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Il nuovo Munar legge Plutarco, lotta per la classe media e si ribella ai super-ricchi

Lo spagnolo che a 28 anni ha trovato la maturità come uomo e come atleta con l’aiuto della scuola dell’unità di Nadal, una psicologa e la moglie, dopo la stagione più positiva di sempre, rilancia la sfida ai quartieri alti, a campo aperto

di | 29 dicembre 2025

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Il tennis si allinea agli altri maxi sport leader mondiali di audience e business, dal calcio al basket, e lavora per una super Lega, di pochi, super, eventi, riservata alle star. Sempre più pagate e viziate. Ma, mentre Novak Djokovic si defila, insieme al suo sindacato alternativo, PTPA, ben felice di guadagnarsi quelli che potrebbero essere gli ultimi, lauti, guadagni della carriera, i peones dell’ATP Tour partono al contrattacco con Jaume Munar, il personaggio con le stimmate da “campesinos”, dalla faccia al curriculum, agli atteggiamenti alla nomea in campo. Che spara uno slogan da sindacalista di un sindacato che non esiste più nella società moderna. “Lavoriamo tanto quanto i top player, se non di più”, ha dichiarato orgoglioso alla rivista Clay.

 

GIOCATORE COSTRUITO

Dopo la finale del Roland Garros juniores 2014 persa contro Rublev, questo spagnolo non altissimo (1.83), senza potenza e senza il colpo del ko ma con polmoni e garretti d’acciaio è arrivato solo adesso, a 28 anni, alla classifica-record di 33 del mondo fra i professionisti. Dopo la prima stagione importante conclusa da protagonista, portando le Furie Rosse - orfane di Alcaraz - alla sfida decisiva di coppa Davis contro l’Italia.

Felice, finalmente sicuro di sé, per aver superato il suo problema principale, psicologico, e quindi il controllo dei nervi e delle emozioni, dopo aver imparato ad accettare le situazioni dei campo e reagire nel modo giusto, senza stizza e atteggiamenti provocatori verso pubblico ed avversario, svuotandosi delle decisive energie psico-fisiche. "Quell’instabilità emotiva che ho avuto spesso nel corso delle stagioni è svanita. Accettare molto di più gli errori è stata la parte più difficile. Sono molto autocritico e a volte troppo duro con me stesso. Ci ho messo anni a capire perché mi caricavo di così tanta pressione”. 

Grazie al monumento nazionale, Rafa Nadal, che, dopo sei anni a Barcellona, l’ha accolto, dal 2017 all’altro ieri, all’Academy di Maiorca. Grazie alle letture di Plutarco e alla passione per la neuro-scienza, che ha accantonato per la racchetta da tennis. Così come, dopo il matrimonio dell’8 novembre, ha posticipato la luna di miele per il viaggio a Bologna con la nazionale.

“E’ stato un anno eccezionale, più per il tennis espresso che per i numeri o le vittorie. Credo di essere migliorato praticamente in ogni aspetto del gioco e oggi sono semplicemente un giocatore migliore. Il salto è stato piuttosto radicale, ma la verità è che lavoro per questo da molti anni. La Davis è stata una ricompensa per una stagione fantastica e per la maturazione dell’uomo e del giocatore”.

Una crescita lenta, ma costante, partita da molto lontano: “Sono un ragazzo di Santanyí, un paese di 5.000 abitanti, che guardava questi fenomeni in TV sognando di entrare un giorno nei primi 100. Poi continui a fare passi avanti, nel tennis e nella vita, che ti portano in una posizione privilegiata. Per me essere nei top 100 era un privilegio assoluto. E lì mi sono consolidato per cinque o sei anni. A un certo punto dici: «Voglio qualcosa di più»".

Al Pais ha specificato: “La mediocrità non mi soddisfa più”. Ed è uscito dalla comfort zone, cominciando dall’addio al coach “comodo” Tomeu (Salvà), da Rafa: “Javì (Javier Fernandez) mi ha aiutato tantissimo: è uno dei miei migliori amici oltre che il mio allenatore. Il ranking che avevo era già un successo, ma avevo bisogno di cercare nuove frontiere e una nuova direzione”.

Un Rafael Nadal sorridente (Getty Images)

Un Rafael Nadal sorridente (Getty Images)

IL RILANCIO IMPORTANTE DI MUNAR

Il 2025 gli ha regalato le semifinali nei 500 di Basilea e Dallas e nel 250 di Hong Kong, e gli ottavi di finale nel 1000 di Roma, ma soprattutto il salto di qualità indoor, dove ha superato top 10 come Ben Shelton, a Basilea, e Daniil Medvedev, a Miami. Ma Munar è pronto a rilanciare la sfida: “Quello che ho fatto quest’anno è un successo, ma non è il successo che cerco. Mi ha aperto una nuova porta, un nuovo mondo, ma la strada è lunga. Credo fermamente di poter essere un giocatore migliore, sapendo anche che il circuito è durissimo e si può anche tornare indietro. Ma il percorso che ho aperto ha ancora molta strada davanti, non tanto in termini di ranking quanto di miglioramenti tecnici”. Grazie a due donne: la psicologa Lorena Cos e la moglie, l’opposto di me: molto calma, positiva. Che hanno guarito la mia instabilità emotiva aiutandomi ad accettare le sconfitte, anche quelle che fanno più male come al Roland Garros o in Davis, ma che mi hanno spinto a lavorare di più”.

 

La carica di Jaume Munar (Foto USTA)

La carica di Jaume Munar (Foto USTA)

LOTTA DI CLASSE

La “classe media” del tennis sta avendo più visibilità. Anche via X, coi post dei colleghi Alejandro Davidovich, Roberto Carballés ed altri ancora. Perché il tennis non è fiero ed orgoglioso di Alcaraz e Sinner, ma non è solo loro: "Lavoriamo quanto o più dei top player. Sentire riconoscimento è bello. Finché c’è rispetto e un po’ di ironia, è positivo per il tennis e per tutti noi”.

Migliorandosi sempre più, salendo di livello, alzando la voce nel modo più corretto, coi risultati, può diventare l’Emiliano Zapata dei “peones” del tennis: si fa per dire, visto che comunque parliamo di qualcuno che quest’anno ha guadagnato oltre un milione e mezzo di dollari di soli premi, quasi 7 in carriera senza aver ancora mai vinto un titolo. Ma sa parlare, ha la faccia giusta, rappresenta al meglio il giocatore costruito che va a letto tutte le sere alle 22 e lavora tutto il giorno per migliorare qualcosina. E certo non vuole restare a guardare mentre i ricchi diventano sempre più ricchi.

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