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“Ero preda dei crampi. Stavo soffrendo fisicamente - ha raccontato il tedesco - anche se penso che quei crampi fossero più mentali che fisici. Paradossalmente credo che mi abbiano aiutato. Mi hanno costretto a lasciarmi andare, a colpire la palla con più libertà. Da lì il quinto set è andato dalla mia parte”
07 giugno 2026
Alexander Zverev è rimasto per anni a un passo dal traguardo. Ha vissuto finali perse, occasioni sfumate, infortuni devastanti e momenti in cui la fiducia in sé stesso sembrava vacillare. Per questo, quando sul Philippe Chatrier arriva finalmente il momento della consacrazione e il tedesco conquista il Roland Garros 2026 battendo Flavio Cobolli, il significato va ben oltre un semplice titolo.
A un certo punto ammette candidamente di essere “già un po’ ubriaco”, ma dietro le battute emerge tutta la profondità di una vittoria inseguita per una vita. “Ero preda dei crampi. Stavo soffrendo fisicamente, anche se penso che quei crampi fossero più mentali che fisici. Ero molto teso, molto emotivo, anche piuttosto instabile. Paradossalmente credo che mi abbiano aiutato. Mi hanno costretto a lasciarmi andare, a colpire la palla con più libertà. Da lì il quinto set è andato dalla mia parte”.
Una spiegazione che non è sorprendente, ma che racconta bene la pressione accumulata sulle sue spalle. Zverev era arrivato a Parigi come uno dei favoriti, soprattutto dopo le eliminazioni anticipate degli altri big del tabellone, Sinner su tutti. Per due settimane aveva gestito tutto alla perfezione. In finale, però, il peso dell’occasione si è fatto sentire.
“Penso di aver gestito molto bene tutto il torneo. Con l’uscita di Sinner, con quella di Djokovic, sono rimasto calmo e concentrato. Oggi invece non ci sono riuscito allo stesso modo. Ero molto più nervoso, il mio livello è stato più altalenante. Ma credo sia anche umano”.

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Il risultato finale, però, cancella anni di frustrazioni e trasforma radicalmente la prospettiva con cui guardare al futuro. “Meno di un anno fa ero in una situazione completamente diversa. Lo scorso anno è stato uno dei più difficili della mia carriera. Quest’anno è uno dei più felici. È una sensazione completamente diversa. L’anno scorso non ho giocato bene. Ho avuto tanti problemi fisici, ho faticato molto con il mio tennis. Ho ritrovato davvero il mio livello soltanto a Vienna, verso la fine della stagione”.
Ecco perché questo successo rappresenta molto più di un trofeo. “Questa vittoria cambia tante cose. Se avessi perso anche questa finale, la mia fiducia avrebbe subito un colpo enorme. Invece ora sento di poterlo fare ancora”. A chi gli ricorda una sua vecchia frase – “preferisco essere il peggior vincitore Slam della storia piuttosto che il miglior giocatore a non averne vinto uno” – risponde senza esitazioni.
“Se qualcuno vuole definirmi il peggior campione Slam di sempre, in questo momento non potrebbe importarmene di meno. Ora, qualunque cosa succeda, sarò sempre un campione Slam. Nessuno potrà portarmelo via. Forse questo mi darà più libertà. Forse la prossima volta che giocherò una finale il mio approccio mentale sarà più sereno”.
Tra i momenti più emozionanti della giornata c’è stato naturalmente il match point. Quando Cobolli manda fuori l’ultima palla e il tedesco si lascia cadere sulla terra battuta. “All’inizio non riuscivo nemmeno a credere di aver vinto. Poi ho guardato il mio box e ho visto tutti festeggiare. Quando ho visto mio padre alzare le braccia ho capito che era davvero successo. Questo campo è molto speciale per me. In senso positivo, ma anche negativo. Qui ho vissuto alcuni dei momenti più difficili della mia vita sportiva. Qui sono rimasto a terra per un infortunio senza sapere se sarei mai tornato a giocare. Qui ho perso una finale Slam. Quei ricordi non spariranno mai. Ma questo li supera tutti”.
Una frase che fotografa perfettamente il senso della vittoria. Non una cancellazione del passato, ma la sua definitiva redenzione. Decisivo durante tutto il torneo è stato il servizio, colpo che negli anni ha rappresentato prima una debolezza e poi una delle sue principali armi. “È stato fondamentale. Nei momenti importanti mi ha aiutato a uscire dai guai quando da fondo campo non stavo giocando bene. È un colpo con cui ho avuto tanti problemi in passato. Ho perso la finale degli US Open 2020 anche per quello. Ho passato tantissime ore a lavorarci e sono felice che oggi mi abbia aiutato a vincere questo trofeo”.
Alla fine c’è spazio anche per una dedica. O meglio, per un ringraziamento collettivo. “Per me questo è un successo di famiglia e di squadra. Ho praticamente lo stesso team da dodici anni, gli stessi preparatori, gli stessi allenatori da ancora più tempo. Credo che tutti meritino questo trofeo quanto me”.