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Si possono vincere gli Us Open senza tornei di preparazione? Ciò che più si avvicina a questa impresa è il percorso di Dominic Thiem, che nel 2020 vinse il primo e unico Slam della carriera, avendo giocato in precedenza una sola partita, peraltro persa nettamente
di Cristian Sonzogni | 16 agosto 2026
Si può pensare di vincere gli Us Open senza aver giocato prima né in Canada, né a Cincinnati? La domanda ha senso oggi più che mai, considerando che i due fenomeni della nostra epoca, Jannik Sinner e Carlos Alcaraz – numero 1 e numero 2 del mondo – hanno forzatamente dovuto eliminare i due Masters 1000 nordamericani dalla loro programmazione, ma poi a New York, se lo spagnolo sceglierà di prendere parte all'ultimo Slam della stagione, saranno nuovamente la coppia da tenere d'occhio, quella su cui tifosi e media punteranno i riflettori.
È una domanda che in realtà ne contiene un paio, visto che affiancare i due percorsi recenti dei dominatori del circuito non è possibile, né corretto. Da una parte c'è Sinner, che dopo Wimbledon non ha più giocato ma che in ogni caso in stagione ha trovato continuità, a parte qualche acciacco che ha suggerito una maggiore attenzione in fase di preparazione verso l'ultimo Major del 2026. Dall'altra c'è un Alcaraz che da Barcellona in poi è diventato una sorta di fantasma, oggetto misterioso sul quale circolano indiscrezioni e fotografie, ma sul quale di certo non si sa davvero nulla.
Per provare a rispondere, partiamo dai fatti. La vicenda sotto esame – ossia il trionfo a New York sostanzialmente senza eventi di avvicinamento – non si è mai verificata nella storia del tennis, nell'Era Open. Dunque ben oltre quelle modifiche al calendario che hanno introdotto i Masters 1000 (prima ancora denominati Masters Series o Super 9). Ciò che più si avvicina è il percorso di Dominic Thiem, che nel 2020 vinse il primo e unico Slam della carriera, avendo giocato in precedenza una sola partita, peraltro persa nettamente.
Nell'anno della pandemia, in Canada non si giocò, mentre il Masters 1000 di scena a Cincinnati, che allora si chiamava "Western & Southern Open" si giocò eccezionalmente a New York, pur mantenendo la stessa denominazione: lì l'austriaco raccolse tre game contro Filip Krajinovic. Tre settimane più tardi, avrebbe alzato al cielo il trofeo, battendo in cinque set Alexander Zverev. Fu dunque un avvicinamento sostanzialmente inesistente, ma in una stagione molto particolare, con il circuito fermo da marzo a causa della pandemia di Covid-19 che aveva sconvolto il mondo.
Un altro precedente interessante per spiegare il concetto, ma stavolta con qualcuno che ha finito per inciampare, è quello di Marin Cilic nel 2017. Il croato arrivava dalla finale di Wimbledon persa contro Roger Federer, ma un problema all'adduttore gli impedì di disputare sia Montreal, sia Cincinnati. Si presentò così agli Us Open senza una partita ufficiale da oltre sei settimane e con un precedente importante dalla propria parte, visto che a New York aveva già vinto nel 2014. Non gli andò troppo bene. Superò Tennys Sandgren e Florian Mayer, poi al terzo turno finì per sbattere contro Diego Schwartzman, che lo superò in quattro set. Cilic commise 80 errori gratuiti: un numero che racconta abbastanza bene quanto possa costare, anche a un campione Slam, presentarsi a Flushing Meadows senza il ritmo partita.
È proprio a questo punto, però, che conviene separare le strade di Sinner e Alcaraz in vista del prossimo Slam. L'altoatesino ha disputato l'ultima partita ufficiale nella finale di Wimbledon, vinta contro Alexander Zverev, e ha rinunciato prima a Montreal e poi a Cincinnati, per preservare il ginocchio che non dava garanzie. Jannik ha spiegato in prima persona di non sentirsi ancora pronto per competere e di avere scelto di concentrare il lavoro sul recupero in vista dello Us Open. Il suo stop, insomma, è sì abbastanza lungo ma arriva al termine di una prima parte di stagione nella quale il numero uno ha accumulato partite, vittorie e certezze. A New York dovrà ritrovare velocemente le sensazioni del cemento, ma non dovrà ricostruire il proprio tennis.
Per Alcaraz, il punto interrogativo è molto più grande. Lo spagnolo non disputa un incontro ufficiale da aprile, quando il problema al polso accusato a Barcellona lo ha costretto a fermarsi. Ha saltato Roma, Madrid, Roland Garros, Queen's, Wimbledon, Montreal e adesso Cincinnati. Il suo bilancio stagionale resta di 22 vittorie e 3 sconfitte, ma quei numeri appartengono ormai a un'altra fase dell'anno, a qualcosa che non è nemmeno più nei ricordi dei giocatori, abituati a ragionare di settimana in settimana. Cinque mesi senza competizione sono un'altra cosa rispetto alle sette settimane di Sinner. Significano non avere riferimenti reali sul servizio, sulla risposta, sugli spostamenti sotto pressione; soprattutto, non sapere come reagirà il proprio corpo quando gli scambi smetteranno di essere quelli fatti al ritmo dell'allenamento.
New York, peraltro, non concede tregua. Al meglio dei cinque set, con caldo e umidità spesso importanti, sul duro, il primo avversario pericoloso può presentarsi già nei primi giorni, sotto forma di qualcuno che altrove farebbe meno paura. E chi arriva da Canada e Cincinnati avrà nelle gambe diversi incontri in tre settimane, dunque sarà molto più rodato. Poi, intendiamoci, c'è l'eccezione che accompagna sempre i campioni. Sinner e Alcaraz hanno ormai dimostrato di appartenere a quella categoria di fenomeni ai quali non si applicano necessariamente le regole degli altri. Se uno dei due dovesse alzare il trofeo a settembre, avrebbe fatto qualcosa che in quasi sessant'anni di tennis nell'Era Open nessuno è ancora riuscito a fare. E forse è proprio questo il modo migliore per raccontare un'epoca che alla fine - comunque vada - si rispecchierà nelle loro storie: anche quando non giocano, finiscono per avere davanti un record da inseguire.