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Roger Federer entrerà nella Hall of Fame del tennis il 29 agosto. Il 25 agosto giocherà un'esibizione a New York trasmessa su SuperTennis. Ecco, attraverso una lettura personale, sette momenti che ne trasmettono l'unicità
di Claudia Fusani | 22 agosto 2026
La domanda fu di tanti: davvero lui non c’è già? Non era già entrato, da anni, nel pantheon o nella Galleria degli Uffizi, nel Louvre, nell’Hermitage del tennis mondiale? Così a molti la notizia suonò più che superata quando, a metà novembre, il comitato di presidenza della Hall of Fame di Newport annunciò la “induction” (l’ammissione) di Roger Federer nel luogo che non è solo tempio e chiesa ma anche alfa e omega di questo sport.
Il rito si autoalimenta, deve farlo, altrimenti non sarebbe tale e diventerebbe qualcosa di noiosamente stanco. Dunque la lunga cerimonia della Hall of Fame di Newport, nel piccolo stato del Rhode Island, è infarcita di dettagli che diventano sostanza. Sarà una tre giorni di celebrazioni. Si comincia giovedì 27 agosto con la Blazer Presentation “Fit for Fame”. Venerdì 28 è programmato il Celebrity Pro Classic con Federer in campo per un doppio d’esibizione sull’erba. Sabato 29 la cerimonia ufficiale sull’Horseshoe Court, con inizio alle 18.30.
Anche Roger Federer, che per noi nella Hall of Fame c’è praticamente nato, si sta sottoponendo alle fasi della induction: selezionato, proclamato, annunciato, motivato. Succede nel primo anno in cui è possibile farlo, a cinque dall’ultima partita ufficiale giocata (Wimbledon 2021), e diventa evento su cui ragionare, emozionarsi e provare ad aggiungere qualcosa di più e di diverso rispetto alla velocità del braccio, alla “possente scudisciata liquida” che è il suo dritto, alla naturalezza del rovescio dove la mano è tutt’uno con la racchetta, al movimento di piedi così continuo e ordinato da sembrare quello di un millepiedi in costante attività, agli occhi che guardano la palla nella frazione di secondo dell’impatto e poi la seguono di là dalla rete. La tecnica, il numero delle vittorie, il suo modo di stare in campo ed essere campione sono certamente tra i motivi della induction dello svizzero. Del resto, entrare nel Salone della Fama significa ricevere il massimo riconoscimento ufficiale e la consacrazione per aver fatto la storia nel tennis e del tennis.

Grazie, Roger: il meglio della sua magica carriera
Ma qui voglio provare a raccontare perché Roger Federer è iconico. Dai miei bloc notes tiro fuori qualche appunto. Poi è chiaro che ciascuno di noi inesorabilmente rogeriani potrà condividere o no, levare o aggiungere, correggere e rettificare. Ciascuno avrà la propria personalissima playlist dei “momenti Federer” che lo hanno reso la super-icona del tennis.
1. La scoperta. Il momento zero, la prima volta, la scossa che resta scritta nella materia indistruttibile di cui è fatto il cuore, cioè nervi sangue sentimenti ragione, risale al 2001. Le cronache imponevano agli appassionati di seguire “il ragazzo di Basilea”, ancora segmento di nicchia ma già, a diciannove anni, vincitore di un titolo Atp (Milano, febbraio 2001), considerato erede degli ancora attivi Pete Sampras e Andre Agassi. A Roma capitò l’occasione di vedere dal vivo Federer da uno degli ultimi anelli dell’allora temporaneo centrale issato tra le statue del Pietrangeli. Erano gli ottavi di finale, di là dalla rete c’era un’altra aspirante icona (a modo suo), quel Marat Safin croce e delizia di pin up e riviste patinate. Io mi concentrai sul ragazzo non ancora ventenne (avrebbe compiuto vent’anni in agosto come Jannik Sinner, chissà se è solo una coincidenza), vestito tutto di bianco (ma a Roma non c’era il dress code), con i capelli raccolti a coda di cavallo e la fascia bianca sulla fronte.
Il vero esordio a Roma era dell’anno prima ma il match contro Safin fu, almeno per me, il momento dell’epifania: l’eterna, leggerissima danza dei piedi intorno alla palla; quel rovescio a una mano inimitabile; la velocità di palla senza il minimo sforzo; il modo di colpire il dritto dove per una frazione di secondo gli occhi sono solo sulla palla e non guardano il campo di là dalla rete, quasi una faccenda privata tra Roger e la pallina.
Qualche anno dopo David Foster Wallace mi aiutò a definire tutto questo: Federer era “la riconciliazione tra gli esseri umani e il fatto di avere un corpo” perché solo la purezza del gesto atletico sa fare con il corpo cose che noi semplici umani possiamo solo sognare. Un paio di mesi dopo il ragazzino piegò in cinque set Sampras sull’erba di Wimbledon, fu l’unico incontro tra i due e anche la svolta nella sua carriera.
2. L’incontro fatale. Il mio secondo tassello dell’icona Federer è sempre a Roma, finale del 2006, l’ultima finale romana giocata al meglio dei cinque set contro la sua antitesi di nome Rafa Nadal, di cinque anni più giovane. Per me, e per molti di noi presenti, è stata la “Fedal” più bella di una rivalità lunga quaranta duelli. La “sintesi” più avvincente del gioco del diavolo. In campo quel giorno c’erano il numero uno (Federer dal febbraio 2004, e lo sarà per un totale di 310 settimane in carriera, 237 delle quali consecutive) e il numero due (da luglio 2005).
Finì dopo cinque ore e cinque minuti di gioco, tre set decisi al tie-break e l’ultimo, quello decisivo, lo prese Nadal 7-5. Era il 14 maggio e l’unicità che prese forma davanti ai miei occhi in quel lungo pomeriggio fu la consapevolezza che con quei due era iniziata la gilded age del tennis: così diversi e così complementari, la perfezione e la passione, il rigore sebbene creativo di entrambi e la dimostrazione da parte di entrambi che anche la fisica può essere piegata al genio del tennis. Sinner e Carlos Alcaraz sembrano ripetere oggi quel paradigma, come prima ancora Björn Borg e John McEnroe, Arthur Ashe e Jimmy Connors. Ma Fedal è stata e sarà per sempre una nuova entità, unica e iconica.
Rafa Nadal e Roger Federer al termine della finale degli Internazionali BNL d'Italia 2006 (Getty Images)
3. I candidi calzini. Quello che segue è qualcosa che sembra entrarci poco con il tennis e il mondo di Roger ma è assolutamente la prova provata della sua unicità, cioè iconicità. Sto parlando dei calzini di RF che entrano ed escono dai campi di terra rossa inesorabilmente bianchi. Chi ha anche solo un minimo di pratica col tennis su terra rossa sa che è praticamente impossibile mantenerli tali, anzi sporcarli è uno degli inesorabili effetti collaterali del gioco sul rosso. Eppure Roger ne è esente. È qualcosa che ho cominciato a osservare nel tempo, dal vivo o in tv.
Prima per gioco, per sfizio, dopo qualche anno con determinazione empirica. Ebbene, King Roger esce dalle maratone sulla terra rossa con i calzini, sempre a mezza lunghezza, mai fantasmini per carità, più o meno intonsi. Come questo sia possibile non saprei dirlo. Ho solo qualche supposizione. C’è una spiegazione “metafisica”: Roger Federer è uno di quei rari atleti “preternaturali” (cit. David Foster Wallace) che sembrano esenti, almeno in parte, da certe leggi fisiche. Il fatto che lo svizzero abbia vinto su terra solo uno dei venti titoli Slam in bacheca non diminuisce, a mio avviso, l’eccezionalità del fattore-calzini.
Roger Federer scivola sulla terra rossa agli Internazionali BNL d'Italia 2006 (Foto FITP)
4. Il driver di Wimbledon. Si dice che vedere un match di Roger Federer, specie se a Wimbledon e soprattutto live, sia stata “un’esperienza religiosa”. La definizione è perfetta, sintetica e assoluta, due parole per il tutto. Lui è, tennisticamente parlando ed evitando ogni rischio di blasfemia, “una creatura con il corpo fatto sia di carne sia, in un certo senso, di luce”. E questa roba qui è solo sua. Un esempio. Finale Us Open 2005, Federer serve su Agassi all’inizio del quarto set. C’è uno scambio medio lungo da fondo campo secondo lo schema classico della “farfalla”, una palla a destra e una a sinistra. I due giocano di potenza, più “strappata” per Agassi, più “liquida” per Federer, cercano entrambi il punto perfetto sulla linea di fondo.
L’americano rompe per primo lo schema, incrocia a metà campo sul rovescio, Federer riesce “solo” ad agganciare un rovescio slice che rimbalza nella metà campo di Agassi abbastanza centrale e comodo oltre la linea del servizio. È un tipo di palla che Agassi può trasformare in sentenza: con il dritto la scaraventa sul lato sinistro di Federer, un perfetto contropiede. Solo che “la carne e la luce” dello svizzero riescono con un incredibile balletto di piedi ad arretrare, riposizionarsi sul dritto e colpire un top spin passante imprendibile negli unici dieci centimetri di campo disponibili. Il tutto, Federer, è riuscito a farlo con il peso del corpo che ancora va indietro.
Una sequenza cinetica impossibile per ogni umano. Federer ce l’ha regalata centinaia di volte. Un attimo che va colto nella velocità dei gesti. Un momento Federer. Un’esperienza religiosa, appunto. Per inciso, lo stesso David Foster Wallace ha spiegato che la definizione non è sua ma suggerita da un driver volontario in servizio a Wimbledon nell’edizione 2006.
Si tratta di uno dei signori, mai troppo giovani, che volontariamente servono gli Championships, chi guidando le auto in servizio per garantire la trasportation a giocatori e team, chi accudendo il queuing, chi staccando biglietti e molto altro. Sono i veri sacerdoti e vestali del tempio di Church Road. “Avete visto Federer oggi?” è la domanda rivolta da un driver a un gruppo di giornalisti tra cui DFW. “Sappiate”, disse il driver, “che avete assistito a un’esperienza religiosa”.
5. La mente. Il tennis IQ, l’intelligenza tennistica, è al quinto posto della mia playlist. Le finali di Wimbledon vinte, otto, record del singolare maschile dei Championships, spiegano di per sé l’unicità di Roger Federer: 2003-2004-2005-2006-2007-2009-2012-2017. E quindi la Hall of Fame si spiega già così. Così come il tributo commosso con cui il Centre Court ogni anno saluta la presenza del Re del Tennis nel Royal Box. Come lui nessuno mai. Ora tra le tante emozioni che ciascuno di noi si porta dentro da quelle finali, c’è un filo rosso che le unisce tutte: il tennis IQ.
Federer gioca di potenza da fondo campo da vero fuoriclasse. Ma non fa solo questo. Ci mette anche l’intelligenza, l’intuitività occulta, il senso del campo, la capacità di interpretare e manovrare gli avversari, di combinare effetto e velocità, di fuorviare e dissimulare, di usare il fiuto tattico, la visione periferica e la portata cinetica anziché solo la velocità meccanica. Movimenti più flessuosi che atletici. Il corpo che si è fatto poesia pur nella fatica e nello sforzo.
Federer doing what Federer does ?
— ATP Tour (@atptour) June 30, 2019
Check out ten of the best shots by @rogerfederer on grass ?
6. Le parole di addio. Una lettera conferma l’iconicità di Roger Federer. È quella scritta e letta in pubblico il 15 settembre 2022 per annunciare l’addio alla carriera professionistica. La settimana dopo Roger avrebbe giocato il suo ultimo evento alla Laver Cup a Londra. Tutti noi ricordiamo le lacrime sue e nostre in quella lunga notte. Quella lettera e il suo backstage sono stati raccontati per la prima volta nel docufilm “Federer: gli ultimi dodici giorni” (Prime Video, 20 giugno 2024). E qui, per chi ancora non l’avesse intuito, è emersa quella “fragilità” del numero uno che lo ha reso speciale. Prendete il testo, conservatelo, custoditelo, sono parole che possono fare compagnia. Dopo essersi rivolto alla sua “tennis family”, team, staff, famiglia e soprattutto i fan per aver accompagnato il sogno e la realtà di quel ball kid di Basilea, Federer si rivolge “finally, to the game of tennis: I love you and will never leave you”. Lacrime, sipario.

Federer-Nadal, la storia infinita
7. L’amico-nemico. E poi c’è la lettera all’amico Rafa quando lo spagnolo ufficializza l’addio alle competizioni. Come Nadal volle essere l’“ultimo” compagno in campo nell’ultima partita ufficiale di Roger, così Federer ha voluto essere al suo fianco nel giorno dell’addio del maiorchino. Era il 19 novembre 2024. Ancora una volta una lunga missiva piena di emozioni e gratitudine “per avermi reso un giocatore migliore”. “Mi hai battuto, tante volte. Più di quante io sia riuscito a battere te. Mi hai sfidato in modi in cui nessun altro avrebbe potuto. Sulla terra rossa mi sembrava di entrare nel tuo giardino e mi hai fatto lavorare più duramente di quanto avrei mai pensato di poter fare. Mi hai fatto modificare il gioco, arrivando persino a cambiare le dimensioni della racchetta, sperando di ottenere un vantaggio. Non sono una persona molto superstiziosa, ma tu hai portato tutto a un livello superiore. Tutto ciò che facevi. Tutti i tuoi rituali. Appoggiare le tue bottiglie d’acqua come soldatini giocattolo in formazione, sistemarti i capelli, aggiustarti le mutande. Tutto con la massima intensità. In realtà mi piaceva tutto questo. Perché era così unico, era così tuo”.
Roger Federer alla Rafa Nadal Academy (Foto X Rafa Nadal Academy)
Grazie a tutto questo e molto altro “mi hai fatto amare ancora di più il nostro gioco. Nel 2004 pensavo di essere il migliore del mondo… Due mesi dopo sei arrivato tu, a Miami, con la tua canottiera rossa, mostrando quei bicipiti, e mi hai battuto in modo così convincente. Eravamo entrambi all’inizio del nostro viaggio, un viaggio che abbiamo fatto insieme”.
Il saluto finale parla di un sodalizio speciale: “Voglio che tu sappia che il tuo vecchio amico tiferà sempre per te e lo farà con altrettanta forza per tutto quello che farai dopo”. Ecco, sì, Fedal, Federer + Nadal. Quando, presumibilmente nel 2029, anche Rafa entrerà nella Hall of Fame, il comitato d’onore dovrà valutare l’ammissione non di un giocatore o di una giocatrice ma di una creatura nuova del tennis contemporaneo: la Fedal.