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"Norman? Calma e lavoro". Il bresciano Marchiori tra Magnus e Stan

35 anni, da 12 a Stoccolma nella Good to Great, il bresciano Gianluca Marchiori conosce molto bene Magnus Norman, avendoci lavorato fianco a fianco anche mentre seguiva Stan Wawrinka. Ecco cosa ci ha raccontato

| 29 ottobre 2026

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Manca ormai, pare, solo l'ufficialità. Poi Magnus Norman sarà, dal 2027, una delle nuove figure di riferimento nel team di Jannik Sinner, a fianco di Simone Vagnozzi. Ma chi è davvero l'allenatore svedese? E soprattutto, cosa porta a un giocatore quando entra nel suo angolo? Gianluca Marchiori, 35enne bresciano, da 12 anni coach della Good to Great Tennis Academy di Stoccolma, lo conosce da tempo, ha lavorato al suo fianco e ne è diventato pure amico. Il ritratto che emerge, ascoltandolo, è quello di un tecnico molto meno dogmatico di quanto si possa pensare: poche complicazioni, tanta capacità di ascolto, una enorme etica del lavoro e soprattutto una qualità rara ad altissimo livello, quella di trasmettere calma e fiducia.

Gianluca, partiamo proprio da qui: che allenatore è Magnus Norman?

"Dal punto di vista tecnico è molto preparato, ovviamente. Ma la sua grande qualità è che si adatta moltissimo al giocatore. Non cerca di costringere il giocatore dentro al suo metodo: fa il contrario. Quando allenava Stan aveva un modo di lavorare, quando allenava Soderling ne aveva un altro. La cosa incredibile di Magnus è la sua etica del lavoro, la passione che mette in ciò che fa e soprattutto la calma che riesce a trasmettere. Secondo me, a quel livello, è proprio una delle cose che fanno la differenza".

Quindi la sua forza non è tanto imporre qualcosa, quanto capire chi ha davanti.

"Esattamente. Quello che è riuscito a fare con Stan è stato dargli tantissima fiducia e tantissima calma proprio nei momenti nei quali è più difficile trovarle. È una qualità che gli invidio, perché da quando lo conosco l'ho sempre visto così. Ogni sessione che fa è al massimo del focus, riesce a trasmettere fiducia e nello stesso tempo mantiene le cose semplici. Non ti complica la vita dal punto di vista tennistico. Ti fa sentire bene. E poi i risultati che ha ottenuto come coach parlano abbastanza chiaramente".

Quanto è importante, nel suo metodo, la capacità di ascoltare?

"Moltissimo. Soprattutto all'inizio devi ascoltare il giocatore per capire dove si sente in fiducia, dove invece ha dei dubbi, quali sono le situazioni nelle quali si sente più sicuro e quelle nelle quali lo è meno. Magnus è molto bravo proprio in questo. Si adatta a chi ha davanti. Anche quando ogni tanto mi aiuta con Niels (il tedesco McDonald, ndr) gli dice cose che magari a Stan non avrebbe mai detto, perché sono giocatori diversi. Non parte da ciò che vuole lui: parte dalla persona e dal giocatore che ha davanti".

Magnus Norman (Getty Images)

Magnus Norman (Getty Images)

Da giocatore, Norman era arrivato fino al numero 2 del mondo, ma con un tennis molto diverso da quello che oggi vediamo ai vertici. Quanto si è evoluto come tecnico?

"Tantissimo. Ha una visione del tennis molto più aggressiva e propositiva rispetto a quando giocava lui. Si è adattato completamente all'evoluzione del gioco. Ha detto tante volte, scherzando, che se il Magnus giocatore avesse dovuto affrontare al massimo livello Djokovic o Federer avrebbe preso 6-1 6-1 6-1. Lui era stato un giocatore fantastico, numero 2 del mondo, però aveva anche dei limiti. Nel senso che non era uno di quei talenti ai quali viene tutto facile".

E forse proprio quei limiti lo hanno aiutato a diventare un allenatore migliore.

"Secondo me sì. Lui è arrivato a quel livello lavorando come un pazzo, mettendo ogni giorno tutto ciò che aveva. I limiti che aveva come giocatore li ha completamente superati, in campo e poi come allenatore. Oggi ha una visione molto più flessibile e aggressiva. E soprattutto riesce in pochissimo tempo a leggere ciò di cui ha bisogno un giocatore, oppure cosa può dare fastidio all'avversario dall'altra parte della rete. Anche tatticamente è molto preparato".

Ora dovrà inserirsi in un team nel quale Simone Vagnozzi ha già un ruolo tecnico e tattico molto forte. Come lo ha visto in questi anni nel rapporto con lei e con i colleghi?

"Magnus non è assolutamente uno che ha bisogno di imporre la propria presenza. Faccio sempre un esempio. Io sono arrivato alla Good to Great quando avevo 22 anni, quasi 23. La prima volta che sono andato in campo con lui, con Elias Ymer, Magnus aveva già allenato Soderling in due finali Slam e aveva già vinto l'Australian Open con Stan. Io non ero nessuno, avevo appena iniziato ad allenare. Eppure fu lui a chiedermi se vedevo qualcosa di particolare, se avevo qualche input da dargli. Questa cosa mi sorprese completamente".

Che fine hanno fatto/69: Magnus Norman

Che fine hanno fatto/69: Magnus Norman

Quindi non ha problemi a confrontarsi anche con un altro allenatore.

"Per niente. È apertissimo. Quando ho lavorato con Stan, io ero più una figura di supporto, ma Magnus mi chiedeva continuamente se vedevo qualcosa di diverso da lui, se avevo qualche osservazione. Ascolta molto. Penso che con chi fa un lavoro tecnico e tattico già importante, Magnus possa aggiungere qualcosa, ma credo che la sua arma in più sia soprattutto la calma e la fiducia che riesce a dare al giocatore".

È una figura che può ricordare, per certi versi, Darren Cahill?

"Cahill l'ho conosciuto poco, quando ero a Wimbledon con Stan nel 2023 e ci siamo allenati con Jannik. Abbiamo bevuto un caffè insieme e mi è sembrata una persona estremamente umile. Magnus ha quella stessa capacità di portare equilibrio senza avere bisogno di essere al centro".

Come è il suo rapporto con la pressione che si avverte ai massimi livelli nel Tour?

"Questi discorsi secondo me non gli entrano proprio nella testa. Lui lavora con un giocatore e il suo compito è farlo diventare il miglior giocatore possibile, che sia numero 1, numero 20 o numero 200. Ogni giorno cerca di andare verso quell'obiettivo. Non penso possa avere problemi con la pressione mediatica o con tutto ciò che c'è intorno, perché è molto umile, parla poco e pensa a lavorare".

"Norman? Calma e lavoro". Il bresciano Marchiori tra Magnus e Stan

Avete parlato di recente dell'evoluzione del tennis di vertice?

"Secondo lui - e io condivido - il livello attuale è altissimo. Il tennis si è evoluto tantissimo, soprattutto dal punto di vista della capacità di movimento: Jannik e Carlos si muovono in maniera incredibile. Lo convince meno il fatto che oggi si giochi troppo. Jannik e Carlos in questo sono stati particolarmente bravi a prendersi delle pause quando ne avevano bisogno, e nonostante questo hanno comunque avuto a che fare con qualche problema fisico. Ma in generale oggi i giocatori disputano molti più tornei rispetto a dieci o quindici anni fa. Vedi stagioni da trenta tornei che una volta erano quasi impensabili. E ormai non è nemmeno un'eccezione, lo fanno in tanti. Secondo me si finisce per giocare sempre di più e magari si lascia meno tempo per lavorare veramente sul proprio gioco".

Veniamo a Wawrinka. Lei ha avuto modo di lavorare direttamente con lui in diversi momenti della sua carriera. Cosa le ha lasciato quell'esperienza?

"Prima di allenare una persona così non sai bene cosa aspettarti. Pensi magari che faccia qualcosa di completamente diverso dagli altri, qualcosa di speciale. Poi scopri che i grandi campioni fanno soprattutto le cose semplici, ma le fanno ogni giorno a un livello altissimo. Se quel giorno possono dare il 70%, danno davvero il 70%, non il 50. Se possono dare il 90%, danno il 90. E il giorno dopo ricominciano. Anche dopo un brutto allenamento cercano immediatamente di capire come migliorarlo. C'è sempre un pensiero dietro a ciò che fanno".

Gianluca Marchiori (a destra) applaude durante un match di Wawrinka

Gianluca Marchiori (a destra) applaude durante un match di Wawrinka

Lo ha visto in fasi molto diverse della carriera.

"La prima volta sono stato con lui nel 2020-2021, poi nel 2022 ho fatto alcune settimane e nel 2023 molte di più. Erano momenti completamente diversi. All'inizio era ancora fra i migliori del mondo, l'ultima volta era vicino a uscire dai primi 100, poi quell'estate giocò molto bene e tornò intorno alla posizione 40-50. Ma la mentalità e l'attenzione ai dettagli erano rimaste identiche. È questa la cosa che mi ha stupito maggiormente".

Anche negli ultimi anni continuava quindi a lavorare come un giocatore di vertice.

«Sempre. Ovviamente anche lui aveva giornate nelle quali non si sentiva bene e il livello non era altissimo, ma cercava comunque di dare il massimo possibile quel giorno. E soprattutto continuava a farlo con una passione enorme per il tennis. Non l'ho mai visto arrogante con nessuno, né con giocatori meno forti né con gli junior. Era sempre disponibile ad aiutare gli altri. Anche nell'ultima settimana che ha trascorso in campo con Niels, a 41 anni, vedere quanto continuasse a spingere il proprio corpo e quanto si divertisse a farlo è stato incredibile, un'ispirazione".

Tre Slam vinti in quattro finali, in piena epoca Federer-Nadal-Djokovic. Ha ottenuto tutto quello che poteva?

"Ha avuto una carriera incredibile. Però, guardando il livello che riusciva a esprimere nelle finali Slam, probabilmente ha vinto persino un po' meno di ciò che avrebbe potuto. Il problema è che, a differenza magari di Djokovic o Nadal, che da fuori sembrano quasi disumani per la continuità del loro focus, Stan è stato ed è molto più umano. Ed è probabilmente anche uno dei motivi per cui ha avuto così tanti tifosi. È più vulnerabile".

Ci può portare un esempio in questo senso?

"Faccio un esempio molto banale. Una volta ero con lui a Gstaad, un torneo relativamente normale per uno che aveva giocato e vinto finali Slam. Prima di entrare in campo andò in bagno cinque o sei volte per la tensione. Giocava in casa e sentiva tantissimo quella situazione. Stan è molto sensibile. Quando parlo di attenzione ai dettagli intendo anche questo: magari a cena gli fai un commento che gli toglie un minimo di fiducia e lui ci pensa. Non è che si offenda, ma quando va in campo quella cosa può sentirla. Altri campioni sembrano quasi impermeabili a tutto questo. Lui no. Ed è proprio questa umanità, forse, ad aver reso ancora più speciale quello che è riuscito a fare".

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