slam. E che a maggior ragione diventerebbe il più giovane di sempre a completarlo.
È una finale che sembra naturale solo a posteriori. In realtà, per arrivarci, entrambi hanno dovuto spingersi fino al limite, fisico,tecnico e mentale. Alcaraz è sopravvissuto alla semifinale più lunga della storia del torneo, cinque ore e ventisette minuti contro Zverev, rimontando quando il corpo dava segnali inequivocabili di fine delle scorte. Djokovic, poche ore dopo, ha piegato Sinner in quattro ore e nove minuti di tennis ad altissima intensità, trovando soluzioni e risorse che sembravano archiviate nel cassetto dei ricordi. E un dritto forse letteralmente mai visto prima.
La vittoria del serbo ha colpito sotto tutti i punti di vista: innanzitutto gli ultimi cinque precedenti, che raccontavano di uno Jannik sempre più fuori dalla sua portata, poi il cammino australiano di Nole - più miracolato che miracoloso - che aveva risparmiato energie ma sembrava una pallida copia del Fenomeno che fu. E ancora, i dati del match, che parlavano chiaramente di un Sinner superiore in tutti i dipartimenti, tranne nella capacità di sfruttare le occasioni create.

La maratona tra Alcaraz e Zverev
C’è chi a ragione pensa che quella sia proprio la differenza tra i campioni e le leggende e chi, altrettanto a ragione, crede che ieri il caso e la fortuna abbiano avuto semplicemente l’ultima parola sui destini. Come nella vita, in fondo. Di fatto, Djokovic è rimasto aggrappato coi denti alla partita, scegliendo di restare dentro lo scambio, accettando una quantità di pressione e di ritmo che negli ultimi due anni era sembrata appannaggio esclusivo delle nuove generazioni. Il serbo ha vinto non negando l’intensità di Sinner, ma sfidandola. E questo, a 38 anni e 8 mesi, resta l’aspetto più sorprendente della sua marcia melbourniana.
“La storia è sempre in palio quando giochiamo uno contro l’altro”, ha poi detto Nole, proiettandosi col pensiero alla finalissima. Sistemato su una seggiola nella zona degli spogliatoi, solitamente off limits per i giornalisti, ha risposto alle domande di un manipolo di reporter quando erano passate le 2.30 di notte. Non era una frase di circostanza: il confronto tra lui e Carlos è diventato un metro di misura per capire come stia evolvendo e dove stia andando il tennis maschile. Novak arriva alla sua undicesima finale australiana forte di un dato simbolico, oltre che clamoroso: qui, quando è arrivato all’atto conclusivo, ha vinto 10 volte su 10. L’ultima vittoria risale al 2023. La prima, invece, a gennaio 2008, quando Alcaraz aveva quattro anni e mezzo.

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Ma arriva anche con la consapevolezza che, a questa età, il recupero è la parte più importante della preparazione del match. Dopo la semifinale, Djokovic è andato a dormire poco prima delle sei del mattino, e oggi ha rinunciato ad allenarsi, limitandosi a stretching e lavoro leggero in palestra. Una scelta lucida, quasi obbligata, condivisa con il suo team, figlia di una convinzione precisa: se il corpo risponde, la mente sa già cosa fare.
Non è stato un caso isolato. Dopo aver spinto il corpo per quasi 5 ore e mezza contro Zverev, anche il murciano ha scelto di non toccare la racchetta. Due decisioni identiche, maturate al termine di uno dei venerdì più esaltanti della storia del tennis, e che rivestono la vigilia di un ulteriore strato di mistero, di epica e di poesia. Potenzialmente di dramma. “Biologicamente sarà più facile per lui”, ha sottolineato Djokovic, parlando dei tempi di recupero di Alcaraz. Detto senza alibi, senza scudi preventivi, senza giocare la carta della strategia dell’opossum, della quale il serbo resta comunque il maestro indiscusso. Ma anche con la voglia di continuare a sfidare gli avversari e le opinioni prevalenti anche sul piano dialettico e dell’arte maliziosa della guerra psicologica. “...quanto a domenica, solo Dio lo sa”.
Su questo, tutti d’accordo. E comunque vada, sarà un successo. Perché uno dei due, nella domenica australiana, avrà riscritto la storia dello sport.