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Le ultime pesanti e palesi critiche del dio greco del tennis verso il genitore-coach mettono in evidenza le due criticità caratteriali e professionali. Con un calo anche di stile davvero vergognoso
di Vincenzo Martucci | 06 agosto 2026
Troppo affetto, smodato, scomposto, incontrollato, anche sbagliato ma, così, d’acchito - avendoli visti tante volte assieme fuori e dentro del campo, avendo seguito l’evolversi della loro storia e come si guardavano e si parlavano -, parliamo sicuramente di affetto vero, autentico, puro, disinteressato. Come dev’essere fra un padre che cerca il massimo per il figlio e il figlio che stacca continuamente il cordone ombelicale col padre per poi riprenderlo, allontanando altri allenatori, scaraventando così sul padre tutte le frustrazioni e i fallimenti, usandolo da parafulmine ed alibi, come non potrebbe mai fare se nella cabina di comando della gestione tecnica e professionale ci fosse un allenatore professionista, salatamente retribuito.
Ci sta, ahinoi, ci sta. Ma se poi il figlio, come nel caso del ricco e famoso Stefanos Tsitsipas, critica ferocemente e pubblicamente il padre - Apostolos - nel suo doppio ruolo di coach, e lo svaluta anche clamorosamente mettendolo a paragone con l’accoppiata Bryan-Ben Shelton, allora il figlio si identifica in quell’aggettivo ad hoc, degere, coniato dal dizionario italiano. Ed è difficile trovargli delle attenuanti.
FUGA DALLA REALTA’
La verità è, come altri papabili campioni, dotati di tocco e magari fisico, ma inadatti alla vita monacale dei professionisti della racchetta e incapaci di gestire le emozioni, Tsitsipas, a 28 anni (il 12 agosto), ha aperto finalmente gli occhi sulle occasioni perse e su una carriera che, coi suoi acciacchi fisici e le batoste che ha subito sembra decisamente in discesa. Ma, fermo restando il grande interrogativo del rovescio a una mano, è colpa di papà se il dio greco ha perso sempre contro Novak Djokovic - la sua nemesi - la finale del Roland Garros 2021 da due set a zero e quella degli Australian Open 2023 con due tie-break? I colpi sul campo li fa lui o papà? I momenti topici li vive lui o papà? I 38 milioni dollari e passa di soli premi li ha intascati lui o papà? E se le cose non funzionavano perché non è intervenuto, come altri colleghi per aggiustare le cose, magari assumendo super specialisti?
Così, dal numero 3 del mondo del 2021 è scivolato all’82 del mondo a maggio, ed è appena rientrato fra i top 50, allontanandosi decisamente dal tennis di vertice. Anche se, con quel talento, ha rialzato all'improvviso la testa tornando a vincere un torneo quest’anno a Gstaad: il tredicesimo, almeno uno all’anno dal 2018, ma meno molto meno di quanto pensava, sperava e credeva lui.
Soprattutto negli Slam. Dov'è rimasto indietro anche all'altro grande incompiuto del post Fab 4, Sascha Zverev, che ha appena sfatato il tabù.
UCCIDI IL PADRE
Chissà il dottor Freud quanto si appassonerebbe alla storia di Apostolos e Stefanos Tsitsipas. Chissà come elaborerebbe il fatto che papà ha salvato - letteralmente - la vita al figlio buttandosi in mare, in Italia, quando il ragazzo, ormai stremato, annaspava tra i flutti cercando di aiutare un amico in difficoltà. Chissà come approfondirebbe, il fondatore della psicoanalisi, lo spirito sbagliato, da arrabbiato, con cui il figlio, da un bel po’, ha preso sempre più male tutti gli eventi della sua vita personale e professionale. Litigando di continuo col famoso papà, lasciandolo e riprendendolo di continuo, criticandolo sempre, ingiuriandolo pure davanti a tutti, ed acuendo questa situazione ancor di più quando c’è stata la rottura del rapporto sentimentale con la collega Paula Badosa, evidenziando tutte le sue fragilità umane e professionali.
In definitiva, sia chiaro, noi votiamo Apostolos e bocciamo Stefanos. Ma saremmo curiosi di sapere che cosa succedeva quando il figlio, a match in corso, scappava negli spogliatoi e ci restava talmente tanto a lungo che gli avversari hanno ottenuto di cambiare il regolamento. Anche lì sbagliava papà, e come?