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Campioni internazionali

Bianca e Matteo, due sorrisi davvero nuovi

Andreescu e Berrettini sono le due grandi nuove realtà del tennis mondiale lanciate dagli Us Open. Due giovani con le idee chiare e una personalità forte che traspare in ogni loro sguardo prima ancora di trasformarsi in magia con la racchetta

di | 09 settembre 2019

In attesa che Daniil Medvedev misuri la sua statura un’altra volta con il metro di Rafael Nadal (dopo la finale senza storia di Montreal), gli Us Open ci consegnano due nuovi primi piani da piazzare in bella evidenza nei cartelloni del tennis mondiale: ieri il sorriso (alla Vittorio Gassman giovane) di Matteo Berrettini semifinalista con onore, oggi il sorriso trionfante di Bianca Andreescu, nettamente superiore sul campo alla leggenda Serena Williams.

Due semi esordienti che lasciano un segno profondo nello Slam più duro: Berrettini lo scorso anno era in tabellone per la prima volta e aveva perso al primo turno contro lo statunitense Denis Kudla; la canadese di origini rumene era stata eliminata al primo turno delle qualificazioni.

Bianca spacca la Grande Mela - Quest’anno lei ha spaccato la Grande Mela in due, conquistando il primo Slam della carriera dopo aver imposto la sua personalità in tutti gli eventi ai quali ha partecipato quest’anno. Con il suo fisico compatto ed esplosivo (da tennista non da modella), l’intelligenza tattica vivace, ha esordito in gennaio raggiungendo la finale del torneo di Auckland proveniente dalle qualificazioni. Si era iscritta da n.152 del mondo e in tabellone ha fatto fuori la n.1 Caroline Wozniacki e Venus Williams. Poi ha passato le qualificazioni anche agli Open d‘Australia (e perso al secondo turno contro la Sevastova , n.13 del mondo). Ha vinto il ‘torneino’ da 125mila dollari di Newport Beach e perso in semifinale ad Acapulco. A quel punto era già n.60, quindi in tabellone a Indian Wells dove ha messo in fila tutte: tra le altre Muguruza nei quarti, Svitolina in semi e Kerber in finale. Avrebbe probabilmente bissato a Miami se, stravolta dalla per lei inedita fatica di vincere, cincere e dover continuamente rigiocare, non si fosse infortunata. E di consuegunza ritirata negli ottavi. Un infortunio serio, che l’ha fatta rivedere in campo solo a Parigi ( ma ancora malconcia) e due mesi dopo a Toronto. A quel punto però era guarita. Risultato: un altro trionfo, infilzando altre due top 10 (Kiki Bertens e Karolina Pliskova) prima di consolare in finale una mesta Serena Williams costretta al ritiro per problemi fisici.

Quegli occhi che sorridono

Ora agli Us Open abbiamo parlato tutti del primo turno tra Serena e Sharapova, delle 106 volée della robusta e creativa Taylor Townsend, della ‘Cocomania’ scaturita dalle gesta della 15enne Cori Gauff, della ritrovata svizzera Bencic che ha fatto fuori la (ormai ex) n.1 Osaka, ma alla fine la vera, grande novità è lei: Bianca Andreescu. La più forte di tutte. Una che, finalmente, non va a corrente alternata, non soffre di improvvise paturnie. E’ giovane, è forte e, se non ha problemi fisici, quando c’è da vincere non si fa pregare.

Forse abbiamo trovato finalmente un nuovo punto di riferimento, soprattutto in prospettiva, per questo tennis femminile di primedonne fragili. D’altro canto il sorriso di Bianca dice proprio questo: eccomi, sono una ragazza normale, solare, solida. Non mi arrovello, non ho complessi, con la racchetta so fare di tutto, tirare forte ma anche smorzare o farti un bel lob. Mi metto il mio braccialettino di plastica da due euro appena sopra il gomito, scendo in campo e se non ti svegli presto di palline ne vedi poche. Una ragazza di 19 anni che dà l’aria di essere una bella persona. Una con lo sguardo che parla, gli occhi che ridono. Domani sarà n.5 del mondo. Una classifica che le sta stretta.

Berrettini, ace come tappi di spumate

L’altro sorriso che contagia, insieme allo schioccare dei suoi ace come tappi di spumante, dei suoi diritti vincenti è proprio quello di Matteo Berrettini. Non ha ancora vinto come Andreescu, deve ancora molto imparare, migliorare sotto più di un aspetto tecnico-tattico. Ma l’approccio al problema è della stessa brillante semplicità. Anche gli occhi di Matteo brillano e ridono. Anche dietro al suo tennis spicca la persona.

Gioca: se vince bene, altrimenti, appunto, impara. Deciso, aggressivo ma anche autoironico. Se cade, anche malamente, si rialza e ci riprova. Impara sempre dall’esperienza. Ha dimostrato di avere grande rispetto (fin troppo) delle leggende del tennis, dei palcoscenici storici. Ma ha dimostrato anche di essere lì apposta per sfatare i miti, per abbatterli.

Tutti quelli che l’hanno finalmente scoperto e che si stanno appassionando alle sue prime imprese, percepiscono tutte le potenzialità non tanto e non solo nel suo tennis (servizio e diritto che fanno paura a Nadal) ma soprattutto nel suo modo di essere, di porsi in campo e fuori. Semplice, diretto, deciso, sincero. Quando va bene e quando va male. Una nuova generazione che non cerca scuse: vuole vincere ma sa perdere. Perché grazie al rispetto che ha delle vecchie generazioni, che gli stanno insegnando come si fa, ha capito che perdere fa parte del percorso. Se hai grandi ambizioni devi spingere al massimo. Qualche volta vai fuori strada, altre ti accorgi che il tuo massimo non basta e devi tornare in officina per potenziare ulteriormente il motore.

Per favore, niente fretta

Ora dobbiamo solo evitare il classico errore della nostra ‘cultura’ sportiva, costruita nei bar parlando di calciomercato: pensare che Berretini domani deve qualificarsi per il masters, le Atp Finals di Londra. E che potrà vincere il prossimo Slam. E che se dovesse chiudere l’anno tra i primi 10 del mondo (difficile ma non impossibile) nel 2020 sarà tra i primi 5.

Non funziona così. E Matteo per fortuna lo sa. Ci sono passaggi che non si possono saltare. Un po’ come i livelli di un videogame. Essere n.13 della classifica (e n.9 della Race to London) è in questo momento un picco di prestazione. Non un valore consolidato. Il prossimo anno si dovrà puntare a migliorare ma sarà un ottimo risultato, andando verso i 24 anni, anche solo ripetersi, rimanere lì in quelle sfere già molto alte.

Aver giocato alla pari per due set con Nadal, non vuol dire avere avuto la possibilità di batterlo. E’ un primo passo. Con quel livello di avversari bisogna riuscire a giocare più e più volte. Con il ranking di Matteo vuol dire arrivare in fondo ai tornei importanti, Masters 1000 e Slam. E magari perdere ancora. Però far diventare quel picco di livello uno standard. Come sta cominciando a fare Daniil Medvedev, giusto per dare un’idea.

L’uomo nuovo del tennis mondiale ce lo abbiamo noi. Ce lo dice il suo sorriso ambizioso, ce lo conferma quando spara i suoi ace e poi soffia sul manico della racchetta come fosse la pistola di Tex Willer. Non mettiamogli fretta. Non mettiamoci fretta. Godiamoci lo spettacolo sapendo che è destinato a durare. Nel 2021 le Atp Finals si giocheranno in Italia, a Torino. Ecco, forse pensare a prenotarsi per quella data potrebbe essere una buona idea. Per noi ma anche per lui.

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