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Tecnologie e accessori

Anatomia delle superfici: duro non vuol dire veloce

I 5 gradi di rapidità secondo l’ITF, le caratteristiche “fisiche” che ne condizionano la classificazione, le possibilità per l’installazione. Tutto quello che avreste sempre voluto chiedere sui campi

di | 24 luglio 2019

Terra battuta? Lenta. Erba ? Velocissima. Cemento? Duro e abbastanza veloce. Tappeti indoor? Veloci o velocissimi. Questa l’immagine che il tennista medio ha sempre avuto dei diversi tipi di campo da tennis. In Italia, patria del mattone tritato, l’argomento era puramente accademico, visto che la terra rossa rappresentava la quasi totalità dei terreni di gioco. Oggi non è più così. Spinti dall’esigenza di contenere i costi di manutenzione e di abituare i giovani agonisti alle superfici che troveranno affrontando il tennis internazionale, agevolati dal “progetto campi veloci” della Federtennis, molti circoli hanno cominciato a svoltare, a far spalmare resine sintetiche “là dove c’era la terra”.
Nel frattempo è cambiato tutto, in particolare i parametri cui accennavano all’inizio. Il “rosso” non è detto che sia così lento. L’erba di Wimbledon non è (più) affatto veloce. I tappetini gommosi sono spariti dai tornei indoor e il campo cosiddetto “duro” (hard court) che ormai spadroneggia in metà del circuito professionistico va dal medio-lento, al lentissimo, a seconda del materiale che sta sotto i pochi millimetri di vernice e alla quantità di sabbiolina che viene mescolata alla resina stessa. E dunque, quando si parla di campi duri o veloci, bisogna intendersi molto bene; non a caso l’ITF ha stabilito 5 gradi di velocità in base ai quali classificare tutte le superfici di gioco. Ma facciamo un passo indietro.

Agli inizi del secolo scorso era il Lawn Tennis, quello dell’ All England Lawn Tennis di Londra. Si parla di Wimbledon e di erba ovviamente; il tennis, dovrebbero saperlo tutti, è nato sui prati. Ovviamente con il trascorrere del tempo e il diffondersi del gioco, in base alle esigenze locali, alle condizioni meteorologiche, ai materiali disponibili ma anche alla cultura dei paesi le superfici, insieme alle regole e al gioco stesso, si sono evolute.

Così come Australia, India o Sudafri-ca seguivano l’esempio della madre Gran Bretagna adottando l’erba naturale come superficie di gioco per il tennis, i paesi latini come l’Europa Meridionale o il Sudamerica si sono inventati la terra battuta; mentre nel freddo Nord Europa preferivano tappeti sintetici al chiuso. A ciascuno il suo.

Come detto a tracciare le linee guida è soprattutto il clima con i suoi impedimenti e con obblighi di manutenzione e mantenimento diversi in ogni zona, legati anche agli usi e costumi delle popolazioni. A proposito di geografia, negli States sono sempre convissute realtà differenti: i campi “hard” della California, i conservatori dell’erba nel New England o ancora gli innovatori del Sud dove è andata via via affermandosi una terra battuta di colore verde.

Un’Italia color mattone

La maggior parte dei campi del nostro Bel Paese è rossa, polvere di mattone, e c’è ancora diffidenza verso tutto ciò che non è “clay court”.

Quello che ancora non tutti hanno capito, o meglio, quello che forse non tutti ancora sanno, è che i cosiddetti campi veloci, in realtà veloci non sono.

O perlomeno, sono veloci solo se questa caratteristica è specificamente richiesta dal committente al momento di rifare il campo.

Oggi i campi duri diffusi a livello professionistico sono di velocità media se all’aperto (es. Australian Open, Us Open) ma decisamente lenti se al coperto (Masters 1000 di Parigi-Bercy, Masters finale di Londra) perché la resina viene spalmata su tavolati di legno.

Quattro fattori fisici

Quali sono le caratteristiche che determinano il grado di “velocità” della superficie? Ci sono quattro fattori fisici determinanti: attrito, elasticità, smorzamento e rimbalzo.

Il primo, molto semplicemente, misura la perdita di energia cinetica della pallina al contatto con il terreno; oltre a incidere sulla velocità della superficie condiziona anche la restituzione degli eventuali spin impressi alla pallina; l’elasticità è un parametro che determina invece la capacità di assorbimento degli impatti del piede con il suolo. Superfici elastiche favoriscono la velocità e riducono il dispendio muscolare limitando di conseguenza i traumi.

In quest’ottica la capacità di smorzamento riguarda proprio il quantitativo di energia restituita agli arti inferiori con l’impatto: più il valore è alto, meglio è. Fino a 15-20 anni fa c’era enorme differenza tra terreni naturali (erba o terra) con smorzamenti elevati e i sintetici che con valori bassi erano impegnativi e dunque anche poco sicuri e confortevoli per muscoli e articolazioni. Al giorno d’oggi le differenze si sono molto ridotte.

Infine il rimbalzo, sul quale in sintesi incidono le tre caratteristiche sopra spiegate e la loro combinazione: l’altezza del rimbalzo è direttamente proporzionale all’elasticità (e inversamente allo smorzamento) mentre gli spin vengono restituiti (alto il top, basso il back) se c’è notevole attrito; infine a più smorzamento corrisponde minor rimbalzo.

Classificazione internazionale

Alla Federazione Internazionale di tennis, l’ITF, generalmente arrivano dalle ditte costruttrici le richieste per l’omologazione ufficiale della superficie. Esistono otto codici dalla A alla J che vanno dall’acrilico passando per erba e terra artificiale, cemento, carpet, e altre. Ma le cinque categorie che più interessano vanno da Slow (1) a Fast (5) con intermezzi di 2 (medium slow), medium (3) e medium fast (4). In poche parole se la terra è 1, le superfici sintetiche si dividono il range da 2 a 5.

Suggerimenti per scelta

Quale scegliere? La cara vecchia terra è sempre graditissima, ma se il campo è adibito a più discipline meglio l’erbetta sintetica; se i campi sono usati per fini didattici o addestrativi (agonistica o Scuola Tennis che sia) le superfici medie tipo 2 e 4 potrebbero fare al caso vostro. Va ovviamente valutata e contestualizzata nel complesso la struttura e che tipo di disponibilità di spazi ha rispetto ad altri campi già esistenti.
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Le superfici naturali hanno “richieste” di manutenzione davvero importanti; inoltre bambini e/o allievi abituati a più superfici diverse diventeranno sicuramente giocatori tecnicamente più completi.

Sono questi alcuni dei motivi da cui partire per prendere in considerazione superfici sintetiche, non importa di che grado. Da ribadire sicuramente il concetto per cui rispetto ad anni fa questi campi sono molto meno traumatici, meno diversi dal rosso. Giocare e divertirsi tutti sul “duro”, sul “veloce” si può. Anche perché in verità, non è più né troppo duro, né troppo veloce.