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Il drammatico ko del primatista dei 24 Slam è vissuto in modo diametralmente opposto della folla di New York e da Jelena che capisce, già prima della catastrofe, che Novak è nudo alla meta, nelle mani di Navone e di un futuro incerto. Verso il traguardo di Los Angeles 2028
di Vincenzo Martucci | 31 agosto 2026
Quando, nell’indimenticabile domenica 30 agosto 2026, il mitico Novak Djokovic era sul punto di completare l’ennesima rimonta, sul 6-7 7-5 6-4, nell’ennesimo leggendario cammino nei tornei dello Slam, sotto le mille luci degli Us Open di New York, pochi, pochissimi dei 23.771 spettatori dell’immenso Arthur Ashe Stadium temevano che l’impresa del primatista di 24 Majors si fermasse lì. Come diceva l’ennesimo record dell’uomo che ha clamorosamente rovesciato il duopolio Federer-Nadal: non perdeva nel primo turno dei tornei più grandi da addirittura 78 puntate di fila, dagli Australian Open 2006. Vent’anni fa.
Ma uno dei pochi scettici. Anzi, una, era la più preoccupata, e stava emblematicamente, a capo chino proprio seduta nei posti riservati a "family" nella tribuna del 39enne, idolo della Serbia tutta e di più generazioni di tennisti. E si struggeva già da tempo, con una smorfia di dolore che le contorceva le rughe del viso, in netto contrasto col bambino che le esultava accanto, l’erede al trono, Stefan, sempre più eccitato e capo-claque del rumorosissimo e vorace pubblico della Grande Mela. Era la moglie di Nole, Jelena, che conosce meglio di tutti il Campione di gomma e sa benissimo quante siano scarse le energie fisiche rimaste al re delle racchette dopo una carriera col pedale dell’acceleratore sempre premuto, e conosce le sue reazioni, le sue rabbiose urlate, le sue ultime vulnerabilità.
Lei, fra i pochi di quella massa minacciosa dello stadio di tennis più grande del mondo, conosceva il destino di chi ancora una volta aveva spremuto tutte le sue forze, per tre ore, nel caldo-umido, spinto dal povero, solidissimo, peone argentino Mariano Navone, figlio della terra rossa, che sul cemento e contro il gigante Djokovic appariva come una vittima sacrificale. Lei sapeva che Novak aveva grattato il fondo del barile, facendo appello per l’ennesima volta al suo io indomito e ribelle. Lei vedeva meglio di tutti che le gambe di Djoker erano di marmo, che il dritto partiva terribilmente in ritardo, che il fiato era sempre più corto. Anche se, la magnanima giudice di sedia, aveva ormai dimenticato lo shot Clock, la clessidra, mannaia per le perdite di tempo che punisce gli altri soldati del tennis. Jelena vedeva che l’eroe era nudo alla moneta e piangeva in cuor suo per il marito, per l’uomo.
Quello che è accaduto da lì in poi, il 6-2 6-1 per l’avversario, è stato infatti l’inferno, un dramma che Novak non potrà mai cancellare nei suoi souvenir di New York, come gli altri due sfregi su quel campo, l’espulsione del 2020 e il grande Slam fallito all’ultimo ostacolo nel 2021, insieme alle 6 finali perse su 10. Ma quant’è successo domenica notte è ancora peggio.
Perché, a quel punto del match, ancora un paio d’anni fa, dopo aver rimontato ed aver ristabilito il vantaggio anche psicologico sull’avversario il risultato sarebbe stato scritto in automatico a favore del favorito, si poteva solo scommettere sui termini dell’ultimo set necessario per alzare ancora le braccia al cielo e mimare il suono del violino in onore della figlioletta: 6-1, 6-2?
Ormai, invece, senza più forze, senza più i suoi anni da atleta ideale che rimbalzava come una molla di qua e di là del campo, chiudendo ogni spiraglio agli avversari, Djokovic si è spento, impotente, in balìa di un atleta vero, sano, competitivo. Che, come da contratto, ha completato la gara a livello ancora alto fino alle 4 ore e mezza del match, infliggendo una mazzata tremenda all’orgoglio e alla credibilità di quello che lui e tanti altri colleghi declamano il Goat del suo sport.
E così, davanti al campione dei 101 titoli ATP che ha spezzato i mitici Federer e Nadal, che si spezza a sua volta, e vomita in campo e piange sconvolto dalla propria impotenza, gli elogi al re indomito e senza età che cade ferito nella polvere virano nella domanda più truce: ma perché non ti ritiri?
Sbeffeggiando, oggi, la scommessa di Djokovic che vede il traguardo finale all’Olimpiade di Los Angeles 2028. Mentre, in parallelo, quasi come un beffardo gioco del destino, Roger Federer festeggia ancora l’addio entrando con tutti gli onori nella Hall of Fame. Con la moglie, Mirka, che racconta quello che un giorno Jelena racconterà di Novak.