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Nel percorso che ha portato Arturo Coello in vetta al ranking mondiale, il suo preparatore atletico Nacho Coque ha avuto un ruolo determinante. Una figura di cui si parla poco, ma che ha trasformato un diamante grezzo in un super atleta, per potenza, velocità e integrità fisica
di Marco Caldara | 16 luglio 2026
Dietro il successo di un campione dello sport si celano spesso tante figure diverse. Nel caso di Arturo Coello si parla sempre del “guru” Gustavo Pratto, il coach-mentore che ha trasformato un ragazzino di talento in un fenomeno, oppure dell’amico-manager Miguel “Miki” Sánchez Arriaga, l’agente che lo ha aiutato a trasformare la sua immagine in quella di una star planetaria, con contratti di sponsorizzazione con alcune delle aziende più celebri del pianeta. Ma c’è un altro professionista che è stato determinante nell’evoluzione sportiva del “King” di Valladolid: il suo nome è Nacho Coque, il preparatore atletico con il quale Arturo ha iniziato a lavorare nel 2019, quando era ancora un 17enne con tanti sogni nel cassetto.
È stato al suo fianco lungo tutto il percorso: dai primi passi fra i “pro” fino alla conquista del numero 1 del mondo, condita da un successo dopo l’altro. Un cammino nel quale Coello ha subito una trasformazione atletica impressionante, trovando potenza, resistenza, velocità e – soprattutto – una grandissima integrità fisica, non esattamente un dettaglio in un circuito mai così carico di impegni. È a lui che Arturo ha voluto dedicare una delle sue vittorie più recenti, quella casalinga di Valladolid, conquistata in una settimana nella quale ha dovuto combattere anche fuori dal campo, per battere febbre, mal di testa, vomito e una generale e costante indisposizione.
“Nacho – ha detto il numero 1 – è un sostegno enorme per me. Se non fosse stato per lui, questa settimana sarebbe stato impossibile giocare. Ogni volta che ho un problema è la prima persona che chiamo perché mi dia una mano, soprattutto quando si tratta di salute. C'è sempre quando le cose non vanno e io sto passando un brutto momento. Trova mille soluzioni, cerca di capire cosa posso fare meglio e riesce sempre a trovare la chiave giusta”.
E pensare che, ai tempi della prima chiamata di Coello, Coque non era così entusiasta all’idea di dedicarsi a un ragazzo di 17 anni, all’epoca uno come tanti. Ma è normale, visto che si tratta pur sempre di un professionista che aveva già alle spalle quindici anni di lavoro con la nazionale spagnola di pallacanestro, capace in quel periodo di vincere un titolo mondiale, un titolo europeo e due medaglie d’argento ai Giochi Olimpici. Così, all’inizio lo ha seguito solo saltuariamente, affidandolo soprattutto a una sua persona di fiducia.
“Non avevo voglia di allenare qualcuno da solo – ha spiegato Coque –, dunque continuavo a sviare la questione. Finché un giorno gli chiesi: 'Qual è il tuo obiettivo?'. Se mi rispondi che vuoi migliorare un po' alla volta, allora continuiamo con il preparatore che hai già”. Ma Coello aveva già le idee chiarissime, fin da ragazzo, come più volte raccontato anche da tanti altri colleghi che divisero il campo con quel ragazzino che non faceva altro che ripetere, e ripetersi, che sarebbe diventato il numero uno. “Io voglio il massimo”, gli rispose Arturo, che con l’intercessione di papà riuscì a convincerlo a lavorare a tempo pieno con lui. Come è andata a finire è sotto gli occhi di tutti, tanto che oggi non è raro vedere Coque al seguito del suo pupillo anche nei tornei più importanti del mondo. Qualcosa che, nel padel, non è ancora un’abitudine così radicata.
“Cosa ricordo di quel Coello? Era un ragazzo con una voglia incredibile di allenarsi – ha detto ancora Nacho –, ma che praticamente non aveva mai svolto una preparazione atletica. Era esile, molto magro e asciutto, ma aveva una struttura fisica davvero eccezionale. Nel padel non è normale vedere una persona alta 1 metro e 90 muoversi con quella rapidità. Era molto coordinato e ho subito capito che c’erano enormi margini per aiutarlo a crescere. Ma mai avrei immaginato che sarebbe arrivato a questo livello”. Invece è successo, e se Arturo è lassù da anni, con il diritto acquisito di guardare tutti dall’alto, una parte del merito è anche del suo fido preparatore atletico. Il numero uno lo sa benissimo.