Chiudi
“Devo essere molto intelligente - spiega il piemontese - a darmi dei periodi per tornare in buona condizione e allenarmi prima di competere. Il mio livello non è ancora quello che desidero che sia, ma negli ultimi mesi penso di essere stato bravo a gestirmi e a migliorarmi"
19 aprile 2026
Due finali Challenger in poco più di un mese testimoniano l’ottimo stato di forma di Stefano Napolitano, reduce dai piazzamenti nei match decisivi dei tornei di Kigali e Città del Messico. Tornato in Top-300 (ora è numero 240 del mondo), il 31enne di Biella punta a dare continuità di risultati per riavvicinarsi al best ranking di numero 121 fatto registrare nel 2024, l’anno della sua unica doppietta a livello Challenger (affermazioni a Bangalore e Madrid) e dello storico terzo turno centrato agli Internazionali BNL d’Italia, dove sconfisse nell’ordine J.J. Wolf e Juncheng Shang, prima di arrendersi in tre set a Nicolas Jarry.
A Città del Messico è mancata la ciliegina sulla torta, ma che settimana è stata?
“Ho giocato alcuni match di alta qualità, mentre altre partite sono state più tattiche, come ad esempio quella con Pavlovic in semifinale. La finale si è giocata su pochi punti, l’interruzione per pioggia e il successivo rinvio al lunedì hanno inciso”.
Come mai?
“Mi portavo dietro alcuni fastidi fisici già dai quarti, alla domenica ho cercato di farmi trattare ma poi la mattina successiva mi sono svegliato in maniera diversa. Ho trovato tutto più complesso e anche condizioni di gioco più rapide, ma va dato merito a Duckworth che è stato bravo a farsi trovare più pronto. Ho tentato di cambiare strategia perché avevo delle difficoltà, ma non è bastato. Il terzo set è stato molto amaro, mi dispiace perché avrei desiderato concludere il torneo in modo diverso, per quanto abbia comunque trascorso una settimana all’insegna della solidità, produttiva e con quattro vittorie messe a referto”.
Stefano Napolitano (foto Diego Runggaldier)
Dopo il torneo di Città del Messico, avrebbe dovuto giocare a Santa Cruz. Ma cos’è successo?
“La finale in Messico è stata spostata al lunedì a mezzogiorno, ma l’ultimo volo per andare in Bolivia era in partenza alle 14. In condizioni normali sarei potuto partire al martedì per debuttare il giorno successivo a Santa Cruz, ma con la finale al sabato non è stato possibile. Ho così dovuto rinunciare alla trasferta, lo stesso ha fatto Duckworth che sarebbe dovuto andare in Corea del Sud. Ho ricevuto anche una multa di 1.000 dollari per late withdrawal, ma spero che l’Atp abbia il buonsenso di cancellarla”.
Il circuito Challenger si sta espandendo anche nel continente africano. A marzo ha giocato due eventi a Kigali, raggiungendo una finale: come si è trovato?
“Il Ruanda mi ha sorpreso parecchio. A Kigali sono stato molto bene: l’hotel e le palestre erano davvero buone, così come il circolo che presentava cinque campi tutti in fila e un bel Centrale. È un bellissimo posto in cui giocare a tennis, comodo a livello logistico e anche congeniale alle mie caratteristiche, essendo in altura e con condizioni di gioco molto rapide. La terra battuta non è quella europea, quindi è difficile giocarci se si fa fatica ad adattarsi. Il Ruanda è un paese con una storia difficilissima alle spalle: la gente locale ti lascia qualcosa dentro per il modo che ha di vivere e di fare squadra dopo il genocidio. Si percepisce qualcosa di speciale, c’è un desiderio comune volto alla crescita della nazione e un senso civico che difficilmente si trova in altre parti del mondo. Kigali è stata una bella scoperta”.
Stefano Napolitano
Sta giocando con continuità da diversi mesi, tanto che la ‘zona Slam’ sembra alla portata.
“Devo essere molto intelligente a darmi dei periodi per tornare in buona condizione e allenarmi prima di competere. Il mio livello non è ancora quello che desidero che sia, per essere competitivo a livelli più alti, ma negli ultimi mesi penso di essere stato bravo a gestirmi e a migliorarmi anche durante i vari tornei. Al di là degli Slam, penso che ci sia ancora una parte di lavoro da fare. Vorrei mettere assieme una stagione consistente, allenarmi e crescere per arrivare in fondo negli eventi a cui partecipo”.
Da assiduo frequentatore del circuito Challenger, quale crede che sia la principale differenza con i tornei Atp?
“Nell’arco di una stagione, il numero 40 del mondo fa meglio rispetto a chi è numero 200. Il circuito Challenger è molto difficile: per vincere tante partite con costanza bisogna essere forti a livello fisico e mentale, oltre ad avere un gran tennis. Se vinci due partite, in un Challenger fai molto poco: in questi tornei bisogna riuscire ad andare in fondo, vincendo le finali di Kigali e Città del Messico avrei ottenuto il doppio dei punti. È un circuito complesso, che ti allena e ti forma: se riesci ad avere le qualità per far bene per diverse settimane, poi arrivi in un Tour Atp in cui trovi delle condizioni che permettono di esprimersi meglio. Gli standard Atp sono diversi e anche il contesto aiuta. Quando navighi nei Challenger e perdi tre o quattro partite di fila, la strada davanti a te sembra davvero molto lunga”.
A livello personale, che obiettivi si è dato?
“Arrivare ad avere una classifica utile per giocare le qualificazioni degli Australian Open nel 2027 mi permetterebbe di affrontare la preparazione invernale con un piglio diverso. Avendo pochi punti in scadenza, mi piacerebbe provare a entrare già quest’anno a Wimbledon o agli Us Open. Nella stagione del mio best ranking ho giocato molto poco per via dei problemi alla schiena che mi hanno poi costretto a un’operazione, ma se sto continuando a premere sull’acceleratore è perché voglio tornare in quella zona di classifica”.
Stefano Napolitano (foto Fioriti)
Non è mai troppo tardi, il ‘caso Trungelliti’ insegna…
“Esatto. Il mio corpo mi sta chiedendo qualcosa in più rispetto a due anni fa, ma credo che tutto sia ancora possibile. È necessario tanto lavoro, ma sarebbe bellissimo tornare a giocare nel tabellone principale di un torneo dello Slam”.
Da ex numero nove del mondo tra gli Under 18 e finalista Slam in doppio, che consiglio si sente di dare ai giovani che si approcciano al professionismo?
“La carriera giovanile ti fa vivere dei bellissimi contesti, ma non bisogna commettere l’errore di porsi delle aspettative. Il circuito Juniores ti forma e ti permette di vedere da vicino la quotidianità dei migliori giocatori del mondo: è fondamentale essere curiosi e tenersi accanto delle buone persone, con la consapevolezza che affrontare una carriera ‘Pro’ richiede uno sforzo importante. L’unica cosa che si può controllare è la performance, dunque bisogna escludere ogni tipo di esigenza in termini di risultati. All’interno del cammino si possono trovare soddisfazioni quando arrivano i primi successi, ma è anche fondamentale imparare a gestire i momenti difficili. Il percorso deve generare gioia, poi ognuno lavora a modo suo”.
Oggi ci sono venti italiani tra i primi 250 del mondo. Che effetto le fa?
“È bello vedere tanti ragazzi scalare la classifica così velocemente. Tutto ciò ti può dare forza e motivazione per provare a raggiungerli, ma personalmente sto vivendo questa situazione in maniera meno competitiva. Qualche stagione fa, da 121 del mondo, sarei stato vicino a giocare in Coppa Davis, mentre nel 2024 al raggiungimento del mio best ranking c’erano nove ragazzi meglio piazzati. Nel giorno in cui smetterò, sarei deluso se dovessi lavorare con un giovane e questo dovesse fare peggio di me. Classifiche a parte, sarei ben contento di dare una mano attraverso il mio percorso e l’esperienza accumulata in questi anni”.