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Con un trofeo dello Slam sulla mensola del salotto si respira meglio, si pensa meglio, si gioca meglio. E se una che gioca lei acquisisce fiducia nella libertà di tirare i propri colpi, continuando a percorrere la strada indicata dalla sua coach, allora le altre devono seriamente cominciare a preoccuparsi.
di Cristian Sonzogni | 12 giugno 2026
Da qualche parte, quando ha vinto il Roland Garros, qualcuno ha usato l'espressione 'finalmente'. Che per una 19enne è un po' un controsenso, ma che allo stesso tempo rende bene l'idea del personaggio che abbiamo di fronte e del suo potenziale. Mirra Andreeva si è presa dunque il primo Slam, cosa che in effetti era nell'aria da un pezzo, visto i mezzi di una ragazza siberiana con una capacità tutta mediterranea di essere solare in ogni azione, in ogni gesto. Sarà per natura, sarà per la partnership clamorosamente ben riuscita con Conchita Martinez, ma Mirra che vince è una benedizione per il tennis femminile, sempre alla ricerca di icone e possibilmente alla ricerca di sorrisi.
Mirra non è Jasmine Paolini, intendiamoci. Lei, la russa, ride solo quando vince, quando tutto le va nel verso giusto, ché altrimenti la sua personalità piuttosto marcata la porta verso il muso lungo tipico degli adolescenti alle prese con le prime delusioni della vita. Ha avuto un bel daffare, Conchita, a spiegarle il concetto negli ultimi due anni: 'va bene che hai talento, va bene che fai correre la palla, ma quello da solo non basta'. Così l'ex campionessa di Wimbledon ha costretto la sua allieva davanti a YouTube, mostrandole tante sue vecchie partite. Ce la immaginiamo già, Mirra, intenta a osservare quelle sue colleghe così antiche – ai suoi occhi – con la stessa voglia di chi deve accomodarsi sulla sedia del dentista. Però il fatto è che le è servito per davvero. Lo ha detto lei stessa, miss Andreeva, da Parigi: “Ho capito finalmente quello che la mia coach mi voleva dire”.
Detto, fatto. In 7 partite al Bois de Boulogne ha lasciato per strada un solo set (per distrazione), mentre per il resto non ha concesso a nessuna di andare oltre i quattro game. In finale, ha dominato Maja Chwalinska e francamente pareva di vedere due giocatrici di categorie diverse, come un peso massimo contro un peso piuma. Poi sono stati sorrisi, appunto, baci e abbracci, battute. Quelle che a Mirra piacciono tanto, non per ingraziarsi il pubblico ma per puro diletto personale. Come quando, alla domanda su quale fosse il suo luogo preferito in quel di Parigi, ha risposto semplicemente 'il letto della mia camera d'albergo'.
Mirra è la prima russa a vincere un Major da Maria Sharapova, altra siberiana, ma lontana anni luce per carattere. Meno, per il tennis. Equilibrate entrambe nei fondamentali, Maria era più efficace fin dal principio della carriera, più 'focus', direbbero quelli che ne sanno. Ma Mirra (con Conchita, ovviamente) dalla sua ha la capacità di muovere maggiormente la palla, una superiore elasticità che nel tennis moderno può essere la chiave.
E pazienza se la russa di Krasnojarsk – poi trasferitasi a Mosca – alle domande sulla coach risponde in modo (fintamente, simpaticamente) seccato. “State dando troppa attenzione alla mia allenatrice”, spiega accompagnando un sorriso sornione che vuole dire qualcosa del tipo: 'mi avete scoperto, è merito suo'. Certo, poi in campo a eseguire i compiti ci va lei, ma Conchita è stata davvero un toccasana, per una ragazza che da tempo aveva il potenziale per arrivare in fondo ai Major, ma che fin qui si era scontrata con giornate no, avversarie più concentrate e più continue, pensieri bislacchi. Adesso che si è sbloccata, per la bionda siberiana comincia una carriera diversa, o almeno potrebbe cominciare. Con un trofeo dello Slam sulla mensola del salotto si respira meglio, si pensa meglio, si gioca meglio. E se una che gioca come lei acquisisce fiducia nella libertà di tirare i propri colpi, continuando a percorrere la strada indicata dalla sua coach, allora le altre devono seriamente cominciare a preoccuparsi.
A Wimbledon, visto che ormai siamo entrati in tema erba, Mirra ha raggiunto i quarti di finale lo scorso anno, sconfitta in due tie-break da Belinda Bencic. Ma è chiaro che i prati potrebbero essere – come qualsiasi altra superficie – un suo terreno di conquista. Quei prati che guarda caso Conchita – sempre lei – seppe addomesticare nel 1994 partendo da una storia di terraiola purissima. Alla sua allieva basterà meno, sulla carta, per capire come muoversi e come adattare la propria forza ai campi verdi del Tempio. Le specialiste del serve&volley ormai non ci sono più, i rimbalzi bassi e gli spostamenti per Mirra non sono un problema, il servizio per lei sta diventando un'arma seria. E allora perché non sognare in grande? Wimbledon comporta a chi si approccia il dovere di una certa dose di serietà, ma in fondo il sorriso furbo di Mirra Andreeva ci starebbe bene, nel sabato della finale femminile. Come una pennellata di colore su una tela bianca.