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US Open, una storia esagerata!

La prima edizione del torneo americano risale al 1881. Con l’approdo a Forest Hills e, ancora di più con il trasloco definitivo a Flushing Meadows nel 1978, si è trasformato nell’evento planetario che conosciamo oggi

| 02 settembre 2026

Una panoramica dell'Arthur Ashe Stadium allo US Open (Getty Images)

Una panoramica dell'Arthur Ashe Stadium allo US Open (Getty Images)

Newport, 31 agosto 1881. Quattro amici al bar, o poco più: il torneo è riservato solamente agli uomini - venticinque al via - quattro giorni di gare, campi in erba, pochi spettatori, zero soldi e nessun sentore di quello che sarebbe accaduto qualche anno più avanti. Richard D. Sears da Boston, è uno studente di Harvard e un ottimo tennista; neanche lui, probabilmente, immaginava di poter diventare la prima leggenda di questo torneo. Vince il primo dei suoi sette titoli consecutivi; nessuno, ancora oggi, è riuscito a togliergli questo primato- Un'altra epoca. Foto sbiadite, in bianco e nero. 

145 anni dopo, invece, è tutto luci e colori. Gli US Open sono un evento planetario, dal montepremi stellare, riservato solo ai migliori al mondo. Un appuntamento di fine estate imperdibile per oltre un milione di spettatori provenienti da ogni angolo del globo. Non tutti sanno, però, che prima di trovare la sua casa definitiva, quella che oggi lo rende il torneo più ‘esagerato’ del mondo, c’è stato un pellegrinaggio lungo quasi un secolo: nove sedi diverse - The Casino Newport, Longwood, Philadelphia Cricket Club, Germantown, Staten Island, Orange Tennis Club, St. George Cricket Club – prima dell'approdo a Forest Hills, prima del viaggio finale a Flushing Meadows.

L'americano Donald Budge (a sinistra) riceve il trofeo del 1938 a Forest Hills dal presidente della federazione statunitense Holcombe Ward (al centro) - Foto Getty Images

L'americano Donald Budge (a sinistra) riceve il trofeo del 1938 a Forest Hills dal presidente della federazione statunitense Holcombe Ward (al centro) - Foto Getty Images

Forest Hills, West Side Tennis Club; solo il nome evoca ricordi meravigliosi. Ha ospitato il torneo fino al 1977 e lo ha portato in un’altra 'dimensione': Bill Tilden, René Lacoste, Fred Perry, Donald Budge, Ken Rosewall, Roy Emerson, Rod Laver, Arthur Ashe, Jimmy Connors, Guillermo Vilas. E ancora, Helen Wills-Moody, Alice Marble, Maureen Connolly, Althea Gibson, Margareth Smith-Court, Maria Bueno, Billie Jean King, Chris Evert. Qui il torneo ha cambiato pelle, metabolizzando negli anni l'idea che, per crescere ancora, avrebbe avuto bisogno di un ulteriore trasloco: quello definitivo, a poco più di tre miglia di distanza.

Flushing Meadows, nel cuore di Corona Park, USTA National Tennis Center (solo nel 2006 sarà intitolato a B.J.K.). E pensare che qui una volta c’era la discarica di New York; una zona malfamata che negli anni ’30 e successivamente negli anni ’60 – grazie alle due grandi Esposizioni Universali - fu interessata da una straordinaria operazione di bonifica e riqualificazione. Inaugurato il 29 agosto 1978 da un match di Bjorn Borg, qui il torneo ha indossato il suo abito migliore, trasformandosi anno dopo anno in uno scintillante 'ballo di gala', tappa finale della stagione Slam. 

L'Arthur Ashe Stadium a Flushing Meadows (Getty Images)

L'Arthur Ashe Stadium a Flushing Meadows (Getty Images)

New York non ospita il torneo: lo 'respira'. In ogni angolo della Grande Mela c’è una dichiarazione d'amore per il tennis, difficile dire dove finisca la città e dove cominci lo Slam. I campi in cemento, l'equal prize money, le sessioni serali, l'introduzione del tie-break:  gli US Open sono anche una storia di rottura con il passato, di una grande sfida alla tradizione. Nel 1997, con l’inaugurazione dell'Arthur Ashe Stadium, New York fa le cose in grande: l'arena del tennis più grande del mondo. Gli US Open si specchiano orgogliosi, ma ancora insoddisfatti; nel 2018, con un progetto a dir poco sensazionale, fanno atterrare una 'astronave' sopra l’Ashe, un tetto retrattile a dir poco avveniristico, accompagnato da un restauro generalizzato di tutta la struttura e dei campi.

N.Y. è la città che non dorme mai, e anche gli US Open sono in continuo movimento: il futuro da queste parti è già arrivato, e con un investimento monstre da oltre 800 milioni di dollari, il Billie Jean King National Tennis Center entro il 2027 si rifarà completamente il look, arricchendo il site con strutture nuove di zecca (come il Player Performance Center).

Perché in fondo lo US Open ha sempre avuto un unico, vero avversario: sé stesso, e la sua ossessione di superarsi costantemente. Edizione dopo edizione.

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