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Abbigliamento e scarpe

Lo stile del tennis? A Melbourne se ne fanno un baffo

Lo Slam dell’estate australiana è diventato la passerella delle divise più sgargianti e, talvolta, improbabili. Si vuole stupire, osare, trasgredire ma con quale risultato? Alla fine l’unico tennis trendy anche fuori dal campo è quello classico, Anni Sessanta/Settanta

di | 02 febbraio 2020

Agli antipodi di Wimbledon: l’Australian Open, conosciuto anche come l’Happy Slam, lo Slam allegro, si propone come l’antitesi del classicismo dell’erba inglese a partire dalla vivacità dei suoi colori, perfino esagerati, che si vedono sul campo. Un pugno in un occhio rispetto al candore imposto dalle regole dell’All England Club.

Dire che gli stilisti di Beaverton se ne facciano un baffo della tradizione tennistica è la prima sintesi che viene in mente di forte alle divise viste quest’anno a Melbourne Park, a partire dalle tute maculate a pigiamino che nelle prime giornate di gara hanno scatenato discussioni sociale e lasciato perplessi tanti appassionati di tennis.

Resta impresso un tweet del profilo Sinner Updates, appassionati che seguono da vicino il percorso sportivo di Jannik, che mostrando una foto dell’altoatesino con la divisa maculata diceva:”Nike, di questo dobbiamo parlare”. E Jannik a quanto pare era d’accordo, perché ha ritwittato tutto.
Per certi aspetti la collezione a sfondo blu maculato, vista addosso a Sinner ma anche al russo Andrey Rublev e all’americano Tommy Paul, era ancora morigerata rispetto allo splash di colori della divisa di Grigor Dimitrov, con ampie macchie a tinte forti, quasi una tela di arte moderna, tra Mondrian, Pollock e un costume da Arlecchino.

Una fantasia che pare sicuramente adatta a un pantaloncino da mare, un costume da bagno, come ben si evince dalle braghette indossate dallo stesso Sinner e da Nick Kyrgios.

Ma lascia più perplessi come scelta di divisa da gioco. Non deve essere un caso se lo stesso Kyrgios ha optato per una polo tinta unita arancione molto semplice, quasi anonima.

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Evidentemente Nike deve sempre stupire, colpire: anche il rosa shocking della canotta di Rafael Nadal va in quella direzione.

Libere scelte che però lasciano perplessi sul loro ruolo nell’evoluzione dell’abbigliamento tennistico.

Nei club, le scelte finiscono per essere al 90% più canoniche, in linea con l’identificazione nel look classico della disciplina.

Vale a dire: i giocatori di tutte le età, se decidono di acquistare una divisa e di non andare in campo con una t-shirt qualsiasi e un paio di braghini a caso, sembrano sempre orientati a comprare qualcosa che li identifichi come tennisti rispetto ai bagnini, ai calciatori o ai rapper.

E, al tempo stesso, il tennis sembra riuscire a uscire dal campo con il suo stile, solo quando riprende il look pulito dei leggendari Anni Sessanta/Settanta: le scarpe bianche Adidas di Stan Smith, le maglie a righine Fila di Bjorn Borg, le Superga di tela, le polo Lacoste, Fred Perry.

Dunque, viene da domandarsi, questo stile che sul campo rompe con l’identità tennistica e non riesce a sfondare fuori dal campo, che senso ha? Rompere e basta?

Al pubblico l’ardua sentenza. Di certo è parsa più garbata la versione al femminile della “maculazione” Nike, con tinte più pastello e la declinazione in vestitini che forse hanno anche fatto la loro apparizione su qualche lungomare. E’ mancata però la sua versione più “hard”, che era stata preparata per la canadese Andreescu, fermata alla vigilia da un infortunio irrisolto. Sotto il vestito era prevista una tutina aderente di giallo fortissimo, caldo e accecante.

Più gradimento ha ottenuto la rivisitazione del classico operata da Fila, in versione tricolore: il completo bianco rosso e verde indossato da Andreas Seppi ma anche dall’argentino Pella.

Come semplici, in chiave totalmente sportiva ma di fresco abbinamento cromatico, sono le divise di Ashleigh Barty e Sofia Kenin, che Fila ha visto opposte in una semifinale tutta “di scuderia”.

E, sempre sul classico, sono andati Lacoste, pensando al completo di Novak Djokovic, Adidas per Thiem e Zverev, Lotto con Matteo Berrettini e Ons Jabeur e Uniqlo, disegnando il solito pigiamino da tennis per Federer.

Paradossalmente proprio il marchio giapponese del casual ha osato di più sul piano cromatico, con l’uso del viola, colore poco amato degli scaramantici nel mondo dello spettacolo. Ma Roger è talmente elegante di suo che fa tendenza sempre. E va a ruba.

Basti pensare che uno dei suoi vecchi cappellini della Nike, quelli con il logo RF sulla fronte, ormai fuori produzione e quindi non più disponibile nei negozi, può costare anche più di 600 euro.

E non stiamo parlando di un cappellino indossato da lui, stiamo parlando di un cappellino qualsiasi, che originariamente costava 30 euro. I collezionisti sono scatenati. In Cina li hanno rifatti uguali e su internet si comprano per 8 dollari. Ma, inutile dirlo, non hanno la stessa magia evocativa. La bellezza classica è intramontabile.

Anche le racchette si colorano

A proposito di colori che spiccano, meritano una menzione le racchette del francese Benoit Paire e della statunitense Sofia Kenin, entrambe marchiate Babolat, la prima una Pure Aero, la seconda una Pure Drive. I due testimonial dell’azienda francese hanno adottato per i loro telai la nuova versione cosiddetta Flag, colorata cioè con tinte e disegni delle bandiere nazionali.

Si tratta di un’idea che Babolat ha sviluppato in prospettiva olimpica, su ampia scala, con edizioni limitate per 7 Paesi: Francia, Usa, Giappone, Italia, Regno Unito, Brasile e Argentina. Per alcune nazioni (Francia, Usa e Giappone) è prevista una collezione Flag di 4 telai: Pure Aero, Pure Drive, Pure Strike e una più economica Boost (89, 95 euro al pubblico). Per Italia, Regno Unito, Brasile e Argentina e stata prevista solo la Boost. Una proposta originale e interessante sulla strada della personalizzazione dell’attrezzo