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Spiega la russa a proposito della sua coach: “Parliamo tantissimo. Mi ha trasmesso la sua esperienza e mi ha dato molti consigli. In passato a volte ascoltavo, ma continuavo a fare le cose a modo mio. Adesso invece sento di fidarmi completamente del mio team. Se mi dicono di fare una cosa, la faccio"
04 giugno 2026
A soli 19 anni, Mirra Andreeva conquista la sua prima finale Slam e lo fa nel modo più convincente possibile, prendendosi una rivincita e dominando Marta Kostyuk in una semifinale giocata con una lucidità inattesa. Sul Philippe-Chatrier, la russa ha impressionato non soltanto per il livello espresso, ma soprattutto per la maturità mostrata nei momenti delicati del match, un aspetto sul quale lei stessa ammette di aver lavorato enormemente negli ultimi mesi.
“È stata una partita molto dura – ha spiegato la russa dopo il successo –. Marta è un’avversaria difficilissima da affrontare e sta vivendo una stagione straordinaria sulla terra battuta. Sono molto felice sia della vittoria sia del livello che sono riuscita a esprimere”. La sensazione, osservandola in campo, è stata quella di una giocatrice totalmente immersa nella partita. Una sorta di stato di grazia mentale che lei stessa ha descritto con un’immagine molto particolare. “Ero completamente concentrata su tutto quello che dovevo fare. Sul piano tattico preparato con Conchita, sul mio atteggiamento mentale, su ogni piccolo dettaglio. A un certo punto riuscivo persino a vedere i peli della pallina mentre la lanciavo per servire o durante gli scambi. Ero davvero focalizzata”.
Dietro questa crescita c’è soprattutto un cambiamento nella gestione dei momenti di tensione. Se in passato un break subito rischiava di trasformarsi in un problema enorme, oggi la prospettiva è diversa.
“Prima, quando perdevo il servizio, pensavo: ‘Oddio, è la fine del mondo’. Tutta la mia attenzione era rivolta a evitare il break. Adesso invece penso: va bene, mi ha strappato il servizio? Proverò a fare lo stesso con lei. Se io sono nervosa quando servo, probabilmente lo è anche la mia avversaria. Finora questo modo di pensare sta funzionando piuttosto bene”.
Un cambiamento che porta inevitabilmente la firma di Conchita Martinez, sempre più figura centrale nella sua crescita. “Parliamo tantissimo. Mi ha trasmesso la sua esperienza e mi ha dato molti consigli. In passato a volte ascoltavo, ma continuavo a fare le cose a modo mio. Adesso invece sento di fidarmi completamente del mio team. Se mi dicono di fare una cosa, la faccio. E magari dopo è anche più facile dare la colpa a loro se qualcosa va male”, scherza ridendo... “Ma la verità è che oggi non ho più dubbi. Con lei ormai parlo di tutto. Mia madre era qui da giorni, ma anche quando la mia famiglia non c'è sento che con Conchita posso conversare di ogni aspetto del tennis e della vita, questo mi rende tranquilla”.
Andreeva ha parlato a lungo anche della finale persa a Madrid, un passaggio che considera fondamentale per la sua evoluzione. “In quella finale ero troppo calma. Non avevo emozioni, non reagivo praticamente a nulla. Pensavo che fosse la cosa giusta da fare, ma non ha funzionato. Oggi invece cerco di restare calma quando qualcosa va storto, però se sento il bisogno di liberare emozioni lo faccio. Un urlo, un ‘come on’, qualsiasi cosa. Credo che oggi l’equilibrio sia stato molto migliore”. Ed emerge anche la semi di Parigi di due anni fa: "Quando Jasmine Paolini - spiega - non mi lasciò giocare e mi dominò. Ma oggi sono diversa, so affrontare certe situazioni con un altro spirito, allora ero iper emozionata per quell'occasione".
Anche le condizioni di gioco stavolta non erano semplici, tra vento e chiusura del tetto nel secondo set. Un tempo avrebbe potuto rappresentare un fattore destabilizzante. Stavolta no. “Quando hanno annunciato la chiusura del tetto ero avanti 4-1 e ho pensato che non fosse proprio il momento ideale. Poi ho perso due game consecutivi. In passato forse sarebbe cambiato tutto. Questa volta invece mi sono detta che anche lei avrebbe dovuto servire per confermare il break e che quindi avrebbe sentito pressione. Ho semplicemente continuato a giocare”.
Sabato la aspetta la prima finale Slam della carriera. Un traguardo che fino a poco tempo fa apparteneva soltanto al mondo dei sogni. “Quando ho iniziato a giocare in Siberia non pensavo davvero che sarei arrivata così vicino a un titolo Slam. Era un sogno, il sogno più grande della mia vita. Per me vincere uno Slam è sempre stato l’obiettivo numero uno. Adesso sono qui e naturalmente sono emozionata”.
Ma attenzione a non scambiare questa emozione per euforia. La nuova Mirra Andreeva sembra aver imparato a gestire entrambe. “Prima del match ero molto nervosa. Ho lavorato sulle tecniche di respirazione dalla sera precedente fino all’inizio della partita. Ho tante strategie che utilizzo, ma non ve le racconterò tutte”, ha detto sorridendo. “La cosa più importante per me è sentirmi calma dentro. Quando sono tranquilla mentalmente, il tennis arriva da solo”.
Per la prima volta, Mirra Andreeva sente di avere gli strumenti per affrontare qualsiasi situazione. “Se all’inizio del torneo qualcuno mi avesse detto che sarei arrivata in finale, probabilmente gli avrei risposto: sarebbe fantastico, ma non so se ci credo davvero. Adesso invece ci sono. E sono pronta a giocarmela”.