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US Open, Pegula e Gauff alimentano il sogno americano

Con un titolo, una finale e una semifinale collezionate complessivamente nelle ultime tre edizioni del torneo, le statunitensi lanciano l'assalto al titolo. "Vorrei ritrovarmi in quella condizione", sospira la n.3 del ranking. Ma Coco avverte: "E' il torneo in cui si sente più pressione"

28 agosto 2026

Jessica Pegula (Getty)

Jessica Pegula (Getty)

"Sono davvero entusiasta di essere qui e di iniziare questa settimana. Adoro stare a New York, l'energia, i tifosi. È il mio Slam preferito". Parole di Jessica Pegula, numero tre del mondo, finalista due anni fa e fermatasi in semifinale l'anno scorso sempre per mano di Aryna Sabalenka.

"Ripensando alla finale, innanzitutto ricordo che l'atmosfera era fantastica. Il tetto era chiuso a causa del maltempo, quindi sembrava tutto davvero, davvero rumoroso. Ricordo che la partita è stata un po' da montagne russe - ricorda ancora la statunitense - con diversi cambi di inerzia. Oggi penso di essere una giocatrice molto più forte, credo di fare molte cose meglio adesso. Questo non significa necessariamente che le farò sempre meglio, ma penso di aver migliorato diversi aspetti del mio gioco da quella finale. Quindi sì, mi piacerebbe davvero riuscire a ritrovarmi di nuovo in quella posizione".

Il problema è il grande equilibrio che a ora regna nella top10 WTA. Un equilibrio che riflette l'andamento di questa stagione in cui nessuna delle pretendenti al titolo è riuscita a scavare un solco sensibile tra sé e le altre. Un vantaggio o un ostacolo in più? "Credo che si possa guardare la cosa da entrambi i punti di vista - riflette ancora Pegula nel corso della sua conferenza stampa - Penso che, guardando semplicemente i punti conquistati durante l'anno, sia pazzesco vedere quanto sia ravvicinata la situazione tra le prime dieci, tra le giocatrici che si contenderanno l'accesso alle Finals di fine anno. È tutto molto equilibrato. In un certo senso questo rende le cose più difficili, ma almeno sai che non ci sono una o due giocatrici nettamente dominanti, per cui pensi che debbano necessariamente perdere per darti una possibilità. Puoi guardarla in entrambi i modi. A me sembra che, in un certo senso, sia tutto più aperto, perché, non so, ci sono più opportunità".

Coco Gauff (Getty)

Coco Gauff (Getty)

Le speranze americane, oltre che sulle spalle di Pegula, poggeranno anche su quelle di Coco Gauff, già campionessa a New York nel 2023 e reduce dal trionfo a Cincinnati ottenuto proprio contro la n.3 del mondo sua connazionale. L'anno scorso il suo torneo si chiuse agli ottavi, ma a prescindere dal risultato è stata la stessa ex n.2 del mondo a sottolineare come la pressione non cambi mai quando si arriva a Flushing Meadows: "Penso che le aspettative siano alte. Gli US Open possono essere il torneo in cui senti più pressione: da americano, vuoi avere successo e fare bene. Mi sono resa conto che  probabilmente giocherò qui per altri dieci anni o più - ha riflettuto Coco in conferenza stampa - Cerco semplicemente di godermi ogni singola volta che sono in campo. Ovviamente nulla è garantito, prima ero così concentrata sul vincere che tutta  l'esperienza alla fine non rivelava poi così piacevole per me. A volte quando vinco una partita qui provo più sollievo che orgoglio. Voglio cambiare questo aspetto."

Una cosa però Gauff da allora è riuscita a cambiare rispetto a un anno fa e proprio gli US Open segnarono il primo passo di questo nuovo corso. "Stavo facendo un cambiamento importante probabilmente prima del torneo più importante della mia stagione, e c'era molta pressione. Ma sono davvero contenta di aver preso quella decisione - ha dichiarato riferendosi all'aggiunta di Gavin McMillan nel suo staff - Sono contenta di non aver aspettato neanche un secondo in più, perché i progressi ci sono e li vedo. L'anno scorso sapevo che tutti gli occhi sarebbero stati puntati sul servizio. Gavin è davvero eccezionale in quello che fa, e sentivo molta pressione, anche quella che mi mettevo addosso da solo, per cercare in qualche modo di dimostrare quanto lui sia bravo nel suo lavoro. Nelle prime due settimane non si è visto molto, ed è normale. Ma psicologicamente, ora, quando servo, è come se pensassi: 'Ok, adesso vado a cercare l'ace'".

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