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Una statua per Djokovic? A Melbourne Park ci pensano

Secondo il quotidiano The Age, Tennis Australia dovrebbe rompere la regola e dedicare una statua a Novak Djokovic a Melbourne Park. Ma le questioni extra-tennistiche potrebbero rinviare l'omaggio al campione più titolato all'Australian Open

di | 01 febbraio 2026

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Gli australiani amano lo sport tanto quanto amano la celebrazione delle loro inevitabilmente poche icone. Il giorno della festa nazionale è scandito ogni anno da una distribuzione a pioggia di onorificenze che somiglia alla recita di fine anno delle elementari: il più bravo porta a casa la medaglia, ma anche all’ultimo non si negano attestati e pacche sulle spalle. Il combinato disposto si traduce in una quantità di statue di atleti paragonabile a quelle del Buddha in Thailandia.

Superano abbondantemente il centinaio. Attorno al gigantesco Melbourne Cricket Ground, il cuore dell’impiantistica di quella che si autodefinisce la capitale mondiale dello sport, le statue sono nove, quasi tutte in bronzo, dedicate a leggende di cricket e AFL, il footy locale. Si va dall’amatissimo cricketer Shane Warne, all’italo-australiano Ron Barassi, rappresentato mentre arringa i compagni, a quella del divisivo James Hird, capitano e icona di Essendon, celebrato prima che uno scandalo doping travolgesse il club e ne insudiciasse definitivamente l’aura. La statua è rimasta, il consenso no.

A trecento metri in linea d’aria, nel 1988, è sorto Flinders Park, poi ribattezzato Melbourne Park. Iconograficamente glabro come un infante, nel 1993 a Tennis Australia è venuta l’idea di popolarlo con i busti degli Hall of Famer della racchetta. Oggi, nella Garden Square – un tempo cuore, ora al massimo fegato della struttura, a giudicare dall’offerta gastronomica – ce ne sono 49. Il primo che si incontra entrando è, ovviamente, Rod Laver. Alcuni busti sono riusciti (Todd Woodbridge), altri molto meno (Lleyton Hewitt), altri talmente discutibili che Pat Rafter sembra Judy Dalton e Judy Dalton sembra Pat Rafter.

Djokovic e Melbourne: un amore da 10 e lode

Djokovic e Melbourne: un amore da 10 e lode

La tradizione è chiara: solo australiani. Ed è proprio qui che l’ipotesi lanciata nei giorni dal quotidiano The Age fa rumore. Tennis Australia dovrebbe rompere la regola e dedicare una statua a Novak Djokovic? Dal punto di vista dei numeri, la domanda è quasi retorica. Il serbo è il giocatore più vincente della storia: 24 Slam, 428 settimane da numero uno, otto stagioni chiuse in vetta, l’unico ad aver completato il “Golden Masters” e una collezione di titoli 1000 paragonabile solo a quella di auto di grossa cilindrata di Bernard Tomic.

A Melbourne, Nole ha costruito metà del suo mito: 10 Australian Open, 104 match vinti, una finale del 2012 contro Nadal durata cinque ore e 53 minuti, la più lunga di sempre. Nessun altro torneo ha inciso così tanto sul suo curriculum. Del resto, se il 27 maggio del maggio 2021 il Roland Garros ha inaugurato una statua di Rafael Nadal in acciaio inox, e a Parigi hanno accantonato il loro proverbiale chauvinismo (bissando il riconoscimento con una placca permanente sullo Chatrier) per celebrare il dominio dell’uomo che ha riscritto la storia del torneo, perché non a Melbourne?

Semplice, perché qui la questione è più scivolosa. Non tanto per i risultati, quanto per la memoria recente e per il modo in cui vengono affrontare le cosiddette questioni controverse. Djokovic si porta dietro la macchia del 2022: la detenzione e l’espulsione per la vicenda dell’esenzione al vaccino anti-Covid. Una parte dell’opinione pubblica ha perdonato in nome della realpolitik, un’altra ha considerato quei giorni nell’hotel per immigrati di Carlton una punizione più che sufficiente. Altri lo hanno eretto a martire e mito, a leggenda di stampo che guevariano, metà campione e metà unto dal Signore. Ecco, proprio questi stanno spingendo affinchè sulla scia del Roland Garros, anche Melbourne Park ospiti una statua permanente dell'uomo che ha ridefinito l’èra moderna dell’Happy Slam.

Novak Djokovic (Getty Images)

Novak Djokovic (Getty Images)

Ma molti ritengono ancora che l’espulsione sulla base del rischio puramente teorico che Djokovic influenzasse gli australiani e desse voci alla fronda anti-vax, rischiando così di minare la campagna vaccinale e quindi mettendo a rischio la salute pubblica, sia stato un compromesso dialettico e legale per salvare capra e cavoli, per evitare di togliere il tappo su una vicenda più intricata e con responsabilità più ampie, di tutti.

E poi c’è la questione del double standard: l’Australia non ha mai del tutto fatto pace nemmeno con Margaret Court, fischiata nel 2020 durante le celebrazioni per il 50mo anniversario del suo calendar year Grand Slam. E se sulla donna più vincente di sempre pende ancora questa spada di Damocle che porta ogni suo riferimento ad essere pronunciato a mezza bocca, è chiaro che celebrare Djokovic tout court apparirebbe di fronte ad una fetta d’Australia come un’insostenibile applicazione di due pesi e due misure.  

L’interessato, al momento, nicchia. Dice che sarebbe lusingato, ma che parlarne lo mette a disagio. A giudicare da come hai risposto al giornalista che gli ha chiesto di paragonare la sua rincorsa giovanile a Roger e Rafa a quella matura a Jannik e Carlos, più che una statua pensa probabilmente di meritare un colosso di Rodi. E forse anche che il centrale, la città, lo stato e la nazione prendano il suo nome. Tennis Australia, in tutto ciò è stretta tra due fuochi. E probabilmente spera che Godzilla emerga dallo Yarra e distragga tutti: perché in questa discussione ogni passo rischia di finire su una montagna di materiale organico. E allora, piuttosto che scontentare tutti, forse tifa anche per Alcaraz. Come Nadal, del resto.

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