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Non solo baby fenomeni: il tennis premia anche chi sboccia tardi. Numerosi gli esempi di giocatori riusciti a costruirsi una carriera di successo piuttosto avanti con gli anni: da Vacherot al caso di Karatsev, ma anche Karlovic, Dustin Brown, il tre volte campione Slam Stan Wawrinka e un paio di azzurri
15 aprile 2026
“Chi arriva prima, meglio alloggia”, recita un celebre detto. Ma il tennis può andare controcorrente. Certo, ci sono i casi di Boris Becker campione a Wimbledon a 17 anni, o delle enfant prodige del femminile come Jennifer Capriati, Martina Hingis e non solo. Ma ci sono anche numerosi giocatori sbocciati tardi, dopo anni vissuti nelle retrovie. L’esempio più attuale è quello del monegasco Valentin Vacherot, semifinalista la scorsa settimana nel Masters 1000 di casa a Monte-Carlo. Classe 1998, a 23 anni era ancora fuori dai primi 1.000 del ranking, e fino a 26 non aveva mai raggiunto la top-200. Poi è salito fino ad annusare la top-100, è stato ricacciato indietro, ma l’exploit dello scorso anno a Shanghai gli ha cambiato completamente la carriera e la dimensione sportiva.
Pareva destinato a rimanere un episodio isolato, inspiegabile, invece è stato l’inizio di una scalata sempre più concreta. Oggi Vacherot è numero 17 del ranking, si fa strada con regolarità nei grandi tornei ed è diventato un cliente scomodo per tanti. Anche senza i punti del titolo vinto in Cina sarebbe ugualmente nei primi 40 del mondo, ma, soprattutto, solo coi punti raccolti da Shanghai (compreso) in avanti sarebbe ugualmente top-20. Significa che con buona probabilità salirà ancora, visto che nei prossimi sei mesi dovrà difendere solamente 150 punti. Una miseria.

Late bloomers, 10 giocatori sbocciati tardi
Prima di Vacherot, un altro caso recente di “late bloomer” è stato quello del russo Aslan Karatsev, che dopo una vita nelle retrovie si è scoperto un signor giocatore dal 2021 in avanti, quasi dal nulla, quando in 10 mesi è passato da numero 263 a numero 42 della classifica, grazie soprattutto all’incredibile semifinale all’Australian Open raggiunta partendo dalle qualificazioni, a 27 anni compiuti. Anche per lui, più che un caso più unico che raro, l’exploit Slam è diventato il trampolino di lancio che l’ha portato fino alla quattordicesima piazza del ranking. Perché nel giro di un anno ha vinto anche il 500 di Dubai, i 250 di Mosca e Sydney, affermandosi ad altissimi livelli.
Il russo ha vissuto tre stagioni di gloria, poi – complici anche ripetuti problemi fisici – è scivolato di nuovo indietro, fino a sparire quasi completamente dai radar. Oggi è numero 979 della classifica e proprio nei giorni scorsi si è finalmente rivisto nel circuito, dove mancava da luglio. Ha superato le qualificazioni in un torneo ITF da 25.000 dollari di montepremi sul cemento di Sharm El Sheikh.
Pur senza arrivare ai casi estremi di Vacherot e Karatsev, negli anni il circuito ha regalato anche tante altre storie di giocatori emersi tardi a certi livelli, dopo una vita di battaglie. Impossibile dimenticare il gigante croato Ivo Karlovic, che fra i primi 100 del mondo ci è arrivato a 24 anni, ma il primo titolo ATP se lo sarebbe preso solamente quattro stagioni più tardi, vincendone poi addirittura altri 7 e raggiungendo il proprio best ranking (numero 14) a 29 anni.
Per certi versi simile la storia di Dustin Brown, il tedesco-giamaicano classe ‘84 diventato celebre per i suoi lunghi capelli rasta e per un tennis illogico, impossibile da decifrare. È stato per anni nelle retrovie, girando nei tornei con un camper per risparmiare denaro, poi è riuscito a mettere d’accordo testa e braccio, giocando il suo miglior tennis dopo i trent’anni. Nel 2015 la celebre vittoria contro Rafael Nadal sul Centre Court di Wimbledon, l’anno seguente il best ranking (64).
Da citare anche il caso di Stan Wawrinka, che a 41 anni continua a incantare col suo rovescio e da poco è diventato il secondo più anziano di sempre a ritrovare un posto fra i primi 100 della classifica. Lo svizzero assaggiò la top-10 già a 23 anni, ma il Wawrinka fenomenale capace di vincere tre Slam e salire fino alla terza posizione della classifica sarebbe arrivato solamente qualche stagione più tardi. Il successo a Melbourne se lo prese a quasi 29 anni, quello a Parigi a 30 compiuti, quello a New York a 31 anni e mezzo. Nell’Era Open, fra i giocatori ad aver conquistato più di un titolo nei tornei del Grande Slam, nessuno ha vinto il primo più tardi di lui.
Non così distante, seppur senza titoli Slam, il caso del sudafricano Kevin Anderson, arrivato piuttosto tardi nel tennis che conta, dopo l’esperienza al college negli Stati Uniti. I top-10 li ha raggiunti a 29 anni, i top-5 a 32, le sue due finali nei Major a 31 (Us Open) e 32 (Wimbledon). A 32 anche la semifinale alle Nitto ATP Finals.
E l’Italia? Non è un paese per giovani, titolava un film di una decina d’anni fa. I miracoli di Sinner hanno invertito la tendenza, eppure il nostro paese vanta ancora un paio di record di anzianità di una certa rilevanza. Fabio Fognini rimane il giocatore più anziano ad aver raggiunto la top-10 per la prima volta in carriera, precisamente a 32 anni e 1 mese, nel giugno del 2019.
Paolo Lorenzi, oggi direttore degli Internazionali BNL d’Italia, resta invece il giocatore ad aver vinto il primo titolo ATP più tardi di tutti: quando nel 2016 si impose a Kitzbuhel, il toscano aveva 34 anni, 7 mesi e 22 giorni. Anche la sua è stata una rincorsa lunghissima: nei top-100 ci è arrivato per la prima volta a 28 anni, ma il best ranking – da numero uno d’Italia – l’ha raggiunto a 35, toccando la 33esima posizione del ranking. Un esempio di tenacia e longevità con pochi eguali al mondo. Come lui, sedici stagioni prima, anche Gianluca Pozzi, che la sua miglior classifica (40) l’ha raggiunta nell’anno dei 36, dieci stagioni dopo il primo ingresso in top-100, trovando il proprio miglior rendimento molto avanti con l’età. Tutte testimonianze di come, per ambire a certi traguardi, non esista una data di scadenza. L’importante è non smettere di provarci.