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Murray: "Orgoglioso della rivalità con i Big 3. Avrei voluto godermi di più i successi"

"Guardandomi indietro, mi sarei concesso più pause", ha raccontato l'ex n.1 al mondo a The Tennis Podcast. "Quando giocavo, ero deluso dalle finali perse, ora la mia prospettiva è cambiata e sono orgoglioso di quanto ho fatto"

di | 02 dicembre 2025

Un primo piano di Andy Murray (Getty Images)

Un primo piano di Andy Murray (Getty Images)

Passione infinita per il gioco, orgoglio per i risultati ottenuti e anche qualche rimpianto. È questo quanto emerge dall’intervista rilasciata da Andy Murray a The Tennis Podcast. Una chiacchierata affrontata con lucidità e ironia, peculiarità sempre emerse nello scozzese, sin da giovanissimo.

Tre volte campione Slam, due volte oro olimpico (a Londra 2012 e Rio 2016) e n.1 di fine anno nel 2016, il campione classe 1987 di Dunblane ha parlato anche di quanto il ritiro abbia cambiato le prospettive sulla sua stessa carriera, condizionata irrimediabilmente dai problemi all’anca che “era sostanzialmente finita” ha confessato, proprio nell’anno in cui è riuscito a superare Novak Djokovic in vetta alla classifica mondiale.

Murray: "Orgoglioso della rivalità con i Big 3. Avrei voluto godermi di più i successi"

“Parte di ciò che forse mi ha aiutato a diventare più vincente è stato il fatto che cercavo sempre di ottenere di più – ha detto -. Allo stesso tempo, avere rivali come Djokovic, Nadal e Federer, comparare i miei risultati ai loro 15-20 Slam ha fatto sì che i miei sembrassero quasi insignificanti. Eppure, pochi giorni dopo il ritiro la mia prospettiva è cambiata. Ho visto mia figlia terminare settima in una gara di cross-country ed ho pensato: ‘È fantastico’. Durante la mia carriera, invece, pensavo che perdere in finale in un torneo importante fosse un disastro”.

“È difficile pensarla diversamente, quando vivi lo sport così – ha continuato -. Ma nonostante loro tre siano davanti a me, c’è stato un periodo in cui eravamo in quattro a dividerci gli Slam ed i Masters 1000: spesso vincevano loro, ma non sempre. Quindi sì, sono orgoglioso di aver fatto parte di quel periodo”.

Rafa Nadal stringe la mano a Andy Murray. Sullo sfondo Roger Federer e Novak Djokovic (Getty Images)

Rafa Nadal stringe la mano a Andy Murray. Sullo sfondo Roger Federer e Novak Djokovic (Getty Images)

Delle sue sfide contro i “Big Three” ne ha anche parlato dal punto di vista tattico. “Cercavo di sfidare Federer sulla diagonale di rovescio”, ha spiegato, “oppure con un dritto alto e più lento, difficile da aggredire per uno con il rovescio ad una mano. Poi però, negli anni, è diventato più aggressivo, e ha capito al meglio come uscirne”.

“Il dritto di Nadal funziona su ogni superficie, ma ciò che mi dava molto fastidio era il fatto che ad esempio servisse ancora meglio sull’erba – ha confessato -. Lì, anche con la seconda di servizio, serviva più forte e al corpo contro di me. Ho avuto meno problemi a rispondere sulla terra che sull’erba”.

Infine Djokovic, che “aveva un gioco molto simile al mio, ma faceva diverse cose meglio di me”. “L’unica cosa in cui forse ero migliore era nel gioco a rete, ma è sempre difficile fare in modo di portarcelo – ha aggiunto -. Negli anni, poi, mi sono reso conto che il suo slice di rovescio sulla diagonale era più lento, e quando riuscivo a girarmi sul dritto vincevo più punti”.

Andy Murray e la medaglia d'oro ai Giochi Olimpici di Rio 2016 (Getty Images)

Andy Murray e la medaglia d'oro ai Giochi Olimpici di Rio 2016 (Getty Images)

Pochi giorni fa, Nadal ha confessato di avere la sensazione di non potersi mai fermare, trovandosi nelle aspre rivalità che ha vissuto. La sete di competizione, d’altronde, è stata anche la “croce e delizia” di Murray, specialmente per quanto riguarda i problemi fisici affrontati nella seconda parte della sua carriera: “L’anca era già messa male alla fine del 2015. Infatti facevo sempre più fatica nei match lunghi. Ne ho persi alcuni anche quando ero avanti 2-1 nei set, qualcosa che accadeva rarissimamente prima di allora”.

“Così ho cominciato ad avere sempre più problemi al servizio. Guardandomi indietro, gestirei le cose diversamente – ha ammesso -. Nella mia carriera non mi sono mai dato l’opportunità di godermi a pieno i grandi successi, e guardandomi indietro mi concederei più pause. Subito dopo aver vinto i Giochi Olimpici a Londra, sono volato in Nord America per giocare, e ho fatto lo stesso quattro anni dopo. Nel 2016, se avessi saltato Cincinnati, probabilmente avrei potuto giocare meglio allo US Open, ma c’è anche da dire che la mia anca era già compromessa”.

Tra le altre cose, ha parlato di Djokovic anche ricordando l’esperienza vissuta come suo coach nei primi mesi del 2025, in cui il serbo ha raggiunto anche la semifinale all’Australian Open battendo Carlos Alcaraz nei quarti di finale. “Sapevamo che il piano tattico fosse buono, ma ciò che lo rende unico è proprio la capacità di applicare il piano perfettamente: non tutti ci riescono”.

“Il suo è un carattere esigente, come il mio. I risultati non sono stati quelli che volevamo – ha detto in merito alla separazione durante la stagione su terra – ma sono lieto di averci provato, ho imparato molte cose. Se mai dovessi allenare di nuovo, mi concentrerei molto di più sull’idea di portare energia positiva nel team. I giocatori hanno bisogno di fiducia, e non di ‘energia nervosa’”, ha concluso.

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