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Campioni internazionali

50 anni dal 2° Grande Slam di Laver. Oggi è impossibile?

Con la vittoria agli Us Open nel 1969 Rod Laver conquistò per la seconda volta in carriera tutti e quattro gli eventi major nella stessa stagione. Un’impresa che tutti sognano ancora oggi ma che sembra un miraggio

di | 08 settembre 2019

8 settembre 2019: stasera a Flushing Meadows verrà assegnato il titolo maschile degli US Open, quarto Slam stagionale. Nell'attesa “scaldiamo i motori” con un flashback di 50 anni, tornando al 9 settembre 1969. Presso il West Side Tennis Club, nel quartiere di Forest Hills - NYC, andò in scena la finale maschile dell'88esima edizione degli US Open. Fu una giornata storica per il tennis: Rod Laver sconfisse Tony Roche in quattro set, completando per la seconda volta il cosiddetto Grande Slam. Un'impresa epocale, mai più riuscita a un tennista a livello maschile (Steffi Graf l'ultima a farcela nel 1988). Un successo leggendario, che merita di essere raccontato, e compreso.

Quel giorno 50 anni fa: pioggia, elicottero e leggenda

Il cammino di Rod Laver a US Open 1969 fu tutt'altro che una passeggiata, con la testa divisa tra tennis e famiglia, visto che la moglie stava per partorire Rick proprio in quei giorni. Dopo tre turni agevoli, negli ottavi rimontò uno svantaggio di due set a uno contro Ralston, quindi nei quarti sconfisse Emerson in quattro lottati set. In semifinale regolò Ashe in tre set, incluso un bellissimo terzo parziale terminato 14-12.

In finale trovò Tony Roche, uscito vittorioso da una battaglia epica vs. Newcombe (8-6 al quinto). C'era enorme attesa, alimentata anche dal meteo newyorkese, sempre uggioso e imprevedibile, ad allungare il torneo.

Quel 9 settembre era martedì, e non mancò la pioggia. Di tetti mobili a quell'epoca nemmeno l'ombra, tanto che sul centrale piombò addirittura un elicottero (!) a sorvolare per alcuni minuti il campo e così “asciugare l'erba” dopo un ritardo di 90 minuti. Siamo in America, le trovate a effetto sono sempre dietro l'angolo... Finalmente il match ebbe inizio. Tensione altissima, anche nel braccio di Rod, che iniziò con un doppio fallo.

Quindi una prima troppo centrale, “punita” da una gran risposta di Roche. 0-30. Una prima slice esterna consegnò a Laver il primo quindici del suo match. La partita avanzò veloce, servizio e volee erano la religione su erba. Rod era in vantaggio, ma quando servì per il primo set sul 5-3 venne breakkato.

Dopo 27 minuti di un match a dir poco “scivoloso”, Laver decise di cambiare scarpe indossando le “Spikes”, con una leggera dentatura per aiutare la presa sul manto erboso. Non gli bastò per vincere il primo set, perso 7-9 dopo 42 minuti. Laver cancellò una delicata palla break in apertura del secondo set con un gran tocco. Scrollatosi di ogni tensione, salì in cattedra. Il braccio mancino di “Rocket” iniziò a mulinare colpi precisi, potenti, “senza alcuna lacuna tecnica” come raccontavano i cronisti dell'epoca. Prese possesso del match, servendo benissimo e rispondendo da campione.

Con un crescendo wagneriano regolò Roche 6-1 6-2 6-2. Vinse il suo 11esimo e ultimo Major, ma soprattutto completò il secondo Grande Slam dopo quello del 1962 “da dilettante”. Nel 1963 infatti era passato al tour Pro, niente tornei Slam fino al 1968.

La fine di un'epoca

L'Era Open è iniziata nel 1968, ma non è peregrino considerare l'impresa di Laver del '69 come la “vera” chiusura dell'epoca precedente. Dagli Anni '70 nuovi giocatori, con un tennis diverso, più muscolare e moderno, cambieranno le carte in tavola rivoluzionando lo sport della racchetta. Da quel 9 settembre nessun tennista è riuscito a completare il Grande Slam, solo Steffi Graf tra le donne nel 1988.

In questi 50 anni abbiamo attraversato varie fasi storiche, molte rivoluzioni tecniche – incluso l'avvento dei nuovi materiali – e campioni epocali. Abbiamo accompagnato le gesta di leggende come Borg, McEnroe, Connors, Lendl, Agassi, Sampras, e oggi quelle di Federer, Nadal, Djokovic; tra le donne Navratilova, Evert, Seles, Serena Williams. Alcuni di loro hanno dominato alcune annate nel senso pieno del termine, sono riusciti a vincere tutti i Majors in carriera, ma non a completare un Grande Slam. Perché l'impresa è così difficile? E che valenza ha oggi un Grande Slam? Solo una chimera, o resta un obiettivo possibile?

Solo Nole ci è andato vicino

Dal 1970 nessun Grande Slam, eccetto Steffi Graf (1988). Ma qualcuno c'è andato vicino. Roger e Rafa? No, Djokovic. Il n.1 del mondo ha realizzato “un Grande Slam” vincendo in fila i quattro Majors, ma non nello stesso anno solare. Accadde tra 2015 e 2016, con le vittorie a Wimbledon e US Open 2015, Australian Open e Roland Garros 2016. Stessa situazione tra le ragazze per Martina Navratilova (a cavallo tra 1983-84), Steffi Graf (1993-94) e due volte Serena Williams (2002-03, 2014-15).

Alcuni commentatori annoverano questi poker tra i Grande Slam, ma per la classica interpretazione dell'impresa i quattro titoli devono essere conquistati nell'anno solare.

Roger e Rafa? Non ci sono mai andati vicini. Federer ha vinto Roland Garros solo nel 2009, non avendo vinto a gennaio in Australia; Rafa ha trionfato a Melbourne solo nel 2009, uscendo di scena vs. Soderling a Parigi negli ottavi.

Tornando più indietro, Sampras mai ha vinto a Roland Garros; Lendl mai vinse a Wimbledon; Wilander vinse tre Slam nel 1988, gli mancarono i Championships.

Il caso unico di Borg

Connors non ha mai trionfato sul rosso parigino, come McEnroe. Unico il caso di Borg. Nei suoi anni d'oro l'Australian Open si svolgeva a dicembre, ultimo Slam in calendario (per l'esattezza dal 1977 al 1985). Bjorn vinceva a ripetizione Roland Garros e Wimbledon, ma non riuscendo a trionfare a New York finiva per saltare la trasferta down under.

Connors non ha mai trionfato sul rosso parigino, come McEnroe. Unico il caso di Borg. Nei suoi anni d'oro l'Australian Open si svolgeva a dicembre, ultimo Slam in calendario (per l'esattezza dal 1977 al 1985). Bjorn vinceva a ripetizione Roland Garros e Wimbledon, ma non riuscendo a trionfare a New York finiva per saltare la trasferta down under.

Le origini del termine Grande Slam

Forse non tutti conoscono la storia del termine “Grande Slam”, oggi in uso non solo nel tennis ma anche nel golf, nel baseball e in altre discipline. Deriva dal gioco di carte del bridge: è il colpo massimo che si può realizzare, tredici prese effettuate ai danni dell'avversario. Si parlò per la prima volta di Grande Slam nel tennis nel 1933, grazie al giornalista del New York Times John Kieran. Jack Crawford quell'anno vinse Australian Open, Roland Garros e Wimbledon.

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Prima degli US Open Kieran (giocatore di bridge) scrisse: “Se Crawford vincesse il torneo, sarebbe come segnare un Grande Slam nel bridge”. Il tennista australiano vinse due set della finale contro Fred Perry, ma fu rimontato fino alla sconfitta. Don Budge nel 1938 fu il primo tennista a completare un Grande Slam, quindi Rod Laver (1962 e 1969). Tra le donne ci sono riuscite Maureen Connolly (1953), Margaret Smith Court (1970) oltre alla già citata Steffi Graf (1988). Se nel bridge la giocata è estremamente difficile, nel tennis è diventata una impresa al limite dell'impossibile. Perché? Le motivazioni sono molte, e assai complesse.

Impresa quasi impossibile

Vincere un Grande Slam implica disputare una stagione quasi perfetta, “almeno” da gennaio a settembre. Non facile riuscire a tenere così alta la condizione fisica, tecnica e mentale in uno sport che dagli anni '70 è diventato sempre più difficile e competitivo.

I cambi di superficie hanno avuto un impatto decisivo nel rendere l'impresa più complicata.

Fino al 1974 infatti tre Majors su quattro si giocavano su erba, chi possedeva un tennis ideale ai prati era molto avvantaggiato. Dal 1975, per tre anni, a New York si giocò sulla terra “verde”, più veloce e scivolosa di quella rossa europea; lì Borg perse la grande occasione... Quindi dal 1978, sempre a NY, ecco il primo Slam su hard court.

Tre superfici diverse per i quattro Majors. La situazione si complicò ancor più quando gli Australian Open rivoluzionarono il loro torneo. Dopo averlo riportato a gennaio nel 1987 (vinse Edberg sull'erba di Kooyong), nell'88 ecco il nuovo impianto a Flinders Park, con un cemento molto diverso da quello americano.

Fu deciso – a malincuore – di archiviare la mitica scuola tecnica “aussie” su erba per rilanciare un movimento in crisi ed un torneo “vaso di coccio” rispetto agli altri Slam.

Negli anni l'operazione ha funzionato, oggi l'Australian Open è un torneo pari – se non superiore – agli altri Majors. Quattro Slam, quattro condizioni diverse. Il Grande Slam è ancor più difficile.

Un tennis che cambia

Il Grande Slam è diventato una chimera perché dall'impresa di Rod Laver il tennis è diventato sempre più difficile e globale. L'avvento dei materiali tecnologici ha rivoluzionato la tecnica di gioco, e combinando quell'impatto straordinario ai progressi enormi compiuti dalla preparazione atletica, mentale, nutrizione e fisioterapia, si è creato un tennista più completo ma anche più complesso. Sempre più performante, ma molto delicato.

Non è retorica affermare che il tennis, dai tempi dello Slam di Laver, è diventato quasi un altro sport. Un gioco sempre più veloce, prodotto da super atleti vicini alla perfezione, ma spinti al limite sulla prestazione e quindi fragili. Tra le ragazze Steffi Graf riuscì nell’impresa perché portò in campo un atletismo mai visto insieme ad alcuni colpi devastanti (servizio e dritto).

L'asticella si è alzata sempre più: prima la Seles, quindi l'avvento delle sorelle Williams, si è raggiunto un limite così estremo da rendere quasi impossibile “reggere” certi ritmi nel medio-lungo periodo, figuriamoci per una stagione intera.

Prima abbiamo vissuto un'epoca di chiara specializzazione, con campioni straordinari ma non così forti in tutte le condizioni (McEnroe, Connors, Lendl, Becker, Edberg, Sampras). Poi si è passati a un tennis sempre più completo, con condizioni più uniformi ma troppo logorante.

Qualcuno riuscirà a fare di nuovo il Grande Slam? Non sarà facile, ma le condizioni sempre più omogenee potrebbero consentirlo. Rod Laver era tecnicamente il più forte, e lo dimostrò in campo col Grande Slam. Oggi una qualità superiore non basta più.

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