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Campioni internazionali

Murray, non è che un inizio

Lo scozzese rientra in singolare dopo otto mesi e cede a Cincinnati contro Richard Gasquet. Giocherà anche a Winston-Salem la prossima settimana. Sarà al via anche a Zhuhai e Pechino. Ma ha rinunciato alla wild card per lo Us Open

di | 13 agosto 2019

Quel che un tempo ha chiamato dolore, è soltanto un discorso sospeso. Andy Murray, oggi numero 325 del mondo, ha filmato i primi istanti del suo ritorno in singolare a Cincinnati, contro Richard Gasquet. Non ne giocava uno da otto mesi quasi esatti, dal 14 gennaio scorso, dalle quattro ore contro Bautista Agut all'Australian Open, dalla cerimonia per un addio solo paventato, temuto, certamente indesiderato.

Tornare in singolare, dopo aver vinto in doppio al Queen's con Feliciano Lopez e sperimentato il doppio misto con Serena Williams a Wimbledon, impasta la nostalgia con la speranza di un diverso finale. E' come rivedere una fidanzata lasciata da mesi, come riscoprire una fotografia che il tempo ha fatto appena in tempo a intaccare. Convivono la paura e la voglia nel sorriso che destina al pubblico, mentre sulle tribune sventola una bandiera scozzese.
I dubbi c'erano, e su quelli Gasquet ha ipotizzato di costruire una posizione di vantaggio. Ha vinto il sorteggio e l'ha lasciato servire per primo. Murray ha sbagliato la prima e la seconda, in mezzo ha anche dovuto ripetere il lancio di palla. Murray ha perso subito il break, ma Gasquet non ha affondato. Il francese, che come Murray conosce gli infortuni e le incertezze che li accompagnano, restituisce il vantaggio, ma torna avanti 4-3, chiude il primo set, aggiunge un altro break nel primo game del secondo e vince in un'ora e 36 minuti.

"Non so cosa mi aspettassi" ha spiegato Murray. "Penso di aver giocato abbastanza bene, anche se avrei voluto far meglio molte cose ma devo essere realista su quello che posso attendermi in termini di gioco".
 

Giocare, per Murray, significa suonare le note di una partitura che conosce a memoria. Il duetto con Richard Gasquet ha il carattere di una reunion di Simon e Garfunkel: gli anni passano, le canzoni restano, le interpretazioni cambiano e sospendono gli effetti dell'incedere indifferente del tempo.

Lo scozzese non ha sfidato il francese sugli scambi lunghi, sfiancanti, che l'hanno spinto fino al numero 1 del mondo. Non sarebbe stato realistico impostare la partita così, come illudendosi che gli ultimi 18 mesi non fossero mai esistiti. Murray ha disseminato il suo percorso di palle corte, lob e cambi di ritmo, anche se qualche volta non ha nemmeno accennato a rincorrere i drop shot di Gasquet. Una chiara e comprensibile strategia di auto-conservazione che solo nel finale ha lasciato il posto a colpi più sciolti e anche più difficili. 
 
Non è mancata nemmeno la rabbia, costante compagno di viaggio. "Perché?" si è gridato più volte dopo un frustrante errore. Ma la rabbia è un'emozione positiva, vitale. 

"Sei mesi fa avrei firmato per sentirmi così" diceva Murray prima di tornare sul Centrale di Cincinnati dove undici anni fa vinceva il suo primo Masters 1000 in finale su Novak Djokovic.

"Non ho dolore, ma certo non mi aspetto adesso di muovermi con l'agilità che avevo qualche anno fa, ma posso migliorare" spiegava, senza concessioni alle illusioni, alle facili speranze, alle promesse senza fondamento.

Ci teneva a questa partita, ma l'investimento emotivo si è scontrato con la realtà. L'intenzione ha prodotto un'applicazione forzatamente macchinosa, più lenta nei movimenti e prevedibile nei colpi. Niente che Murray non avesse già, presumibilmente, messo in conto. Senza la fiducia nel suo fisico, ha giocato spesso il colpo più sicuro. Ma il suo successo, in Ohio, non passava certo per la vittoria. Passa per la sicurezza che non sarà un'avventura, non resterà una passerella isolata. Giocherà Winston-Salem la prossima settimana e sarà in Cina in autunno, alla prima edizione dell'ATP 250 di Zhuhai, che ha preso il posto di Shenzhen dove ha vinto nel 2014, e Pechino, dove ha vinto il titolo tre anni fa.

Ha invece rifiutato l'offerta di wild card per il main draw dello US Open. "Gli organizzatori annunciavano oggi le wild card" ha spiegato, "noi speravamo di poterla bloccare ancora per un po' per vedere come mi sentivo. Avrei dovuto dare una risposta prima di scendere in campo, e non me la sono sentita di accettare. Avrei voluto aspettare di capire come avrebbe reagito il mio fisico almeno dopo un paio di partite. Poi, se oggi avessi accettato ma non fossi stato in grado di giocare sarebbero iniziate le domande: perché ha dovuto rinunciare alla wild card? Qualcosa non va? Qual è il problema? Non sarebbe giusto".

 
Gli serve tempo, ha detto. Come dargli torto, in fondo. "Non tornerà tutto magicamente come prima in una partita o in una settimana" ha detto Murray, che potrebbe diventare il primo a rientrare stabilmente in singolare dopo un intervento così invasivo di ricostruzione dell'anca, con applicazione di una placca di metallo nel punto dove il femore si innesta nell'articolazione. "Essere qui è il risultato di un processo lungo, ma per arrivare dove voglio arrivare serviranno ancora più tempo e più lavoro". Il paziente scozzese è disposto a investire entrambi per riprendere il discorso sospeso.

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