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Serena e Venus, campionesse in doppio allo Us Open nel 1999 e di nuovo nel 2009, sono ancora in tabellone grazie ad una wild card: affrontano Chah e Joint
Claudia Fusani | 04 settembre 2026
“Noi abbiano il tempo, voi gli orologi”, recita un vecchio detto afgano, probabilmente pashtun. E che c’entra - direte voi - con il tennis? Eppure è la prima cosa che mi è venuta in mente immaginando il ritorno in campo, in una competizione ufficiale, di Serena & Venus. Le sorelle Williams are back sui campi degli Us Open. Il dibattito si è subito aperto: per i tecnici di questo sport si tratta di un “dettaglio senza peso”, “roba per nostalgici”, un B movie insomma. Gli appassionati, comunque ammirati da tanta ostinazione, si dividono tra nostalgici e curiosi, anche agonisticamente parlando. Io credo che Serena e Venus siano “il tempo”, ovvero il fascino e il mistero dell’esperienza del gesto atletico e di un’attitudine mentale. Tutti gli altri, sia detto con assoluto rispetto, rappresentano la routine meccanica di un orologio.
Il tennis è una metafora della vita perché non permette di nascondersi: si è soli dentro le righe, si perde più spesso di quanto si vinca e l’unico modo di restare in partita è rimettere la palla di là ancora una volta. Poche vite sono state segnate da questa metafora quanto quelle di Serena Williams e Venus Williams che tra poche ore torneranno in campo agli UsOpen, primo turno contro le teste di serie numero quattordici Chan Hao-ching e Maya Joint. Hanno quarantaquattro e quarantasei anni. Hanno vinto insieme quattordici slam di doppio senza mai perdere una finale, tre ori olimpici, due titoli proprio a Flushing Meadows nel 1999 e nel 2009, trenta slam di singolare sommando i palmarès. Non hanno più niente da dimostrare, ancora meno da guadagnare visto che sono entrambe milionarie ed è esattamente per questo che il loro ritorno dice qualcosa di essenziale: il tennis non è mai stato per loro un mestiere da cui congedarsi, è la forma stessa della loro esistenza.
Yahoo Sports ha riassunto bene il senso dell’annuncio della wild card, arrivato il 26 agosto: un altro capitolo di una storia che i tifosi di New York pensavano di non rivedere mai più, per una coppia che ha definito il doppio per una generazione. Le emozioni possono essere di tanti tipi, sollecitate da un colpo tecnicamente sensazionale o dalla capacità di vedere cosa c’è oltre quel colpo. Sono tutte belle, importanti, una non esclude l’altra.
Venus ha sempre chiamato lo Us Open il suo “slam di casa”. Lei, con l’autoironia che i social le riconoscono, su Instagram ha definito la coppia ricomposta “kinda chic”, piuttosto chic.
Bisogna tornare a Compton, California, primi anni Novanta, per capire. Richard Williams, King Richard come lo ha consacrato il cinema, non aveva un passato da tennista né i mezzi delle accademie della Florida: aveva un piano scritto prima ancora che le figlie nascessero, campi pubblici crepati, cesti di palle usate e una certezza che a chiunque altro sembrava delirio, quella di crescere le due numero uno del mondo. Ci è riuscito con entrambe. Venus è arrivata in vetta al ranking nel febbraio 2002, Serena l’ha scalzata pochi mesi dopo e per un ventennio il tennis femminile è stato una questione di famiglia: le finali fratricide, i cinque Wimbledon di Venus e i sette di Serena, i ventitré major di singolare della più piccola, una a fianco dell’altra quando dall’altra parte della rete c’era il resto del mondo.
Il progetto di un padre visionario è diventato la biografia di due donne, al punto che oggi, superata da un pezzo la soglia oltre la quale gli atleti diventano ex, nessuna delle due accetta che il tennis smetta di essere il motore delle loro vite. I fatti recenti lo confermano con una coerenza commovente. Nel 2022 Serena aveva annunciato che si sarebbe “evoluta oltre il tennis” e lo UsOpen le aveva dedicato la liturgia dell’addio: video, ovazioni, l’Arthur Ashe esaurito anche per il doppio con Venus, perso al primo turno contro Lucie Hradecka e Linda Noskova, con la ceca costretta a scusarsi al microfono con il pubblico per la vittoria. Sembrava un finale. Era una pausa. Il primo giugno di quest’anno Serena ha annunciato il ritorno, ha giocato al Queen’s con Victoria Mboko e a Berlino con Karolina Muchová, ha tentato il doppio con Venus a Wimbledon prima che un ginocchio la tradisse.
Venus, che nel frattempo non se n’era mai davvero andata, un anno fa aveva raggiunto qui i quarti di doppio con Leylah Fernandez mentre la sorella la guardava da casa pubblicando su TikTok sorrisi di finta invidia, e l’aveva chiamata in causa dal campo: “Serena, devi presentarti”. Si è presentata. La reunion vera è andata in scena a Cincinnati tre settimane fa, sconfitta al match tie-break contro Marta Kostyuk e Peyton Stearns dopo una rimonta da 0-6, davanti a un Grandstand pieno che cantava i loro nomi mentre il campo centrale, più grande, restava mezzo vuoto, come ha notato il sito della Wta raccontando la serata.
“È stato divertente, è stato speciale”, ha detto Serena guardando la sorella. “Abbiamo tolto un po’ di ruggine e cominciavamo a sentirlo. Non sono venuta qui per vincere il torneo: in questa posizione conta divertirsi, poter rifare tutto questo è stato bellissimo”. Venus, più asciutta: “Abbiamo aspettato a lungo per tornare sul campo da doppio”.
Anche le avversarie di quella sera hanno capito di aver attraversato qualcosa di più di un primo turno. Kostyuk ha raccontato che quando è uscito il tabellone non avrebbe potuto chiedere sorteggio migliore, pur ammettendo che il tifo tutto per le sorelle non è stato facile da reggere. Stearns, che a Mason è cresciuta, ha confessato a Espn che vedere il pubblico di casa schierato contro di lei ha fatto un po’ male, ma di non volerne a nessuno.
A New York non conteranno il ranking né i pronostici, che pendono tutti dalla parte di Chan e Joint, coppia rodata e giovane, reduce da una finale a Memphis e dai quarti di Cincinnati, con l’australiana che a Wimbledon ha battuto Serena nell’unico singolare della sua stagione. Conterà il gesto: due sorelle cresciute dentro un rettangolo di ventitré metri per otto che a quel rettangolo continuano a chiedere senso, ritmo, identità. Papà Richard le allenava con un cartello appeso in fondo al campo: “Fallire nel pianificare significa pianificare di fallire. Sii positivo sempre/ la fiducia è essenziale per il successo”. ecco perchè le sorelle sono “il tempo”.
Il tennis insegna che ogni punto ricomincia da zero, che il passato non conta e il futuro nemmeno. Serena e Venus lo hanno imparato da bambine, sui campi sconnessi di Compton, e non hanno mai smesso di applicarlo: si vive un quindici alla volta. E così hanno deciso di giocarne altri.