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"Continuo - spiega lo svizzero - a spingermi oltre, a cercare di migliorare, a mettermi pressione per vincere partite. Non posso entrare in campo pensando solo a divertirmi perché è l’ultima volta. Non è così che sono fatto"
06 aprile 2026
Cala il sipario su Stan Wawrinka a Monte-Carlo. Si chiude con una sconfitta al primo turno, ma soprattutto con un carico emotivo enorme. Il ko contro Sebastian Baez passa quasi in secondo piano rispetto al significato di una giornata che segna la fine di un’epoca: quella dell’ultima apparizione nel Principato per uno dei protagonisti più amati della sua generazione.
"È stata una partita dura - spiega Stan - ma sono felice di aver avuto l’opportunità di giocare qui un’ultima volta. L’atmosfera è stata incredibile, il supporto del pubblico fantastico. Sono davvero molto felice per questo".
A 41 anni, Wawrinka non ha ancora deciso con precisione in che settimana arriverà lo stop definitivo. "Giocherò a Barcellona, poi probabilmente le qualificazioni a Roma e Ginevra. Vedremo per il Roland Garros. Mi piacerebbe giocare sull’erba, spero Wimbledon, poi gli Stati Uniti, magari Cincinnati o un Challenger. Sicuramente Basilea, e forse anche Lione. Per il resto è ancora presto". E proprio Basilea potrebbe rappresentare l’ultimo atto: "C’è una buona possibilità che sia l’ultimo torneo, ma vedremo. Dipende da come andranno le cose".
Resta a Stan la natura profonda dell'atleta altamente competitivo: "Se voglio giocare tutta la stagione, devo mantenere la mentalità da competizione. Continuo a spingermi oltre, a cercare di migliorare, a mettermi pressione per vincere partite. Non posso entrare in campo pensando solo a divertirmi perché è l’ultima volta. Non è così che sono fatto". Una tensione costante, che diventa ancora più evidente con il passare degli anni: "A 41 anni c’è tantissimo lavoro dietro. Serve disciplina, sacrificio, per restare in forma e a questo livello. Ci sono giorni e settimane davvero difficili, ma alla fine ne vale la pena. Amo questo sport, amo quello che faccio".
E ancora: "È un po’ tutto più complicato. Serve più tempo per recuperare, più allenamento, più palestra, più trattamenti. Anche i risultati arrivano meno facilmente. I viaggi, la ripetizione degli sforzi… potrei parlare a lungo di tutto questo. Ma alla fine essere un tennista è una fortuna incredibile. È qualcosa che ho sempre sognato".
Nel corso della conferenza stampa, emerge anche il ritratto più profondo del campione, quello che va oltre i trofei. "Sono un ragazzo di periferia che sognava di diventare un tennista professionista. Il mio unico obiettivo è sempre stato dare il massimo ogni giorno, migliorarmi e superare i miei limiti, senza mai mettermi delle barriere. Non avevo come obiettivo vincere uno Slam o diventare numero 1, volevo semplicemente essere sempre migliore del giorno prima".
Una crescita costruita nel tempo, lontana dall’ossessione del risultato immediato: "Ho sempre lavorato sul lungo periodo. Ho investito tanto nello sviluppo fisico, tecnico e mentale, senza inseguire la classifica settimana dopo settimana. Non volevo bruciarmi mentalmente. Tutto questo mi ha permesso di raggiungere il massimo che potevo sperare".
E tra i ricordi più intensi resta ovviamente il trionfo a Monte-Carlo del 2014, contro Roger Federer: "Un ricordo incredibile. Il mio unico Masters 1000 qui, su una superficie su cui sono cresciuto. Monaco è sempre stato uno dei tornei che amavo guardare. Vincerlo, per di più contro Roger, cui ero molto vicino in quel periodo, è stato qualcosa di eccezionale".
Oggi, però, il presente è fatto di emozioni contrastanti. Da un lato la frustrazione della sconfitta, dall’altro la consapevolezza di vivere con serenità gli ultimi momenti nel Tour: "Dopo una sconfitta non hai voglia di restare in campo. La prima sensazione è che non meriti di essere lì. Ma con l’esperienza riesco a prendere le distanze più velocemente e ad apprezzare il momento. È per questo che continuo a giocare: per vivere queste emozioni, per giocare davanti a un pubblico così".
E forse è proprio questa la chiave del suo addio senza dolore: non la nostalgia, ma un applauso in più della gente. "Cerco di prendere tutto l’amore e il supporto del pubblico, tutta l’energia che mi dà. È una delle ragioni principali per cui gioco ancora".