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Andreeva avverte: "Come è vincere? Crea dipendenza..."

"Ho sognato questo momento - ha detto Mirra - e ho pensato a come sarebbe successo, dove sarebbe successo e quando sarebbe successo. Ma la sensazione nella vita reale è molto più bella di qualsiasi sogno”

06 giugno 2026

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Da promessa annunciata a campionessa Slam. Sul Philippe Chatrier che per anni ha sognato guardando le imprese delle altre, Mirra Andreeva ha completato la trasformazione più importante della sua giovane carriera, conquistando il Roland Garros 2026 e il primo titolo del Grande Slam a soli 19 anni.

Quando si presenta in conferenza stampa, il trofeo è accanto a lei. E già questa immagine basta a raccontare quanto sia speciale il momento. “Ancora non riesco a credere di essere qui a fare una conferenza stampa con un trofeo del Grande Slam al mio fianco. Era uno dei più grandi sogni della mia vita”.

Una vittoria che per la russa non rappresenta soltanto un successo sportivo, ma la realizzazione di qualcosa che aveva immaginato centinaia di volte. “Ho fatto tantissime visualizzazioni. Ho sognato questo momento, ho pensato a come sarebbe successo, dove sarebbe successo e quando sarebbe successo. Ma la sensazione nella vita reale è molto più bella di qualsiasi sogno”.

Nel percorso che l'ha portata al trionfo parigino c'è soprattutto una crescita mentale evidente, maturata dopo mesi complicati e dopo alcune delusioni che sembravano aver lasciato il segno.

“Ho gestito molto meglio la pressione durante queste due settimane. All'inizio del torneo non è stato facile, ho avuto momenti emotivamente difficili, ma prima della semifinale e della finale ho parlato con la mia psicologa. Mi ha dato consigli e mi ha suggerito tecniche che mi hanno aiutata a vivere questi momenti nel modo giusto”.

La prima di Mirra, a Parigi è nata una star

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Andreeva non nasconde quanto questo lavoro sia stato determinante. “Credo che lei meriti una grande parte del merito per questa vittoria. Ho deciso di essere una combattente. La mia psicologa dice sempre che puoi scegliere come stare in campo e che persona vuoi essere. Io ho scelto di lottare”.

A ispirarla, in modo curioso, è stato anche Roger Federer. “Ho guardato tante sue partite qui a Parigi. Ovviamente non avrò mai la sua aura, nessuno l'avrà. Però mi piaceva il modo in cui si comportava in campo. Volevo provare a imitare quell'atteggiamento: lottare, competere e mostrare il meglio di me stessa”.

Nel suo percorso verso il titolo è stata fondamentale anche la collaborazione con Conchita Martinez, ormai molto più di una semplice allenatrice. “È speciale condividere il mio primo Slam con lei. Abbiamo lavorato tantissimo insieme, dentro e fuori dal campo. Abbiamo vissuto momenti bellissimi e anche momenti difficili. Sentirle dire che è orgogliosa di me significa moltissimo”. Un rapporto che negli ultimi anni si è trasformato in qualcosa di più profondo. “Parliamo di tennis, ma anche della vita, delle nostre famiglie, del tempo, dei vestiti. A volte sento che è diventata qualcosa di più di una coach”.

Nel suo immaginario, anche Maria Sharapova e Svetlana Kuznetsova hanno avuto un posto speciale. “Certo che ricordo Maria vincere qui. Sapevo che era a Parigi e speravo guardasse la finale. Pensavo che, se stava guardando, sarebbe stato bello mostrarle un buon tennis, un buon livello. Anche Sveta Kuznetsova era qui e mi ha mandato un messaggio vocale prima della partita, con pensieri positivi e incoraggiamenti. Mi ha detto di essere felice, perché era la mia prima finale Slam, e di godermi il momento. L’ho apprezzato molto”.

Durante la celebrazione del trionfo è comparsa anche Luna, il cane di Conchita. “Non è il mio cane purtroppo, è quello di Conchita. Era qui all’inizio della settimana, poi era andata via ed è tornata per la finale. È stato molto bello condividere quel momento anche con lei. Ha 11 anni, è un po’ una nonna. Si chiama Luna”.

Andreeva avverte: "Come è vincere? Crea dipendenza..."

La finale, comunque, non è stata semplice. Di fronte c'era la sorprendente Maja Chwalinska, arrivata dalle qualificazioni e capace di stupire. “Non l'avevo mai affrontata. Non ho parlato con Diana (Shnaider, ndr), perché se fossi stata al suo posto sarei stata orgogliosa, ma anche molto delusa per aver perso. Non volevo disturbarla. E poi c'era tantissimo vento, condizioni davvero complicate. Sono contenta di essermi adattata più velocemente”.

“Quando ha vinto due giochi consecutivi alla fine, ovviamente non ero felice. Però mi sono detta che dall'altro lato del campo mi sentivo meglio e che avrei avuto un'altra occasione. Ho cercato di restare calma”.

Durante la premiazione, Andreeva ha fatto qualcosa che ormai sta diventando un suo marchio di fabbrica: ha ringraziato se stessa. “All'inizio lo facevo per scherzare e far ridere la gente. Poi ho capito che è importante. Sei tu che fai il lavoro, sei tu che vivi la pressione, sei tu che affronti la paura. Perché non dovresti ringraziare te stessa?”.

Parole che raccontano una ragazza sempre spontanea, capace di alternare profondità e ironia. Come quando le chiedono come festeggerà. “Stasera celebreremo sicuramente. Forse con un bicchiere di champagne. O forse con del succo di frutta. Vedremo”. Ma la frase che impressiona di più arriva quando le chiedono cosa significhi vincere un titolo del Grande Slam. È una sensazione un po'... addictive. Queste sensazioni sono qualcosa di davvero speciale. E sinceramente sto già pensando a come preparerò la stagione sull’erba, a come giocherò i tornei sull’erba. Sento che questa cosa crea un po’ dipendenza. Voglio fare del mio meglio per provare tutto questo una seconda volta”. Le avversarie sono avvisate.

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