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Cuore e martello, Berrettini al 3° turno: “Sto bene, sono felice e sorrido”  

Il tennista romano piega in quattro set Fils e dice: “Per me oggi è stata una partita ‘da Berrettini Top 10’: poi lascio agli altri giudicare, ma sto giocando un gran tennis”

di | 02 luglio 2026

Matteo Berrettini (Getty)

Matteo Berrettini (Getty)

“Mi sento bene, felice. Come si è visto, avevo un grande sorriso dopo il match…” E ce l’ha ancora stampato sul volto quando entra nel Theatre, la sala conferenze principale dell’All England Club. Matteo Berrettini ha vinto una gran partita oggi sul Centre Court, e ne è consapevole. “Sapevo che avrei dovuto giocare a un livello molto alto per battere Arthur e credo di averlo fatto – ha dichiarato ai cronisti italiani presenti a Londra -; sono davvero orgoglioso di me stesso. Sono felice e sono grato di essere qui e di avere la chance di giocare un’altra partita: è per questo che mi alleno”.

Poco meno di tre ore per piegare un ottimo Arthur Fils e la conferma che su quel campo e su questa superficie Matteo potrà sempre dire la sua: “Qui a Wimbledon mi sono sempre sentito bene, ho sempre sentito la palla uscire bene, ho sempre servito bene, mi è sempre piaciuta l’aria del torneo – spiega -Non so dire se questo sia il ‘miglior’ Berrettini di sempre, ma oggi, come l’altro giorno, è stata una partita di altissimo livello, decisa su pochissimi punti. Arthur ha giocato davvero bene: da fondo, al servizio, in risposta. Per me oggi è stata una partita ‘da Berrettini Top 10’: poi lascio agli altri giudicare, ma sento di stare giocando un gran tennis, meglio o peggio di qualche anno fa non so, comunque sto bene”.

Meno prepotenza e più intelligenza”, sintetizza un cronista: “Si, già il mio primo maestro, quando avevo 10-11 anni, mi disse che non aveva mai visto un ragazzino così quadrato tatticamente – ricorda - . È una cosa che i miei allenatori ci tengono a ricordarmi sempre prima delle partite, perché è un aspetto molto importante.Variare con lo slice, scegliere determinati colpi nei momenti giusti, quando c’è da spingere e quando invece c’è da tenere un po’ di più, servire con più taglio o più forte: sono cose che si ‘sentono’, ma è importante testarle, soprattutto su una superficie come questa. Variare tanto qui è fondamentale. Il mio è comunque un gioco violento, cerco sempre di tirare il più forte possibile, ma in certi momenti quei cambi di ritmo e quelle accortezze tattiche sono una chiave importante”.

Matteo e le emozioni: “I risultati sono una metrica ovvia di quello che facciamo – dice il tennista romano - , ma sono anche un po’ romantico: mi piace pensare che esistano giocatori a cui ci si affeziona al di là dei risultati. È sempre stato ciò che mi ha spinto a seguire certi campioni, al di là delle vittorie e delle sconfitte, e a vivere le mie partite in modo totale, buttandoci dentro tutto: rabbia, frustrazione, gioia, lacrime, sorrisi. Quando gioco sono immerso completamente in quello che faccio e mi ci butto dentro, un po’ come nella vita. Mi piace buttarmi e vedere cosa esce da quel miscuglio di emozioni. Il fatto che questa cosa si veda è motivo di grande orgoglio: sono un sostenitore dell’emozione dentro uno sport d’élite. Mi piace pensare che, anche se possiamo sembrare un po’ ‘robot’, le emozioni ci sono ed è bello che vengano fuori”.

Dopo il bel percorso di Parigi, ora il terzo turno a Wimbledon… finalmente Berrettini sta ritrovando una buona continuità anche a livello Slam: “Ho fatto un grandissimo lavoro mentale, per accettare anche di potermi sentire scomodo o non al 100%. Ho sempre pensato che, per giocare uno Slam e vincere cinque set, dovessi essere al 100%; se mi sentivo al 95%, me lo vivevo come se fosse stato il 70%. Invece ho imparato ad accettare che quel 95%, in quel giorno, è il 100% di ciò che puoi dare: è facile da dire, complicatissimo da fare, ma è stato un passo importante. Poi contano molto le persone intorno: ti danno fiducia anche quando sei uno che tende a sfogarsi, a buttarsi giù, a dirsi che non è abbastanza bravo, e a volte anche ad andare a cercarsi queste sensazioni. Ho la fortuna di avere una famiglia e un team che mi sostengono e mi assecondano, non come ‘yes man’, ma anche quando c’è da dirmi cose importanti non hanno paura di farlo. Trovare una chimica così con chi ti sta intorno non è scontato e sono molto grato per questo”.

Un anno fa Berrettini lasciava Wimbledon dicendo una frase molto triste, ‘credo si sia rotto qualcosa nella testa’. La risalita è stata difficile e ha messo in mostra, una volta di più, il suo carattere e il grandissimo amore che prova per questo sport: “È stato difficile, molto difficile uscire da quel buco nero – spiega - . Ora mi viene da sorridere, ma l’anno scorso non lo facevo così tanto. Sono uscito dal campo e ho pensato ‘chissà, potrebbe essere l’ultima volta’, era arrivato un momento in cui avevo bisogno di tempo: ho appoggiato la racchetta per un mese e l’ho ripresa il giorno in cui mi sono allenato con Jannik a Monaco. Mi sentivo spento, non mi emozionavo più: mi sembrava di stare facendo un favore a qualcuno. Ho pensato: se continuo a giocare, voglio che quelle emozioni ci siano; voglio sentire di nuovo quella sensazione allo stomaco, le ‘farfalle’. È stato difficile perché ho dovuto smontare tutte le mie basi mentali, quelle con cui avevo iniziato a giocare.  Non potevo più partire dalla performance, ma dal godermi il processo che porta alla performance. Ho dovuto curare davvero certe cose che continuavano a darmi fastidio fisicamente: ci ho messo la testa, non una toppa, ho deciso che dovevo sistemarle. Da lì siamo ripartiti piano piano, con grande fiducia ma con l’obiettivo di non sentirmi più come l’anno scorso qui. Il fatto di essere qui oggi, con questi sorrisi, significa che ho fatto un bel lavoro”.

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