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Personaggi e interviste

Io, Sinner, la montagna e le Olimpiadi: il filo che unisce tennis e sci…

Intervista a Giuseppe (Sepp) Chenetti, coach protagonista dei successi nello sci di fondo ai Giochi Olimpici di Torino 2006 e Vancouver 2010, innamorato del tennis

di | 04 febbraio 2026

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La staffetta perfetta: da uno Slam di tennis alle Olimpiadi (invernali).  Gli appassionati di sport andranno in giuggiole, sebbene ci sarà chi contesterà il filo di unione tra tennis e neve/ghiaccio. Eppure c’è un personaggio che unisce i fili: Giuseppe (Sepp) Chenetti, che nello sci di fondo è come un coach di tennis di lungo corso: protagonista (nello staff tecnico) dei trionfi di Torino 2006 (due ori e un bronzo), e anche di Vancouver 2010 con lo storico podio nella combinata. Ha allenato e seguito gente come Giorgio Di Centa, Cristian Zorzi, Pietro Piller Cottrer, Federico Pellegrino e Alessandro Pittin. 

Il coach di sci di fondo Giuseppe Chenetti

Il coach di sci di fondo Giuseppe Chenetti

Sepp, ma cosa c’entri tu con il tennis?
“Io nulla. Sono un semplice innamorato del tennis, che ha una componente di divertimento immediata: dà piacere, soddisfazione, è un’abilità. Ti chiede uno schema, un’azione. A me il tennis piace particolarmente, sono un tennista aerobico: cioè corro, corro e non mollo mai”.

Però affinità tra i due sport zero, giusto?
“Invece assolutamente sì. Proviamo a dirlo: nello sci di fondo per vincere devi esprimere la forza contro resistenza, devi accelerare il corpo. Nel tennis devi accelerare la racchetta.  Nello sci di fondo devi avanzare, spostare il corpo scivolando vincendo degli attriti che sono variabili. In salita hai bisogno di molta forza, in discesa hai bisogno di esplosività e forza veloce, e l’utilizzo delle braccia ad alte velocità si può paragonare al servizio del tennis o alla schiacciata della pallavolo. Vorrei citare il mio mentore, Renzo Pozzo – vero scienziato della biomeccanica – che mi ha svelato il principio per me illuminante”.

Beh, regala questo segreto anche a noi.
“Beh, se tu vuoi accelerare la parte più lontana del corpo, creare velocità con la mano, devi partire dalle gambe passando da una contrazione della muscolatura del centro del corpo per passare al movimento della spalla, che come conseguenza produce una accelerazione della mano come se fosse una frusta. In sintesi si assiste a una serie fi contrazioni in successione che producono un effetto di velocità più distale della parte del corpo”.

Ok, spiegate più o meno le affinità, ci sarebbe un’altra persona che accomuna tennis e neve. Dobbiamo dirlo che è Jannik Sinner? 
“Sinner è appassionato di sci alpino, che ha una espressione di forza diversa, e la centralità e il lavoro di gambe, stabilità ed equilibrio di forze sono diverse. Ma lui ha la capacità di coordinare i movimenti come pochi altri e riesce ad eseguire i diversi gesti tecnici dello sci alpino e del tennis. La sua qualità predominante per lui è la coordinazione intramuscolare-intermuscolare. È una cosa innata, che se tu poi la alleni vedi i benefici nell’atleta”.

Io, Sinner, la montagna e le Olimpiadi: il filo che unisce tennis e sci…

Roba rara, insomma.
“Io spingo, meglio stimolo gli allenatori a osservare i bambini piccoli piccoli: a tre anni, anche in casa con i genitori. Chiedo di guardarli come si muovono, con un test molto semplice: basta mettere un po’ di musica e farli ballare: spontaneamente vedi subito se il bambino ha il senso del ritmo, della coordinazione, della fluidità”. 

Così sapremo subito chi diventerà un fenomeno e chi no.
“Però lo sport non è solo fisico, c’è la componente mentale che qualcuno ritiene che sia all’80-90% della prestazione, ma io ritengo che anche su questo ci sia da discutere perché non c’è un elemento che è predominante sull’altro”.

Cosa vuoi dire?
“È come la Formula Uno: puoi avere il miglior pilota, la migliore macchina ma se le gomme non hanno grip, aderenza non andrai da nessuna parte. Tutto ha un’importanza al 100%”.

Tutto chiaro. Senti, ma voi di montagna siete orgogliosi di Sinner oppure no?
“Assolutamente sì. Mi rivedo in lui per la mentalità, un po’ chiuso come quasi tutti i paesi di montagna ma dedito maniacalmente a quello che fa. Rigoroso nel comportamento: non lo conosco ma immagino la tabella giornaliera sull’alimentazione, sul recupero delle energie eccetera eccetera”. 

Senti, adesso parteciperai alle Olimpiadi come tecnico del fondo della combinata azzurra. Ma se tu offrissero di occuparti di tennis, accetteresti la sfida?
“Dovrei innanzitutto studiare almeno per dieci anni l’ambiente, gli avversari e le tecniche. Poi, dal punto di vista del gioco, non ci capirei neanche dopo dieci anni. Detto ciò, dal punto di vista della preparazione atletica sarebbe intrigante, perché no. Ma dovrei studiare il modello prestativo, che non è ciclico come in altri sport: nel tennis non c’è un’azione che sia uguale all’altra, mai un momento ripetibile. Quindi è difficile, ma non impossibile perché devi secondo me allenare il soggetto che abbia un ventaglio di capacità, di attività tali da poter utilizzare anche con una valutazione dell’avversario. Oggi va di moda il neurotraining, che poi non è altro che un affinamento delle capacità del cervello e lo sviluppo di capacità ‘sdoppiate’: il cervello fa una cosa, il corpo un altro”.

Spieghiamolo…
“Beh, come quel mio amico che mi tirava sempre i contropiedi. Io gli chiedo: ma come fai? E lui: mentre tiro ti guardo i piedi e ti prendo in contropiede. Spero di essere stato chiaro”.

In passato hai usato cerchi da ginnastica e specchi per migliorare i tuoi atleti. Oggi cosa ti inventeresti? Citeresti Sinner ai tuoi attuali ragazzi?
“Non l’ho fatto finora, non ho avuto l’occasione. In generale oggi ho cambiato approccio: punto sulla consapevolezza, più che sui movimenti tecnici. Cerco di renderli consapevoli di ciò che stanno facendo per raggiungere un obiettivo: focalizzare l’obiettivo, non controllo più il movimento. Tornando al tennis, se dovessi pensare di fare la sequenza di movimenti per colpire meglio la pallina, cominciando a ragionare sul come mettere i piedi come lavoro con le pressioni delle gambe, la spalla il movimento non uscirebbe pulito ma frazionato. Li chiamano neuroni specchio, inconsapevole per l’uomo. Si sostiene che se l’atleta pensa ai movimenti, se ragiona poi il cervello rallenta…”.

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