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Tecnologie e accessori

#RIGADIFONDO - L’hi-tech prêt-à-porter (o quasi) dei next gen

La tecnologia dei device indossabili per misurare i dati degli atleti è utilizzata in tutto il mondo dello sport. A Milano è a disposizione dei Next Gen, che però al momento nei match prediligono la libertà di movimento. In partita lo hanno usato solo Kecmanovic ( sempre) e Humbert (nell'ultimo match). “Ma è utilissimo”, sostiene Riccardo Piatti

di Gabriele Riva | 08 novembre 2019

La tecnologia adesso è prêt-a-porter. Merito della rivoluzione dell’Internet of Things e di quei device cosiddetti “wearable”, cioè indossabili. E così, oltre a calzoncini, t-shirt e cappello sul campo da tennis i nuovi grandi della racchetta, quelli che a Milano si stanno giocando le Next Gen Atp Finals 3.0, ci possono andare anche con una specie di top da fitness nero cui fissare un ‘scatolino’ lungo 8,1 cm e largo 4,3. Al suo interno, compresi nei 53 grammi di peso, un sensore inerziale, un ricevitore GPS da 10 o da 18 Hz, un giroscopio 3D da 2000 gradi/secondi e un magnetometro.
Solo che per adesso in pochi hanno intenzione di usarlo con continuità. A dire il vero, nei match ufficiali, ci sono scesi in campo solo Miomir Kecmanovic (sempre) e Ugo Humbert (nell'ultimo match). Gli altri no, perché - lo hanno detto chiaro - si sentono infastiditi nei movimenti. Non il serbo: “Non lo sento nemmeno addosso, a me piace e non so perché gli altri non vogliano usarlo”. Sensazioni in campo, probabilmente, in uno sport che più d’ogni coinvolge la sensibilità dei movimenti del tronco e delle spalle, proprio dove il ‘gilet 3.0’ si va a fissare sulla schiena dei giocatori.

Collegato a uno sportwatch, a un tablet o a un computer, è in grado di restituire dati sulla velocità e sulla direzione degli spostamenti, ma anche sull’accelerazione e sulla forza, oltre che su orientamento del corpo e, immancabile, frequenza cardiaca dell’atleta. Registra e comunica in wireless (fino a 300 metri il raggio d’azione garantito) e ha sei ore di autonomia per quanto concerne le batterie.

In altri sport, come il calcio o il football americano, l’utilizzo della tecnologia sviluppata da Catapult, società australiana nata dalla partnership tra l’Australian Institute of Sport e la Cooperative Research Centres alla vigilia delle Olimpiadi di Sydney 2000, è già molto diffuso. Lo usano, tra gli altri anche il Real Madrid, il Newcastle e il Leeds. Oltre a diverse realtà importanti dello sport universitario statunitense.
Come quella di Duke, forse il più glorioso ateneo USA quando si parla di College Basket. Lì, coach K, all’anagrafe Mike Krzyzewski, autentica leggenda della pallacanestro che ha guidato anche il Team USA dei ‘grandi’ in molte competizioni internazionali, ha riorganizzato tutto il sistema di cura fisica dell’atleta, affidando a Mike Porter il monitoraggio delle prestazioni. “Usiamo questa tecnologia con tutti i nostri atleti, in ogni allenamento e in ogni partita. Così possiamo avere un’idea precisa dell’intensità che viene messa in ogni sessione”.
Jamie Harley, Head of Sports Science del Newcastle, squadra della Premier League inglese, fa notare l’accuratezza dei dati registrati con il sistema in dotazione a Milano. “Ho fatto molte ricerche nel campo dell’utilizzo dei sistemi GPS e l’affidabilità e la precisione sono la prima cosa - ha detto. - Ormai i nostri calciatori non si rendono nemmeno più conto di avere i device addosso. Li indossano come fanno per i parastinchi, una cosa ormai normalissima”.

A ben pensarci però non stona il fatto che calciatori e giocatori di football fatichino meno dei tennisti ad abituarcisi. Nel caso del pallone, il fulcro della ‘sensibilità’ sta quasi tutta nei piedi, e pure per running back e defensive back, impegnati tra corse, sportellate e protezione di palla, indossare uno strato in più oltre a caschetto e protezioni non deve fare tutta questa differenza.

Storia diversa per chi alla ‘parte sopra’ del corpo affida buona parte dei suoi successi sul terreno di gioco. E magari è abituato a farlo, rincorrendo l’estate nel tour o nei palazzetti indoor, indossando soltanto un sottilissimo strato di materiale ultratecnico.

Nel mondo del tennis - quello del mercato di base, degli appassionati - esiste anche il pregresso dei sensori applicabili (o già applicati) alle racchette per misurare colpi, zona d’impatto, effetti impressi.

Le più grandi aziende del settore, direttamente o tramite partnership con realtà dell’hi-tech ci si erano tuffate ormai quasi un decennio fa. Ma il mercato non ha mai fatto veramente boom, sicuramente non come quello del data-tracking di altre discipline, come il running.

Tornando al top, alla vigilia del torneo erano stati proprio gli allenatori dei Next Gen, allineati dietro ai microfoni del Media Day, ad anticipare la problematica. Era stato tutto un coro di: “Bellissima idea, i dati che ci vengono forniti sono utilissimi, ma lo utilizzeremo solo in allenamento perché in partita i ragazzi ci dicono che si sentono scomodi”.

Il più deluso di tutti, dal tono di voce e dai concetti espressi, era proprio Riccardo Piatti: “Jannik (Sinner) non lo userà in partita perché al momento lo trova scomodo, lo sente muoversi negli spostamenti e non è a suo agio. A ne dispiace molto perché io e il suo preparatore atletico, Dalibor Sirola, avremmo avuto grande piacere e curiosità nell’analizzare i dati biometrici durante la prestazione. Possono essere utilissimi nella crescita di un giocatore”.
Come a dire, i dati dell’allenamento vanno bene, ma quelli della partita sono tutt’altra cosa. E in effetti Piatti ha confessato, davanti allo stesso microfono, che lui era talmente interessato alle potenzialità di questa tecnologia da averla sperimentata già tempo fa, quando allenava Milos Raonic. “Avevamo provato a usarla in qualche match ufficiale, ma eravamo stati ripresi dal Supervisior dell’ATP perché in torneo non era permesso”.

Il prezzo da pagare per essere avanguardia, precursori. Altri tempi, adesso però l’Atp spinge forte sulle innovazioni e i wearable sono diventati non solo ‘consentiti’ ma consigliati. Parte dello spettacolo nello spettacolo. Anche se, va precisato che tutti i dati dei giocatori non vengono resi pubblici (e ci mancherebbe, vista la loro natura ‘sensibile’). Al contrario, ben protetti, saranno a disposizione solo degli staff tecnici per sfruttare le potenzialità dei big data nei processi d’allenamento.

Ricapitolando, dall’Allianz Cloud Humbert fa sapere di “sentire un corpo estraneo addosso, andrà bene negli allenamenti e durante la preparazione ma durante i match meglio di no”. Stessa linea per Davidovich Fokina e Ymer: “Nella off-season sarà utilissimo”. Per De Minaur e Tiafoe “in futuro diventerà fondamentale, ma non qui e non ora”.

Quindi? Wearable device, big data e hi-tech sono prêt-à-porter? Oggi no, domani forse ma dopodomani… sicuramente.