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IL tessuto misterioso sulla racchetta di Sinner? Una scoperta

Svelato il mistero della racchetta di Sinner: Alfio Caronti, il famoso chiropratico che collabora da sempre con il team di Riccardo Piatti ci spiega che cosa sono e a che cosa servono i pezzettini di tessuto ‘misterioso’ che Jannik fa collocare alla base delle sei corde verticali centrali. C’entra anche… Roger Federer

di | 26 febbraio 2020

Tre pezzettini di un tessuto misterioso imprigionati alla base delle sei corde verticali centrali: sporgono disordinatamente dai passacorde della Head Speed di Jannik Sinner. È lui stesso a fornire agli incordatori (quando non è a Bordighera dove si incorda le racchette da solo) dei pezzi di tessuto da cui ritagliare per piazzarli lì, nel cuore delle sue racchette. Un dettaglio che non deve mancare. Un dettaglio piccolissimo che per lui evidentemente fa una grande differenza. Di che cosa si tratta?

A precisa domanda Jannik risponde sempre un po’ vago, rimandando genericamente ai consigli di prevenzione del suo chiropratico.

Se però il chiropratico si chiama Alfio Caronti, uno dei precursori in Italia del lavoro posturale con gli atleti, amico e prezioso consulente di Riccardo Piatti sin dai tempi dei Piatti Boys (Renzo Furlan, Cristiano Caratti, Cristian Brandi e Federico Mordegan) la curiosità scatta forte, perché nel mondo dello sport di vertice Alfio è una specie di guru.

Uno che la federazione sci ha portato a bordo pista per aiutare fenomeni come Alberto Tomba o Deborah Compagnoni a stare meglio. E a dare il meglio.
Laureato nel 1984 al Palmer College of Chiropratics di Davenport, nell’Iowa (Usa), la migliore scuola del mondo, è un mago dei dettagli. Quelli che fanno la differenza. E quando si lavora al progetto di una monoposto che punta a vincere il mondiale di Formula 1, o di un tennista che ambisce ai titoli del Grande Slam e alle prime posizioni in classifica, il successo dipende dalla combinazione perfetta di un’infinita serie di piccole cose che vanno a comporre il puzzle perfetto, completo. Nel quale anche un solo pezzettino mancante può compromettere tutto.

Caronti nel team di Formula 1 di Piatti è quello che si occupa del telaio, della sua impostazione aerodinamica: la vettura deve poter andare alla massima velocità, con una perfetta tenuta di strada e non ci devono essere tensioni, parti sottoposte a sforzi anomali e dunque destinate, a lungo andare, a consumarsi e rompersi.

E se esiste nel tennis un progetto di “vettura” da titolo mondiale, questo si chiama Sinner. Per scoprire un altro dettaglio del grande lavoro che Riccardo Piatti sta facendo con lui da quando aveva 13 anni siamo andati a trovare Alfio nel suo studio di Cantù, a pochi chilometri da Como.

All’ingresso c’è un grande manifesto che annuncia la presentazione del suo libro “La postura è l’ombra delle emozioni” (Castello editore, 232 pag. 20 euro).

Le prime parole dell’introduzione sono: “Jannik Sinner è un giovane tennista. Un folto cespuglio di capelli rossi lo distingue da tutti gli altri. Per il suo coach Riccardo Piatti, che di tennis ne sa come nessuno, il ragazzo è un futuro campione”.


GUARDA I DETTAGLI DELL'INTEGRATORE SENSORIALE SVILUPPATO DA CARONTI E UTILIZZATO DA JANNIK SINNER: LE FOTO

Nato a Blevio nel 1944, Caronti è un eterno ragazzo, pieno di energia. Contagiosa. Il sorriso e l’agitazione con cui ti accoglie per raccontarti questa nuova storia lascia trasparire lo stesso entusiasmo con cui il 4 novembre 1971 (sono passati quasi 50 anni…) fu il primo in Europa a lanciarsi con un deltaplano, dal Monte Murelli, planando con gli sci (nautici) sul Lario. Il sorriso di un precursore. Gli chiediamo subito di parlarci del suo lavoro con Sinner e lui parte, come un fiume in piena.

“Jannik è mio paziente da quando aveva 14 anni. Sin dai tempi dei Piatti Boys, Riccardo è stato il primo a capire che l’intervento del chiropratico sull’atleta non va richiesto a dolore conclamato ma che, piuttosto, col dolore bisogna giocare d’anticipo. E se giochi d’anticipo ottieni anche il risultato di migliorare la performance agonistica dell’atleta stesso. E’ per questo motivo che da molti anni Piatti vuole che io segua i suoi ragazzi migliori. Sinner è uno di loro. Il primo incontro con lui fu subito molto interessante: notai come Jannik, quando qualcosa gli si avvicinava, evidenziasse difficoltà di movimento".

"Per averne conferma agitai più volte la mia mano davanti a lui la mia mano, senza mai colpirlo. Ogni volta Jannik mostrava le stesse difficoltà. Individuarne la causa non fu facile. Intuii immediatamente che, con ogni probabilità, alla base delle sue difficoltà potesse esserci un’esperienza traumatica vissuta in prima persona. Vai a capire quale. Iniziai a porgli delle domande, gli chiesi se fosse incorso in incidenti di gioco o in traumi. Dopo una lunga chiacchierata riuscimmo a centrare l’obbiettivo. Jannik all’età di cinque anni aveva vissuto un brutto momento”.

“Un suo compagno di giochi lo aveva spintonato con una certa violenza facendogli sbattere la testa contro il muro e procurandogli una ferita che avrebbe richiesto alcuni punti di sutura. Quell’esperienza lo aveva segnato; per certi versi positivamente, per certi altri meno. Da quel brutto incidente Jannik aveva preso a stare allerta per qualsiasi cosa si muovesse dinanzi o verso di lui, ma nello stesso tempo aveva rafforzato la determinazione a non indietreggiare mai, per nessun motivo al mondo; un aspetto, questo, per un tennista come lui, molto positivo perché lo avrebbe portato nel tempo a sviluppare una grande propensione all’attacco, ad andare avanti, e una profonda inclinazione a non farsi spingere indietro, fuori dal campo di gioco”.

“Restava però la sua difficoltà di movimento in presenza di qualcosa che gli si muovesse attorno o che gli andasse incontro. C’era bisogno di risolvere il problema con una terapia specifica. Quale? Se dicessi che buona parte della terapia sarebbe consistita nel giocare con Jannik a spintoni mi credereste? Probabilmente no. Invece è andata proprio così. Ho iniziato a spintonare Jannik cercando di sorprenderlo in tutte le posizioni possibili, con crescente difficoltà. Prima a occhi aperti, poi a occhi chiusi. E poi a mani libere, a mani occupate, su due piedi e infine su un piede solo, con strattoni di intensità crescente e mai nella stessa direzione. Con un solo obiettivo: dare a Jannik la sensazione che era divenuto invincibile, molto più forte di quando il suo compagno di giochi da bambino lo aveva sbattuto al muro. Non ci crederete ma la terapia funzionò alla perfezione".

"Le sue tensioni muscolari si ridussero notevolmente. Jannik era conosciuto come un ragazzo molto timido. Quando gli amici gli allungavano un braccio intorno al collo, nel tentativo di abbracciarlo, lui al solo contatto si accartocciava, si chiudeva a riccio. Tant’è che gli avevo suggerito di prendere qualche lezione di difesa personale, per esempio di judo. Ora le difficoltà dinanzi alle cose che gli si muovono intorno sono sparite. Il ragazzo cresce bene dal punto di vista tennistico e anche come adolescente. È molto più sicuro di sé e la pallina da tennis la picchia molto bene, mi pare…”.

A proposito di questo: siamo molto curiosi di sapere che cosa sono qui pezzettini di tessuto che Sinner fa mettere tra corda e telaio della racchetta: dice che l’indicazione viene dal suo chiropratico…

“E’ una storia un po’ particolare, si tratta di un tessuto messo a punto e fatto realizzare da me, sulla base delle mie esperienze cliniche. Si potrebbe definire un integratore sensoriale. Qualcosa che serve a far percepire a Jannik la racchetta in un certo modo, un modo naturale. Permettendogli di muoverla in totale scioltezza, senza tensioni muscolari anomale. E’ una mia scoperta. Funziona. E lui sente che anche questo dettaglio fa la differenza”.

Integratore sensoriale? Di che cosa si tratta?

“Ecco tutta la storia. Nel 2014 Riccardo Piatti stava seguendo Milos Raonic e mi chiese se potevo girare con loro nel circuito per un periodo per cercare di capire perché Milos era sempre infortunato. Lì ho fatto una bella esperienza perché, fino ad allora, sia i tennisti sia gli altri atleti di qualità (dal canottaggio allo sci, dal ciclismo alla scherma) avevo la possibilità di vederli solo nel mio studio. Poi andavano “sul campo” e non sapevo immediatamente se stavano bene o no. Non riuscivo a capire fino in fondo come incideva, si rifletteva, il mio lavoro sulla loro performance. Invece in quell’occasione con Milos ho avuto la possibilità, con la necessaria leggerezza, di stargli sempre vicino, da quando si allenava a quando giocava ma anche da quando mangiava a prima che andasse a letto e poi al risveglio al mattino. Con semplici test si può capire se la tensione muscolare in ogni momento della giornata è adeguata alla situazione. Se tu sei seduto in macchina, fermo a un semaforo, la tua tensione deve essere al minimo: se ti vedo accelerato ci deve essere una ragione. E io devo capire perché sei accelerato anche quando sei fermo al semaforo. Se sei in garage di notte, riposi, anche lì devi essere ‘al minimo’. Quando poi ti muovi si devono attivare alcuni muscoli e non altri. E’ un discorso molto semplice”.

E in quel periodo di osservazione di Milos Raonic che cosa ha scoperto?

“Partiamo dall’allenamento. Lo osservo in azione, fanno schemi per due o tre minuti e poi si fermano per bere qualcosa. Gli faccio un test e lo trovo irrigidito. Ho passato un bell’anno e mezzo a cercare di capire perché: ho ipotizzato che fosse una questione di testa, che fossero i pensieri. Non capivo. Riuscivo ad “ammorbidirlo” un po’ ma il problema tornava sempre fuori. Poi finalmente sono arrivato a una grande scoperta, che ho definito: riflesso inibitore da contatto”.

Riflesso inibitore da contatto?

“Quando noi impugniamo qualcosa il nostro sistema (il Sistema Nervoso Centrale), in questo caso attraverso la mano, lo legge. Poi l’occhio raddoppia la lettura e via discorrendo. Se io prendo in mano un pezzo di legno, il ramo di un albero, la mano tocca qualcosa che conosce da milioni di anni e dice: so cos’è, mi piace: via libera. L’occhio conferma. Se io voglio fare dei gesti con questo oggetto in mano il sistema lo considera un oggetto ‘amico’, che non ha bisogno di essere tenuto sotto controllo".

Cos’è invece il riflesso inibitore da contatto?

"Qualcosa che scatta armeggiando con oggetti inerti, non naturali (può essere la racchetta, un cucchiaio, un utensile, il telefonino…) quando la mano cerca di leggerli non ci riesce. Alla mano questo non piace. Non dà il via libera. Questo fa sì che un’altra parte del sistema debba sopportare il controllo di questo oggetto. Per un tennista è un problema di gravità pazzesca. Lui dovrebbe essere concentrato al 110% solo sulla palla. Ma, per esempio, l’occhio a quel punto si divide tra fare il tennista e controllare l’oggetto, prima ancora di tutte le altre cose. Nascono tutta una serie di tensioni muscolari”.

E come si risolve questo problema?

“Mi sono inventato un “integratore sensoriale”. E’ una miscela di ingredienti naturali potentissimi che ho trovato. Ho fatto delle prove con Milos, sono andate bene e per un bel periodo (lui con Riccardo è arrivato fino a n.3 del mondo) abbiamo chiesto a Wilson di mettere il mio materiale dentro il telaio, nel manico della racchetta. Con questo accorgimento, per il sistema nervoso centrale la racchetta diventava come un pezzo di legno. Anzi, di più. Per dare un’idea: se un pezzo di legno è come un cantante solista in termini di espressione di naturalità, con il mio materiale la voce diventa quella di un coro. Al nostro sistema centrale piace e lo dispone a qualsiasi gesto, eliminando qualsiasi paura. E il conseguente irrigidimento muscolare”.

Ma questo che cosa c’entra con i pezzettini di tessuto tra le corde della racchetta di Sinner?

“Quando la storia con Raonic è finita, abbiamo smesso di dialogare anche con Wilson. Non è facile, se non sei un top player, convincere una grande azienda a intervenire in modo tanto importante sull’attrezzo. Così ho cercato di immaginare un sistema più semplice, accessibile a chiunque per ottenere lo stesso effetto. Abbiamo pensato all’overgrip, ma presentava la complessità delle mille varianti possibili, dal colore alla struttura: liscia, bucherellata ecc. ecc. Diventava difficile produrre qualcosa che andasse a rispondere a mille esigenze e gusti diversi”.

“Serviva un’idea diversa e mi è venuta osservando Federer. I primi colpi da piccolino Roger li ha fatti con la racchetta di legno. Gli è piaciuto. Poi è passato alla grafite ma usava ancora il grip in cuoio naturale. Ancora buone sensazioni. Quando pian piano è passato anche lui ai grip sintetici c’era qualcosa che non gli tornava. Ha provato a usare i gommini vibrastop, o dispositivi del genere, per il feeling ma non era convinto. La soluzione l’ha trovata recuperando un dettaglio che apparteneva alla messa a punto dell’incordatura sulle racchette di legno. Li definiscono ‘power pads’, sono quei pezzettini di cuoio che venivano collocati tra corda e telaio, nei passaggi delle corde verticali vicino al cuore del telaio, i più sollecitati, per impedire che progressivamente segnassero il legno fino a scavarne le fibre, compromettendo la tenuta della racchetta".

"Con quei pezzettini di cuoio piazzati lì, si trovava bene. Ho pensato: sta a vedere che se io metto il mio materiale naturale lì, ottengo lo stesso effetto. Avevo già fatto produrre un tessuto impregnato con il mio ‘coro’ di ingredienti. Faccio fare delle prove, tagliando striscioline di tessuto: funziona. Funzionava sulla racchetta di Raonic. E’ quello che Jannik fa con la sua”.

Basta così poco per ottenere un effetto così importante?
“La sensibilità della mano è tale che non c’è bisogno di avere un contatto diretto: il tessuto all’impatto è come un modulatore della vibrazione. Manda alla mano il segnale che serve a far riconoscere la racchetta come il naturale prolungamento del braccio. La mano è libera. E ti salva il movimento, che resta libero e non provoca mai co-contrazione. Ho scoperto così come inibire il riflesso inibitore da contatto. La gestione dell’attrezzo se la persona lo legge come oggetto estraneo, non naturale, genera tensioni non necessarie. E nei momenti più delicati, nei colpi di maggiore difficoltà, il sistema fa peggio ancora: toglie quasi l’occhio dalla palla perché vuol sapere che cosa succede con quell’oggetto estraneo. Nei momenti più critici ti toglie anche tranquillità. Se invece sei libero la resistenza alla fatica è dieci volte maggiore. Altrimenti il corpo toglie potenza al gesto perché è più preoccupato di dove va a sbattere”.

“Il tessuto ha nell’impasto una percentuale della mia polvere naturale (e mi mostra un barattolo con scritto a pennarello sul tappo Si 28 n.d.a) e ha il potere di dar la sensazione ai recettori di aver a che fare con un oggetto naturale. Ecco il concetto di integratore sensoriale. Jannik lo usa regolarmente e me lo chiede. Lo vuole. Una volta a Wimbledon è rimasto senza e si è accorto che gli mancava qualcosa. Lo senti subito perché il corpo si comporta diversamente quando è messo sotto pressione. Ho fatto fare dei test di verifica al Politecnico di Torino: porteranno questa coperta a un congresso di Neuroscienze questa primavera in Giappone. La scoperta è che al contatto con il naturale stiamo meglio”.
“La macchina umana nel tempo si è adattata ai cambiamenti. Ma adesso sono troppo veloci. Intorno a Sinner abbiamo fatto tanti lavori con il team di Riccardo Piatti. Abbiamo lavorato sull’equilibrio, quando è stato il caso ha tolto anche i denti del giudizio. Poi c’è chi cura la preparazione fisica con grande attenzione, c’è la prevenzione degli infortuni, l’attenzione a che cosa si mangia, che cosa si beve. Tanti piccoli dettagli, tutti importanti. Ognuno dà il suo contributo. D’altra parte quando hai in mano una Formula Uno che può e vuole vincere il Mondiale…”.