Lo statunitense racconta in conferenza stampa il successo al primo turno degli Australian Open: “Mi aspettavo una battaglia più lunga. Humbert? Il giocatore più pericoloso tra le non teste di serie”
20 gennaio 2026
È cominciata con il piede giusto l’avventura di Ben Shelton agli Australian Open. Il 23enne statunitense, numero sette del ranking Atp, ha vinto una partita tutt’altro che scontata contro il francese Ugo Humbert, finalista la scorsa settimana ad Adelaide, con il punteggio di 6-3 7-6(2) 7-6(5), qualificandosi così per il secondo turno dello Slam in cui difende la semifinale centrata nella passata stagione.
“Sono molto felice per questo successo - ha detto il tennista di Atlanta in conferenza stampa -. Questo è uno dei miei tornei preferiti ed è stato importante, per me, aver chiuso il primo incontro in tre set. Poteva essere un match trappola perché Humbert sta giocando bene ed è in un ottimo stato di forma: non voglio mancare di rispetto agli altri, ma lo considero il giocatore più pericoloso tra quelli non inclusi tra le teste di serie. Mi serviva giocare subito una partita di questo genere, anche se mi aspettavo una battaglia più lunga: in campo mi sono sentito a mio agio e ho servito bene”.
Penalizzato da un infortunio alla spalla nella parte finale della scorsa stagione, Shelton si è mostrato ottimista circa la sua attuale condizione fisica. “Stare fuori dai giochi per circa un mese non è stato il massimo - ha spiegato lo statunitense -, ma ho la fortuna di lavorare con un team molto preparato ed ero certo che sarei rientrato in buone condizioni. Inizialmente ero un po’ nervoso perché non sapevo se il mio gioco ne avrebbe risentito”.
Quello tra Shelton e Humbert è stato un match particolare perché ha visto affrontarsi due giocatori mancini. “Personalmente preferisco servire contro i mancini - ha raccontato il classe 2002 - perché soffrono di più il mio servizio in kick sul loro rovescio. Con giocatori come Humbert, Norrie o Mannarino, negli scambi sulla diagonale del rovescio è necessario giocare qualche slice in più. Oggi ho affrontato uno dei tanti francesi mancini, ma nel complesso non c’è grande differenza nell’impostazione del gioco e delle tattiche da provare a mettere in atto. Con Humbert ho cercato di giocare con un po’ di margine sopra la rete, ma a me piace molto essere offensivo e trovare sempre il modo per andare a rete”.
Agli Australian Open ci sono ben 25 giocatori con trascorsi, o un presente nel caso di Michael Zheng, nei college americani. Shelton, passato dall’Università della Florida ed ex campione Ncaa, è uno dei tanti esempi di tennisti a essere riusciti a entrare in Top-10 dopo aver affrontato questa esperienza. “Penso a Isner o Norrie - afferma Shelton -, ma c’è anche Johnson che poi ha fatto una bellissima carriera. I college sono sempre ben frequentati, affrontare un percorso di questo tipo dà tanti vantaggi anche perché nei tornei minori ci sono dei prize money ridicoli. Quando giochi per un college, devi focalizzarti sullo studio e hai un allenatore che oltre a te si occupa di altri dieci ragazzi: questo ti spinge a dare il massimo sia per una tua crescita personale che per il bene della squadra. Un professionista trova tutto pronto ed è circondato da persone che lo aiutano a rendere più agevole il suo cammino. Penso che il college contribuisca a formare il carattere di un giocatore”.