-
Sempre in forma

La terra fa bene: Federer lo dimostra

Lo scorso anno il preparatore fisico di Federer aveva sostenuto che “giocare sul rosso mette a rischio le ginocchia del campionissimo". Gli studi lo smentiscono. E infatti Roger quest’anno è tornato a giocarci, anche a Roma

di Rodolfo Lisi  | 14 maggio 2019

Non c’è niente di meglio di un bel campo in terra battuta per dare il massimo del proprio tennis salvaguardando il fisico. Lo dicono numerosi studi che confermano quello che è esperienza quotidiana di tanti giocatori. E questo vale sia per i tennisti di alto livello sia per i giocatori di club, checchè ne dica Pierre Paganini, il mitico preparatore fisico di Roger Federer, preoccupato per le ginocchia del n.1 di sempre.
L'accorta, e lungimirante, programmazione dello staff del Campione di Basilea sta dando frutti insperati. Se, infatti, riavvolgiamo il nastro del tempo e ritorniamo con la memoria a Wimbledon 2016 (dove Federer subì una cocente sconfitta da Raonic oltre a uscire malconcio dal torneo a causa di un infortunio al ginocchio) in pochi avrebbero scommesso un “penny” sul ritorno in grande stile del campione rossocrociato. Federer si prese una lunga pausa dai court. La saggia scelta gli consentì di ritornare ad alti livelli all’inizio del 2017 con la tripletta Australian Open-Indian Wells-Miami. La decisione, poi, di saltare completamente la stagione sul rosso diede maggiore linfa e vigore al suo fisico e la vittoria sui prati londinesi (era l’ottavo successo record ai Championships) confermò la bontà della sua programmazione.

Dubbi sul rosso

In molti, appassionati e addetti ai lavori, si domandavano fino a pochi giorni fa se Federer avrebbe partecipato o meno, quest’anno, al torneo di Roma. Lo ha deciso dopo Madrid, e lo ha comunicato con un video sui social. E pensare che solo lo scorso anno Paganini lasciava pochi spiragli aperti. A suo dire, Federer avrebbe dovuto rinunciare al ‘rosso’ perché “pericoloso per le ginocchia”.

 


Più precisamente, affermava: «Nei campi duri c’è un colpo e il giocatore si coordina come un ballerino, sulla terra è diverso. Non lo vediamo dall’esterno, ma per controllare lo scivolamento e i movimenti in generale c’è instabilità nel ginocchio, nel piede e nella caviglia. In alcuni casi può essere negativo per il ginocchio o per l’articolazione in questione”.

L’incidenza degli infortuni

Le motivazioni addotte dal “guru” di Federer lasciavano alquanto perplessi: Paganini è un ottimo preparatore e un uomo di spessore umano e professionale ma è noto come sia preferibile praticare lo sport del tennis su una superficie “soft”, lenta, come la comunissima terra rossa. Vediamo il perché. Dai risultati di una ricerca di Bastholt (storico preparatore fisico di Berdych) condotta su tennisti professionisti di sesso maschile, si evince come i campi in cemento siano caratterizzati da un’incidenza decisamente superiore di infortuni rispetto ai campi in terra rossa (0,37 trattamenti medici per partita contro 0,20).
6558f557-4368-4eca-9071-00d743dbdc01
Play
A proposito della terra rossa, tra l’altro, lo statunitense Saal è dell’avviso che essa non sia particolarmente dannosa dato che “assorbe meglio i colpi, attutisce e richiede un passo scivolante”. Diverso, invece, è il parere dello specialista sui campi in duro, che trasferirebbero carichi più elevati agli arti inferiori e al rachide. Per quanto concerne, infine, i campi in erba, Saal ne evidenzia sì le peculiarità di assorbimento dei colpi, ma nel contempo li ritiene “[...] molto duri e di conseguenza persino peggiori dei campi composite”.
Lo stesso Federer s’infortunò proprio a Wimbledon, nel 2016 contro Raonic, per una caduta dovuta alla superficie “instabile”. La disamina di Saal però è solo in parte suffragata da riscontri scientifici. Se è vero che esistono in letteratura studi che dimostrano un’elevata frequenza di infortuni a carico degli arti inferiori conseguenti alla pratica del tennis su una determinata superficie, è altrettanto vero che gli studi sugli infortuni, sempre in relazione alla pratica di detto sport, a carico del rachide sono pochi, e quei pochi scarsamente attendibili.

Gli studi

Dai risultati dello studio di Georg von Salis-Soglio è emerso che un esiguo gruppo (15 elementi) di giocatori esperti accusava dolori alla schiena, ma anche agli arti inferiori, durante la pratica dell’attività tennistica su superfici dure. Tale sintomatologia dolorosa, invece, era generalmente modesta, se non del tutto assente, quando gli stessi giocatori svolgevano la loro attività professionistica su campi in terra rossa.
Le informazioni raccolte su base empirica da Joe H. Gieck, insieme alle sue personali esperienze con la discopatia degenerativa, indicano che le superfici più morbide riducono l’impatto sulla colonna vertebrale, sulle radici nervose e sui dischi intervertebrali rispetto alle superfici più dure, come il cemento.
Le superfici più morbide riducono l’impatto sulla colonna vertebrale, sulle radici nervose e sui dischi intervertebrali

Gli spostamenti laterali

Tuttavia, e questo è un dato su cui riflettere, nel tennis i movimenti potenzialmente più rischiosi sono gli spostamenti laterali nei quali il giocatore si ferma bruscamente per colpire la palla. In questa particolare situazione, le suole delle scarpe possono fungere da leva forzando il piede in supinazione e causando, a volte, un trauma detto appunto “da supinazione”. Dunque, una superficie con attrito elevato è più critica rispetto alla terra rossa anche perché quest’ultima lascia al giocatore un tempo sufficiente al controllo attivo del movimento.