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Eventi Internazionali

Tie-break sì o no, i risultati cambiano?

Dopo la finale di Wimbledon si è parlato molto di set lunghi e tie-break decisivo: prima che anche i tradizionalisti di Londra optassero per la soluzione ‘rapida’ (solo il Roland Garros resiste…) vediamo che effetto hanno avuto i quinti set lunghi su tornei e giocatori

di | 28 luglio 2019

Ha giocato i due match più lunghi nella storia dei tornei dello Slam. John Isner, a distanza di otto anni dalla tre giorni sul campo 18 di Wimbledon contro il francese Mahut, era tornato a far discutere, lo scorso anno, sull'opportunità di introdurre il tie-break al quinto set. Long John e il long set, una corrispondenza di tennistici sensi che si esacerba quando di fronte trova un avversario che come lui si esalta al servizio ma non in risposta. La lunghezza poteva anche essere mezza bellezza, come nel quinto set di quella semifinale 2018 fra Nadal e Djokovic o come in quello - poi troncato dalle nuove regole - di Federer-Djokovic a Londra 2019.
Ora che tutti gli Slam fanno come pare a loro, ma senza più long set possibili (a Wimbledon come si è visto si può arrivare ‘solo’ fino al 12-12) abbiamo cercato di capire se i ‘vecchi’ long set avessero un impatto effettivo sul prosieguo del torneo dei protagonisti. E quindi sulla storia del tennis. La risposta non può che partire dai numeri, e prescindere dai gusti, dalla qualità intrinseca del match, dallo stile dei protagonisti.

I numeri da cui partire

Dal 2010 al 2018, all'Australian Open, al Roland Garros e a Wimbledon si sono disputati complessivamente 232 match arrivati oltre il 6-6 al quinto nel singolare maschile. Dal 2010 al 2017, allo Us Open si contano invece 72 incontri conclusi al tie-break del set decisivo.

Sulla base di questi dati, si evince che a New York chi arriva da un 7-6 al quinto, passa il turno successivo nel 27,8% dei casi, nel periodo considerato. Negli altri Slam, la percentuale di vittorie ottenuta da chi emergeva da un long set era, nel complesso, più alta. Il 33%. La superficie, quindi, non è un fattore irrilevante.

I successi infatti toccavano il 37,4% a Wimbledon, il 36,2% a Melbourne e solo il 23.4% a Parigi. Sul rosso, dove la fatica fisica è più intensa a parità di durata del match, l'impatto di un set decisivo da 14 game (o più) è decisamente maggiore.

Tuttavia, analizzando qui numeri, la percentuale di successi al turno successivo non sembra in diretta relazione con il numero di game del long set giocato prima: nei tre Slam senza tie-break al quinto si registravano il 18,9% di vittorie dopo un 8-6, il 32,1% dopo un 9-7, 47,2% dopo un 10-8, 43,4% dopo un 11-9, 46,7% dopo un 12-10.

A una prima impressione, sembrerebbe più probabile vincere un match dopo un 12-10 al quinto a Wimbledon che dopo un 7-6 al quinto a New York.

Il percorso

Aver vinto un incontro finito con un set da 14 o più game, viene da chiedersi a questo punto, pregiudicava così tanto la possibilità di andare avanti nel torneo? Chi passava più di un turno dopo un long set (77 casi totali nei tre Slam) o dopo un 7-6 al quinto a New York (20 casi) avanzava in media di per 2,4 incontri. Questa semplice comparazione, però, racconta poco anche perché il numero dei turni superati dopo un set lungo dipende anche dal momento in cui il match si gioca nel corso del torneo.

La comparazione, però, può diventare più efficace se si cerca di valutare quanto avanti il giocatore si fosse spinto rispetto al massimo possibile, ovvero alla distanza fra il turno in cui ha disputato il long-set (o tie-break al quinto) e il titolo. Dai dati emerge che, in proporzione, chi usciva vincitore da un long set e dal turno successivo arrivava più vicino alla vittoria finale di chi vinceva un tie-break al quinto e il match successivo a New York. Quella che possiamo definire la percentuale di completamento del torneo, infatti, raggiunge il 44% nei casi in questione a Flushing Meadows, il 47,2% a Wimbledon, il 47,5% all'Australian Open, e supera il 50% al Roland Garros (50,8%).

“Competitive balance”

Il tennis, diceva Bill Tilden, è un'arte, come il teatro o il balletto. I tennisti parlano da soli, ammetteva Andre Agassi, e si rispondono anche nella foga del momento. Ma non è un assolo, e non è un monologo

I vincitori di long set, dunque, chi avevano affrontato al turno successivo?

Chiaramente le sconfitte di Struff contro Federer a Wimbledon 2018, o di Kokkinakis contro il Djokovic ai limiti dell'imbattibile nel 2015 ai Championships, o di Zeballos contro Nadal al Roland Garros 2010, si possono imputare più all'avversario che alle conseguenze del turno precedente.

Una seconda analisi, ristretta al periodo 2010-2018, fa emergere il peso di un long set per un giocatore al turno successivo, e quale effetto avesse sull'equilibrio competitivo. In quelle nove edizioni dell'Australian Open, del Roland Garros e di Wimbledon si sono giocati 106 long set: il vincitore si è imposto al turno successivo in 15 occasioni ai Championships, in 10 a Melbourne, a 6 a Parigi.

L'analisi della media delle quote dei bookmakers autorizzati, eseguita confrontando differenti aggregatori, fornisce un'indicazione tutto sommato affidabile per considerare le probabilità di vittoria, per quanto nella definizione delle quote la stanchezza per il match precedente possa giocare un ruolo.

Favoriti o no

Dai dati emerge che solo in sette occasioni il vincitore di un long set ha poi vinto da ‘underdog’, quindi ribaltando i pronostici, al turno successivo (mai al Roland Garros). E in 30 casi, quando ha perso, era sfavorito in media di oltre cinque punti. In 37 partite, il vincitore di un long set ha giocato da favorito al turno successivo, con un bilancio di 25 vittorie e 12 sconfitte. L'impatto del long set, poi, si vede anche nelle 43 sconfitte per tre set a zero, nei due ritiri e nei tre walk-over al match successivo.
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Giocare un tie-break al quinto set (come succede da tempo a New York) comporta due effetti apparentemente in controtendenza: il vincitore perde cinque volte su sette al turno successivo giocando da favorito e cede complessivamente undici volte in tre set. Ma in 2 delle 4 vittorie ottenute al turno successivo, nel periodo 2010-2017, giocava da sfavorito. Negli altri Slam chi ha vinto un long set non ha mai ottenuto una vittoria così ‘sorprendente’.

La versione moderna della ‘sudden death’ sembra, in ultima e comunque approssimata analisi, mantenere di più le possibilità di sorprese nel turno successivo, e a cascata nel resto del torneo.

Giocare a oltranza certifica maggiormente i valori pregressi (cioè favorisce i favoriti...) e toglie un po' del fascino immutabile dello sport, in cui i pesci piccoli possono ancora mangiare i pesci grandi.

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