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La storia si ripete ancora e ancora: le difficoltà del rapporto padre-figlio si moltiplicano quando si sommano al ruolo di allenatore. Anche se magari poi il figlio si ravvede ed esagera, poi c’è l’antidoto più antico e miracoloso del mondo
di Vincenzo Martucci | 24 aprile 2026
Il web è utile, il web è fuorviante. Così rimani perplesso davanti alle ultime, clamorose, esternazioni (eufemismo) di Stefanos Tsitsipas, che da sempre si appoggia come coach a papà e con lui ha vinto 12 tornei, arrivando a due finali Slam e al numero 3 del mondo.
Poi guardi Andre Agassi che, da padre 55enne, professa mirabili sentimenti, dopo aver litigato a lungo col suo papà che l’aveva costretto a rigar dritto, attraverso il tennis, quando lui, da adolescente, era “il punk di Las Vegas” che litiga col mondo, dissipa il suo talento e proclama: “L’immagine è tutto” mascherando la calvizie con un toupé. Che succede? Chi ha ragione?
Solo il saldo dei premi del tennista greco più famoso della storia dice 37,473,673 di dollari, quello dello statunitense di origini iraniane arriva a 167 milioni, inclusi i diritti della fortunata autobiografia “Open” che il mondo del tennis ha interpretato all’opposto di tanti appassionati. Ma, insomma, il signor Apostolos e il signor Mike hanno fatto del bene o del male ai loro figli al punto da meritarsi un brutto rapporto con loro?
Telling his father to go fuck himself pic.twitter.com/UkZxk49iGF
— Minas Giannekas ?? (@whiplashoo) April 23, 2026