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La finale persa contro Gea a Los Cabos restituisce comunque al tennis mondiale un talento come quello del mancino canadese, sinonimo di spettacolo
di Paolo Rossi | 02 agosto 2026
A volte anche una sconfitta può essere incoraggiante. E chissà se Denis Shapovalov non si sia finalmente scrollato di dosso la serie ‘di sfortunati eventi’ (l’opera di Lemony Snicket) che hanno segnato la sua vita e carriera tennistica. Non è riuscito a ripetersi a Los Cabos (Messico) per il secondo anno di fila (battuto dal sorprendente francese Gea) ma rientrerà nei primi quaranta della classifica, oltre a un’altra serie di piacevoli conseguenze: in primis, un guadagno di fiducia personale che non ha prezzo, e la conferma che la sliding door scelta nella sua vita stavolta è quella giusta. Infine, ultimo ma non meno importante, la conferma che Shapo ha bisogno della figura femminile. Con le donne funziona meglio: mamma Tessa ha passato idealmente il testimone a Miriam, la compagna della sua vita, e pensare che fu proprio lei a introdurre il piccolo Denis al tennis, quando aveva quattro anni. Erano già a Montreal, gli Shapovalov, dopo una breve parentesi di immigrazione a Tel Aviv, dove il pargoletto era nato nel ’99.
Shapo, ex enfant prodige del tennis. Prima del Covid, insieme a Sasha Zverev e Andrey Rublev, componeva il trio BBCTS, ‘Belli Biondi Capelli Tutti Sciolti’. Ora, coerentemente, è rimasto solo Zverev con il suo chignon spettinato, ma questa è un’altra storia. Quando il giovane Denis fece il suo ingresso nel circuito Atp non si poté fare a meno di notare quel suo favoloso/clamoroso/plateale rovescio mancino a una mano, eseguito perennemente a tutto braccio, come se non ci fosse un domani e con una elasticità di braccio pari quasi al Reed Richards dei Fantastici Quattro. Aggiungendo anche un gioco spumeggiante, d’attacco, Denis riscosse subito i favori del pubblico e della critica.
Tutto questo prima dei famosi sfortunati eventi di cui si accennava sopra. Il primo, la madre di tutte le sciagure, il giorno 6 febbraio 2017. Coppa Davis. Canada versus Gran Bretagna. Match decisivo tra il nostro Shapovalov contro Kyle Edmund. Nello smarrire un game, frustrato, l’acerbo Shapovalov decide di sfogarsi scagliando una pallina lontano, lontano, lontano. Ma, ancora oggi non ci si crede, la colpì con tale violenza e traiettoria dritta che la pallina sapete dove finì? Tra l’occhio e la tempia del signor Arnaud Gabas. Chi era? L’arbitro, il giudice di sedia. Squalifica, match e sfida persa.
Questo sfortunato evento ha decisamente influenzato la carriera di Shapo. Il quale, mentalmente parlando, è sempre stato in rimonta. E il suo gioco, rischioso al limite dell’azzardo, ha quasi confermato una insicurezza psicologica di base. Sigmund Freud avrebbe investito su di lui, avrebbe preteso di studiarne le pulsioni alla McEnroe. I suoi numerosi doppi falli, i suoi tanti errori gratuiti con racchettate autolesionistiche, lo hanno in qualche maniera rallentato, indebolito. Fino, poi, all’infortunio vero, al ginocchio, altro sfortunato evento.
E pensare che, proprio a Roma nel 2022, Shapo riusciva a castigare Rafa Nadal lasciando dunque presagire (e pregustare per alcuni) un suo ritorno di fiamma. Anche no. Come tanti appassionati hanno detto, Shapovalov è il tennista perfetto per i reels, con quei colpi ad effetto che meritano i like social e qualche gift da telefonino, ma senza la continuità sportiva richiesta, quella che occorre per trionfare negli Slam. Un peccato vero. Gli Slam, i Masters 1000, hanno atteso inutilmente un suo cenno di vita. Le aspettative sono rimaste tali.
Però nel tennis non bisogna mai dire mai. Shapovalov resta un ex Top Ten e oggi, alla ‘veneranda’ età di 27 anni, sembrerebbe aver messo la testa a posto. Come? Grazie a un fortunato evento, stavolta. Pardon: a una fortunata persona. Miriam Bjorklund, collega svedese diventata moglie l’anno scorso e, da quest’anno, anche sua allenatrice. E sapete cosa? Lo sguardo, il body language di Shapo è cambiato. Un pochino anche il suo tennis, se il ginocchio non farà più le bizze. Il suo resta un tennis sempre spumeggiante (il lupo perde il pelo ma non il vizio), ma ora appare più attento a farlo diventare redditizio, a incassare games, set e match. Non è più un ‘only fun’ (quello è un’esclusiva di Kyrgios, giusto?).
Los Cabos ha confermato queste indicazioni, che dovranno diventare però permanenti se Shapovalov davvero ha deciso di tirare una riga su certe sue intemperanze caratteriali, concentrandosi invece sulla qualità del suo gioco e del suo talento. Coach Miriam gli ha dettato le regole, e fatto capire come ci si comporta in casa. Se il suo lavoro darà i frutti, Sinner-Alcaraz e gli altri dovranno fare attenzione, e il tennis avrà recuperato un altro beniamino dello spettacolo.