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Il cronista che ha vissuto 20 anni di vacche magrissime, oggi fa festa due volte di più…

Dalle delusioni degli anni 80-2000 ai tre italiani nei quarti Slam con maiuscole prestazioni ed esempi che vanno oltre il tennis e ci fanno onore

di | 02 giugno 2026

Cobolli, Berrettini e Arnaldi nei quarti al Roland Garros 2026 (fonte foto Getty Images)

Flavio Cobolli, Matteo Berrettini e Matteo Arnaldi (fonte foto Getty Images)

Chi, come me, ha vissuto l’epoca delle vacche magre, ma così magre che erano più ossa che pelle. Chi ha gioito per qualche primo turno superato negli Slam ed è impazzito di gioia per le imprese di quel fenomeno incompiuto di Fabio Fognini, che i suoi quarti di finale al Roland Garros 2011 - ricordate l’infortunio con Montanes? - non li ha giocati, costretto a gettare la spugna per il successivo match contro Djokovic. Chi ricorda altre mitiche battaglie di un italiano a Parigi, sempre Fognini, contro Monfils e la Francia sciovinista tutta, una vinta nel 2010 da due set a zero sotto, l’altra persa nel 2014. Chi ricorda che “Fogna”, come amava farsi chiamare, era in grado di vincere da solo un confronto di Coppa Davis, firmando singolari e doppio, poteva dare lezioni di tennis a Murray e rimontare Nadal da due set a zero sotto sul cemento degli US Open in una indimenticabile night session di New York, epperò non è mai emerso nella pienezza delle sue eccezionali possibilità tecno-fisiche, se non una volta a Montecarlo. Chi ricorda Fabio il genietto che suscitava più rabbia che altro, cui il compianto compagno di cordata nelle impossibili scalate giornalistiche agli Slam, Teo Betti, dedicava l’epitaffio delle nostre tristi giornate col fatidico: “Mai una gioia”. 

Chi ricorda, andando indietro nel tempo, i miracoli di Paolino “Isterix” Cané, tutto nervi e inventiva, eroe di una Davis contro la Svezia di Wilander e pilastro per anni, come Fognini, di un intero movimento. Chi ricorda Omar Camporese che era un fenomeno con l’uno-due servizio-dritto da paura, ma anche un rovescio al bacio, peccato che il fisico lo bloccasse prima per i piedi troppo lenti e poi col braccio d’oro distrutto dall’epicondilite.

Chi ricorda, senza chiedere all’Intelligenza Artificiale, i tanti tennisti italiani capaci di sprazzi immensi ma raramente di continuità: uno forte di fisico ma senza un gran braccio, l’altro, senza la carrozzeria da atleta, l’altro ancora senza la testa giusta? Chi, davvero, può chiudere gli occhi e ricordare le delusioni del tennis azzurro dagli anni 80 al 2000, allora ieri notte ha versato sicuramente almeno una lacrimuccia, orgoglioso di essere vincente, non solo italiano. Peraltro all’alba di un giorno storico per la nostra nazione tutta.

Flavio Cobolli (Getty)

Flavio Cobolli (Getty)

Nel nostri nuovo ricordi, griffati dal fenomeno Jannik Sinner, dobbiamo ora inserire per forza questi tre ragazzi, Flavio Cobolli, Matteo Berrettini e Matteo Arnaldi. Che, proprio quando l’eroe altoatesino è caduto prima del previsto, sigillano il Rinascimento Italiano con la prima volta di tre dei nostri ai quarti non solo del Roland Garros, sull’amata terra rossa, ma in assoluto nei tornei dello Slam. Quei super tornei che ogni volta bisognava ricordare quanti erano e dove si disputavano, ma soprattutto bisognava fare il distinguo che al compianto Nicola Pietrangeli non piaceva: quello fra tennis professionistico e dilettantistico, prima del 1968, quando lui primeggiava.

Perché poi, a parte Adriano Panatta in quell’unico 1976, di acuti non ce n’erano stati più. Ora non solo questi tre ragazzi, così diversi fra loro, hanno firmato un’impresa sportiva personale e di squadra, del paese che rialza la testa qua e là, e soprattutto in certi sport, ma l’hanno fatto in un modo che ci fa capire quanto il nostro tennis abbia davvero girato pagina rispetto a quei famigerati anni di vacche magre, magrissime. E abbia tutte le armi per esprimersi su quelle vette che, da molto in basso, dov’eravamo costretti non solo non riuscivamo a vedere, ma non potevamo nemmeno immaginare. Convincendoci di non essere all’altezza (senza giochi di parole).

Tutta la commozione di Matteo Berrettini (foto Getty Images)

Tutta la commozione di Matteo Berrettini (foto Getty Images)

I tennisti bravi li abbiamo infatti avuti sempre. Ma ci mancavano gli esempi di comportamento dentro e fuori del campo. Ci mancavano la scuola e i maestri adatti. Ci mancavano le strutture giuste. Ci mancava la mentalità. Il nuovo corso FIT, così deciso e illuminato nei cambiamenti che ha anche mutato sigla, aumentandosi in FITP, ha azzerato tutto e ha ripiantato sulla fertile terra italica semi nuovi, inediti, chiamati sacrifico, lavoro, dedizione, continuità, studio, umiltà, pazienza. Poi, è spuntato anche il seme d’oro della favola, il ragazzo di San Candido che non avremmo sognato mai nemmeno nei nostri sogni più osé. E ha fatto da traino a tutti i colleghi, italiani e non, come leggiamo tutti i giorni - ancor più orgogliosi - dalla new generation dei Fonseca e dei Jodar - che si ispirano al Profeta dai capelli rossi. 

Ma chi si ricorda di come eravamo davvero, 40 anni fa, e si rivede adesso nella resilienza dei tre ragazzi che superano sé stessi, vanno oltre il limite, e vincono. Chi si ricorda gli sguardi beffardi e consolatori dei colleghi cronisti francesi, inglesi, spagnoli, svedesi e americani - tutti, ma mai noi italiani - che enumeravano le loro imprese, le loro battaglie superate, le loro soddisfazioni, le loro prossime scommesse. Chi si ricorda quei momenti ancor più neri, che accompagnavano le delusioni sportive con qualche comportamento scorretto dei nostri ragazzi, qualche eccesso di rabbia, qualche parolina fuori luogo che ci faceva vergognare un po’ e molto anche arrabbiare perché non potevamo invece elogiare. Guadagnandoci più spazi ed attenzione nei nostri giornali ma anche da parte del CONI che considerava il tennis e la sua federazione come la maglia nera di Palazzo H, invece di dover sempre spiegare il perché e il per come di gesti che a casa nostra non avremmo accettato. Chi si ricorda quant’era mal visto l”ambiente” dallo stesso ambiente, che era formato da tutti noi, senza però che nessuno riuscisse veramente a gridare: “Il re è nudo”, e a cambiare la mentalità, le cattive abitudini, la situazione malsana che sembrava irreversibile, con quella supponenza ironica di chi diceva di sapere e invece non sapeva un bel nulla. E non aiutava i ragazzi a crescere davvero, come hanno capito loro diventando oggi coach di prima qualità.

Matteo Arnaldi (Getty Images)

Matteo Arnaldi (Getty Images)

Ecco, chi, come noi, si ricorda tutto ciò e anche altro, nascosto nei segreti più inconfessabili, può comprendere la gioia immensa dell’ultima notte a Parigi. Suggellata da un ragazzo orgoglioso e con dentro l’argento vivo come Matteo Arnaldi che ha rifiutato la sconfitta e ha emulatoggli amici Cobolli e Berrettini moltiplicando, se possibile, con la sua prova gli applausi per un tennis che finalmente ci rende uniti e belli. “Grazie, ragazzi!”.

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