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Senza mai aver preso in mano una racchetta l'artista toscano ha saputo trasfondere nel metallo l'eleganza dei gesti dei "moschettieri" francesi e della "divina" Lenglen al Roland Garros
Claudia Fusani | 24 ottobre 2026
L’uomo che ha scolpito il tennis e inciso nel bronzo l’eleganza di una voleè e il coordinamento sospeso di uno smash oggi ha 85 anni e non ha mai preso in mano una racchetta da tennis. E come è possibile? “Perchè la scultura - ci racconta con le mani forti, ossute, che si muovono davanti a noi mentre “disegna” immagini ed è come se ne assaporasse le sensazioni - è osservazione, studio, dettagli e poi calcolo continuo delle proporzioni. Dunque con buone foto, la giusta relazione tra vuoto e pieno, la mano ferma e tanti calcoli e proiezioni, si può fare”. Anzi, l’ha fatto. L’uomo che ha scolpito il tennis si chiama Vito Tongiani, è nato in Slovenia (“e chissà perchè”) ma è originario della terra Apuana dove i ragazzi crescono con le pareti di marmo davanti agli occhi e imparano da piccoli a trattarlo come fosse plastilina. Ha vissuto nel mondo - tra Torino, Parigi e il Marocco - ma il luogo dell’ ispirazione è tra Massa e Camaiore, alta Toscana, una sorta di enclave di scultori e pittori. Vito è anche pittore e lo incontriamo a Massa davanti ad una tela 3.20 x 2.10 piena di colori e figure, una scena di strada affollata che racconta una storia antica e sempre uguale come dice il titolo: “Signori, questa è una vera elemosina, fate l’elemosina ad un povero cieco”. Chi è interessato all’artista può cercare notizie e info sul web. Basti qui dire che la statua in bronzo dorato che raffigura Indro Montanelli con la sua immancabile Lettera 42 sulle gambe (via Palestro, Milano) è opera sua. A noi qui interessa il tennis.
Vito Tongiani è dunque lo scultore-artista italiano che ha scolpito il tennis e lo Stade du Roland Garros, la casa della Federazione francese e dello slam parigino. Chiunque è stato in quel parco, si è imbattuto all’improvviso in una sorta di creature volanti che ti spuntano accanto quando meno te lo aspetti, le guardi e soprattutto le riconosci. Se ti avvicini allo stadio Suzanne Lenglen dal viale centrale ad un ceto punto alzi gli occhi - inevitabile farlo causa scalinata - e ti trovi davanti Lei, La Divine, cioè Suzanne Lenglen, la tennista “volante”, piccola ma esplosiva e ovunque nel campo, colei che ha sottratto il tennis femminile alla quasi irrilevanza e lo ha imposto per atleticità, fisicità e costume all’attenzione del mondo.
Vito Tongiani ha dedicato cinque anni della sua vita - dall’89 al ’94 - al Roland Garros. “Bisogna toccarle” che non è il famoso distico sotto il seno di Marcel Duchamp (“Si prega di toccare”) bensì il grido di battaglia a bottega di Lorenzo Ghiberti. Toccare la porta in bronzo del Paradiso del Battistero a Firenze è un’esperienza di sensi e di mistica. E così vuole che sia Vito Tongiani con le sue statue, anche quelle dei Moschettieri che in Francia non solo sono un vero mito. William Tatem Tilden “Big Bill” diceva: “Giocare contro di loro esigeva qualità speciali, voleva dire giocare contro tutti, non contro un avversario ma una combinazione di interessi”. Hanno vinto tutto in sei anni.
E così, tra furore e poesia, Vito Tongiani, un italiano, ha deciso di rendere omaggio alla storia del tennis francese. “Il potere si sbaglia, a volte” scherza l’artista. Perchè questa storia comincia per caso e sfida ogni regola del destino.
Era novembre 1987 e Philippe Chatrier, allora presidente della Federazione francese, decide di organizzare un concorso artistico per rendere omaggio ai grandi del tennis francese. Da qualche anno Tongiani ha lasciato Torino e con moglie e figlio si è trasferito a La Ruche, il quartiere della Capitale dove risiedono artisti in arrivo dal resto del mondo. Vito è per tutti “Michelange”, Michelangelo, perchè è italiano, perchè barba e capelli e statura ricordano il genio della Sistina e perchè viene dalla terra delle Apuane dove Michelangelo, appunto, scelse il blocco di marmo da dove avrebbe estratto il David.
Nel passa parola, viene a sapere di un concorso del Federazione tennis francese per cinque statue in bronzo raffiguranti i grandi del tennis francese da esporre al Roland Garros. “Anche se io non ho mai tenuto in mano una racchetta mi piaceva l’idea di queste figure pensate per stare agli angoli del campo centrale un po’ angeli e un po’ gente come noi, statue viventi e animate. Senza sapere nulla dei Moschettieri riuscì subito ad immaginarli. E dissi a uno della Commissione del concorso che l’unico in Europa in grado di fare questa opera ero io”. Ride, Tongiani, mentre ricorda e sfoglia un libro che Jean Loverà, un altro tennista francese, dedica all’impresa, “Gestes en fusion- Les cinq bronzes de Vito Tongiani à Roland Garros”.
A dicembre, un mese dopo, la Commissione tecnica della Federazione francese di tennis decide di selezionare due artisti, uno è Tongiani, l’altro Andrè Barelier. Ad entrambi viene chiesto di realizzare un modello in scala 1 a 3. La cavia, è Jean Borotra, il colpo è uno smash, il suo marchio di fabbrica come raccontano le fotografie che la Federazione consegna a Tongiani, la posa più difficile. Viene chiesto un modello in argilla in scala 1:3. Possiamo dire che ancora oggi è la figura che più impressiona per la plasticità del gesto che esce con tutto lo sforzo e coordinamento da una materia come il bronzo.
La strada per l’assegnazione del concorso è ancora lunga. Il racconto di Vito passa dai laboratori di Pietrasanta dove prepara i calchi in argilla e la neve di Grenoble. Per l’esattezza di Le Sappey-en-Chartreuse dove vive Jean Luverà e dove il 19 marzo 1988 Vito Tongiani arriva con il bozzetto di Borotra a bordo di una Mercedes molto vintage che s’arrampica nonostante due metri di neve. “Non andava bene - ricorda lo scultore - la testa era troppo indietro, non tornava la simmetria del corpo nel gesto, era sbilanciato e poi doveva appoggiare tutto su un solo piede. Era da rifare, del resto io che ne sapevo di tennis, e ci siano rimessi a farlo con un cucchiaio e un filo a piombo”. Borotra prende forma in quell’universo bianco, nelle alpi francesi dalle mani di uno scultore toscano.
Il 15 marzo 1988 è il giorno del verdetto. “Arrivo in Federazione, mi aspetta Patrice Clerc (Direttore dell’Open i Francia tra il 1984 e il 2000, ndr), Borotra sta in una scuola chiusa, saliamo nell’ufficio di Chatrier. Metto la scatola ancora chiusa sul tavolo, Chatrier la apre, prende il bozzetto in mano, lo osserva e esclama: questo è Borotra…”. Quel giorno la giuria designa Vito Tongiani come vincitore del concorso. “Erano tutti entusiasti, emozionati, pensa se si sbaglia il potere…”. Che è un modo di dire dissacrante e rivoluzionario ma rende bene il senso dell’avventura che Tongiani stava per cominciare a Parigi allo stade du Roland Garros.
In aprile vengono scelte le pose di ciascun giocatore.
Vito Tongiani realizza quindi cinque grandi disegni preparatori: per Jean Borotra diventa definitivo lo smash quasi in arretramento; Henri Cochet mentre esegue un dritto in avanzamento; Jacques Brugnon una volè di rovescio; René Lacoste mentre prepara un rovescio in back da fondo campo, il suo marchio di fabbrica. Per Susanne Lenglen, la più iconica e fotografata di tutti loro, la scelta cadde su quel dritto al volo che non era volee e neppure schiaffo al volo ma era esattamente Suzanne con i piedi sollevati in una danza che pochi hanno saputo riprodurre. “Lei è stata l’ultima, perchè era un altorilievo, ma doveva essere in realtà la prima perchè senza di lei chissà se ci sarebbero stati i Moschettieri. Ho girato decine di mercati parigini per trovare una gonna plissettata che mi aiutasse a ritrovare il movimento delle pieghe durante il colpo”. Per l’impugnatura, Tongiani rivela uno dei tanti aneddoti legati alla realizzazione delle statue. “Chiamai Adriano, Panatta, allora era spesso da queste parti e gli chiesi come dovevo saldare la mano sul manico della racchetta. Lui venne al laboratorio, me lo mostrò, sei sicuro gli chiesi. E lui: Fidati, così è anche meglio di come la impugnava lei”.
Il contratto di Vito Tongiani è una vera sfida: le cinque statue dovranno essere consegnate in cinque anni, tra il 1989 e il 1993, ciascuna prima di ogni Open di Francia. La FFT incarica Jean Luverà di assistere lo scultore soprattutto nell’aspetto della tecnica dei colpi, di seguire l'evoluzione del suo lavoro. Una magnifica forse irripetibile avventura che ha incrociato il tennis e l’arte. Luverà, come detto, ha tenuto una sorta di diario, bozzetto dopo bozzetto, statua dopo statua, i dettagli della tecnica della “cera perduta” con le sue fasi di fabbricazione molto precise e le decine di artigiani coinvolti (“quante litigate, a uno che si chiama Tarzan una volta dissi che avrei fatto come Caravaggio se non mi dava il materiale per tempo”). gli schizzi a terra in scala 1:3, i modelli, l’armatura per modellare l’argilla, il calco in gomma, lo strato di cera che sarà rimosso, la fusione del bronzo “quando il metallo fuso scioglie la cera e prende il suo posto”. Le statue dovevano essere circa 2 metri e 30 e lo studio delle proporzioni e delle prospettive “è stata la parte più difficile. Una scarpa Dunlop 42 nella statua di 2 metri e 30 doveva essere almeno il 46”.
Il primo è il bronzo di Borotra detto “basco volante” per il gioco dinamico e spettacolare. Nello studio di Vito arrivano scarpe, berretti, racchette, camicie e pantaloni appartenuti al tennista. “La cosa più difficile è stata realizzare la statua nella posizione dello smash, con un solo punto d’appoggio, abbiamo rischiato non so quante volte il ribaltamento. E quel basco in testa che doveva risultare saltellante”. Il secondo è stato Renè Lacoste “fermato” nel bronzo mentre esegue il suo colpo preferito, rovescio in back da fondo campo. “Qui ricordo bene il dettaglio del piede destro leggermente puntato nella terra perché dovevamo rendere l’idea della corsa ma anche della ricerca della distanza della palla, di un corpo teso nell’esecuzione di quel colpo”.
Cochet è il terzo bronzo consegnato. E’ la statua forse più in movimento di tutte, un dritto in avanzamento e nel momento delle falcata, il braccio sinistro rilassato, la rotazione del busto attraverso le pieghe della camicia, la testa che quasi accompagna la palla, il braccio destro e la racchetta ingranditi (esagerati) per far notare l’ampiezza e la generosità del gesto, la velocità delle gambe espressa dalle onde della flanella. Un elogio del corpo e della mente. “Mio padre era così, come l’ha fatto lui” mi disse il figlio di Cochet.
Poi arrivò Jacques Brugnon, detto Toto. E infine Suzanne, 1984. L’altorilievo racconta tutto il personaggio della Lenglen, la falcata delle gambe, le geometrie del colpo, la tensione e la forza del corpo attraverso le pieghe della gonna e della camicetta, la generosità del gesto tecnico. E’ un’opera che restituisce la femminilità, la sensualità e l’ audacia del personaggio Lenglen.
Prendetevi qualche minuto quando andrete al Roland Garros e osservate bene le statue, girate intorno, osservate le pieghe dei pantaloni e i piedi: al di là dell’avventura umana e sportiva a cui rendono omaggio, sembrano animate, i dettagli sono interpretati così bene che emozionano perchè sembrano vivere nel bronzo.
Le statue furono posizionate su un basamento tondo di cemento, una giostra e un girotondo nella piazza dei Moschettieri di cui si trova testimonianza ancora in qualche foto. Quel basamento, infatti, oggi non c’è più e le statue spuntano ai quattro angoli di un prato che durante lo Slam si riempie di sdraio utili per guardare le partite davanti a un gigantesco schermo.
“Hanno rovinato tutto” denuncia Tongiani, “così si è persa l’unicità dell’opera e del racconto delle gesta dei Moschettieri”. E allora - è la richiesta - “toglietele da lì e mettetele ai quattro ingressi principali del Philippe Chatrier”, il centrale del Roland Garros. Andrebbe fatto.