Al campione serbo non bastano 24 titoli Slam, con 54 semifinali, aver abbattuto il Fedal ed essere l’unico a fronteggiare il "Sinneraz". Amato e odiato, a dispetto dell’età e del fisico provato, vuole ancora di più ma deve passare per il suo allievo migliore
di Vincenzo Martucci | 29 gennaio 2026
Il diavolo ha sempre un fascino particolare, e Novak Djokovic è il protagonista ideale nello sport inventato dal diavolo che ricerca sempre trame e finali a sorpresa. Basti guardare l’ultima storia, terrificante per noi italiani, del povero Lorenzo Musetti, bloccato da uno strappo muscolare a un passo dal traguardo delle semifinali degli Australian Open proprio quando aveva in mano il formidabile, intramontabile, campione di Serbia. Re di 10 titoli a Melbourne fra i 24 Slam-record che vuole ancora ritoccare per guadagnarsi il record solitario e assoluto Slam, anche a spese della reginetta “aussie” Margaret Smith Court.
A dispetto di un fisico meno elastico ed esplosivo, aggravato dai 38 anni e dalle tante battaglie per scalare la montagna Fedal (Federer & Nadal) e poi resistere - unico realmente nel panorama del tennis moderno - al Sinneraz (Sinner & Alcaraz), transitando dall’impossibile sfida ai due mostri di classe e resistenza a quella a ragazzi di 14/16 anni più giovani. Dopo aver svilito, soffocato e mandato in pensione generazioni di avversari e aspiranti fenomeni.
A TUTTI I COSTI
Il gestaccio di rabbia, con la palla scagliata via che sfiora un raccattapalle, ha fatto tornare per forza alla mente l’identica reazione scomposta che era costata a Nole I di Serbia l’espulsione dal campo agli US Open 2020, per aver colpito alla gola una giudice di linea. Il lupo perde il pelo ma non il vizio.
E, anche se, a bocce ferme, professa profondamente convinto tutti i valori di un buon padre di famiglia e di un simbolo positivo per i giovani colleghi, quando la questione tocca lui personalmente ritira fuori quell’aspetto selvaggio da guerriero che combatte con le unghie e coi denti, anche estenuato dalla lotta, anche coperto da ferite profonde e mangia infine il cuore del nemico.
Così, ha superato sul suo stesso campo anche l’antagonista ideale dello sport, Rafa Nadal, così ha ravvivato negli anni le motivazioni per proseguire all’inseguimento di nuovi obiettivi, senza preoccuparsi dei nuovi nemici. Talmente sicuro di sé e delle sue ragioni da abbandonare la patria Belgrado, trascinandosi dietro in Grecia la famiglia e il suo torneo ATP, e di rimettersi ogni mattina al lavoro senza minimamente pensare agli almeno 300 milioni di dollari di patrimonio personale.
POTERI & MISTERI
Un po’ come la Juventus del nostro calcio, Novak è molto discusso e indiscutibile, e allo stesso modo criticato e odiato. Di sicuro ha anche orgogliosissimi e dedicatissimi tifosi di tutti i tipi e di tutte le fasce d’età che lo sostengono ciecamente perché riassume il desiderio di riscatto che c’è in tanta gente, il diabolico desiderio di andare controcorrente, l’ammirazione per il campione sempre - ingiustamente - sottovalutato e troppo spesso criticato che si risolleva sempre e poi ruggisce al mondo, incutendo rispetto e paura come nei suoi giorni d’oro.
Novak è Novak, dagli urlacci al suo team sul campo di gara (vi ricordate il povero Ivanisevic?), alle facce cattive ma proprio cattive che sfoggia insieme alla barba nera ed ispida da Barbablù, dalle pause al servizio che fanno perdere il ritmo di risposta e la pazienza all’avversario agli infortuni che lamenta, alle ritirate negli spogliatoi cui seguono immediate/miracolose rimonte, dai complimenti ai rivali cui seguono sempre frecciatine al curaro (“Sinner rimarrà segnato dalla storia doping come io dal no vax in Australia”).
Novak è testardo, Novak non si discute, si ama. Anche quando abbandona il sindacato che lui stesso ha creato, favorendo una clamorosa scissione in seno all’ATP e ottenendo molte delle richieste-base del suo manifesto: ma perché non proseguire col passo successivo, all’attacco dei tornei dello Slam e quindi della fetta di guadagni massimi da cui gli atleti - daccordo, già ricchi, ma meno ricchi delle leghe pro USA - sono tuttora tagliati fuori? Mistero.
RISPETTO & ALLIEVO
Proprio in questi giorni in Austria, Djokovic, ha zittito un giornalista che aveva sbagliato il termine della sua domanda: “Che differenza c’è fra la caccia a Federer e Nadal dei suoi inizi di carriera e questa di adesso a Sinner e Alcaraz?”. L’espressione “caccia” non gli è andata giù, ha accusato il giornalista di mancanza di rispetto, anche se forse, visto il personaggio, era proprio quello il termine più adatto per chi si dedica totalmente alle sue battaglie. L’ultima, forse, è la più feroce e inconfessabile: contro il suo allievo più riuscito, Jannik Sinner, che è stato creato a sua immagine e somiglianza da mastro Riccardo Piatti e poi perfezionato al massimo dalla premiata coppia Vagnozzi & Cahill, fino a creare un Djokovic 2.0 che esalta l’Italia tutta.
Può Novak battere sé stesso, non come rappresentazione di atleta, ma anche come uomo, dopo tutte le chiacchierate con quel ragazzo oggi diventato uomo che l’ha superato anche osservandolo da vicino in tanti allenamenti sul campo e in palestra fra Bordighera e Montecarlo? L’uomo e il campione Nole vivono di sfide impossibili. E gli ultimi cinque, sanguinosi, schiaffi di fila, sempre in semifinale, dalla coppa Davis 2023 ai tornei dello Slam, gli hanno chiuso la porta in faccia verso i successi dell’immortalità sportiva, quelli decisivi per essere il GOAT indiscusso. Così, per arrivare alla semifinale Slam numero 54, il Campione di gomma dai 24 Majors s’è liberato la strada a Melbourne di Mensik per rinuncia e di Musetti per ritiro, quindi ha ammesso che avrebbe visto con attenzione il match di Sinner contro Shelton e che sarebbe andato a nanna dopo aver fatto le sue preghiere. Per ritrovare lo smalto di tre-quattro anni fa o con sogni molto ma molto più diabolici?