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C'è molto, in questo sfogo lanciato nel mare di Instagram da Julian Ocleppo, figlio d'arte, un uomo di quasi 30 anni che nel 2024 - di fronte all'ennesimo problema fisico - decise di dire basta. C'è la frustrazione e ci sono i dubbi. C'è l'amore per lo sport che aveva scelto e c'è la delusione per non aver visto questo amore totalmente ricambiato
Cristian Sonzogni | 21 ottobre 2026
In 5134 caratteri, Julian Ocleppo - ex numero 309 Atp in singolare e 167 in doppio - ha spiegato al mondo dei social (che, usando un eufemismo, non sempre è particolarmente attento e sensibile) cosa significa fare il professionista. O meglio, ha spiegato cosa significa trovarsi nella condizione di non poter esprimere il proprio potenziale, dopo una vita di sacrifici dedicati a una singola passione, a un singolo durissimo lavoro.
Lo ha fatto benissimo, Julian, perché è una persona educata e intelligente. Una persona che sa guardarsi dentro e sa fare autocritica. C'è molto, in questo sfogo lanciato nel mare di Instagram da un uomo di quasi 30 anni che nel 2024 - di fronte all'ennesimo problema fisico - decise di dire basta. C'è la frustrazione e ci sono i dubbi. C'è l'amore per lo sport che aveva scelto e c'è la delusione per non aver visto questo amore totalmente ricambiato. C'è la consapevolezza che aver fatto tanto non è bastato. Perché nel tennis, ancora oggi, se arrivi a essere numero 309 al mondo e dunque sei comunque un fenomeno, non fai parte dell'élite che può vivere (bene) grazie al tuo mestiere.
Prima di proseguire, vale la pena impiegare qualche minuto per leggere il testo integrale. Eccolo.
Ci sono cose che per tanto tempo ho tenuto dentro, forse per vergogna, forse per paura di essere giudicato, o forse semplicemente perché non ho mai avuto il coraggio di ammetterle nemmeno a me stesso.
Ho giocato a tennis a livello professionistico, non sono mai stato un grande campione e non ho mai raggiunto risultati straordinari. Ho dedicato a questo sport una parte enorme della mia vita. Una vita fatta di sogni, rinunce e, soprattutto negli ultimi anni, di tanta sofferenza.
Gli infortuni, le operazioni, le riabilitazioni e tutte quelle volte in cui ho dovuto ricominciare da zero mi hanno tolto molto più della possibilità di giocare. Mi hanno tolto, poco alla volta, una parte di me.
Quasi due anni fa ho dovuto lasciare il tennis, non per mia scelta.
E forse la cosa più dolorosa è stata proprio dover accettare quella fine lentamente, un infortunio dopo l’altro, una speranza dopo l’altra, senza un momento preciso in cui capire che fosse davvero finita.
Da allora ho continuato a ripetere a tutti, e soprattutto a me stesso, che non mi mancava. Che avevo accettato tutto, che ero andato avanti.
La verità è che ho mentito. E continuo a farlo.
Mi manca ogni singolo giorno. Mi manca quella vita, mi manca avere un obiettivo, mi manca svegliarmi sapendo per cosa stessi lottando. Ho sottovalutato quanto fosse difficile passare da una vita da sportivo professionista a una vita completamente diversa. È qualcosa di cui si parla troppo poco, e a cui io per primo non ho dato abbastanza importanza. Solo oggi mi rendo conto di quanto quel cambiamento abbia inciso sulla mia salute mentale.
Voglio ringraziare gli allenatori, le persone che hanno creduto in me durante il mio percorso sportivo, la mia famiglia e chi mi ha accompagnato anche solo per un pezzo di strada.
Ma in realtà il tennis è soltanto una parte di qualcosa di molto più grande.
Negli ultimi anni la mia salute mentale è diventata sempre più fragile. Ho iniziato a combattere battaglie che nessuno vedeva, nascondendomi dietro sorrisi, risposte di circostanza e continui “va tutto bene”, quando dentro di me andava tutto tranne che bene.
Ho intrapreso anche un percorso di psicoterapia, una cosa che probabilmente pochissime persone sanno. Per un periodo ho creduto di stare meglio, di riuscire finalmente a ritrovarmi. Ma con il tempo sono tornato a sentirmi poco bene.
Nell’ultimo anno e mezzo ho perso progressivamente motivazione, interesse e voglia di affrontare la quotidianità. Anche le cose più semplici sono diventate pesanti. Situazioni familiari, personali, sportive, pensieri che si accumulano e che a volte diventano difficilissimi da gestire.
Ci sono giorni in cui faccio davvero fatica a trovare un motivo per andare avanti. Giorni in cui i miei pensieri mi spaventano, in cui sento di non riconoscermi più e in cui anche soltanto affrontare un’altra giornata sembra richiedere una forza che non sempre riesco a trovare.
E la cosa che forse mi fa più paura è che tutto questo non è più qualcosa che capita ogni tanto. È diventato parte delle mie giornate, dei miei pensieri, del modo in cui vivo anche le cose più semplici.
Ci tengo soprattutto a ringraziare quelle persone che, senza che io dicessi niente, hanno capito che qualcosa non andava. Quelle che hanno iniziato a starmi un po’ più vicino, magari senza farmelo notare, senza fare domande, senza pretendere spiegazioni. Quelle che, con piccoli gesti e una presenza discreta, mi hanno fatto sentire un po’ meno solo anche nei momenti in cui non riuscivo a spiegare nemmeno a me stesso cosa stessi provando.
Chiedo scusa alle persone che posso aver deluso negli anni, ai miei amici, a chi mi vuole bene e a chi ha cercato di starmi vicino. So che a volte non è facile avere a che fare con me. So che posso essere distante, difficile da capire, che a volte mi chiudo, mi allontano o non riesco a dare agli altri quello che meriterebbero. Non sempre riesco a gestire quello che ho dentro, e spesso finisco per farlo pesare anche a chi non c’entra nulla. Non è una giustificazione, ma è una parte di quello che sto vivendo e che per troppo tempo non sono riuscito a gestire.
Non so esattamente come si esca da un periodo così. Non so quanto tempo ci vorrà, né se un giorno riuscirò davvero a lasciarmi tutto questo alle spalle o se, invece, sarà qualcosa con cui dovrò imparare a convivere. Non ho risposte a queste domande e, per quanto a volte vorrei averle, so che soltanto il tempo potrà darmele. Forse sarà proprio il tempo, lentamente e senza che me ne renda conto, a curare almeno una parte di queste ferite invisibili, quelle che non si vedono da fuori, ma che ogni giorno continuano a farsi sentire.
Forse queste parole sono semplicemente il mio primo tentativo di smettere di nascondermi. Di ammettere che non sto bene, che sto facendo più fatica di quello che immaginavo e che, anche se oggi non riesco a vedere chiaramente una via d’uscita, non vedo l’ora un giorno di trovarla.
Perché a volte le battaglie più difficili sono quelle che nessuno vede, di cui nessuno parla.
E se queste parole riusciranno a far sentire anche solo una persona meno sola, allora averle condivise avrà avuto un senso.
I temi trattati in questo lungo post - 13 schermate in totale - sono parecchi ma riconducono comunque a qualcosa di ricorrente, nel tennis di oggi. La fragilità nascosta dietro a coloro - e sono la stragrande maggioranza - che non ce la fanno ad arrivare lassù, a vivere il lusso degli Slam e dei top 100 (di singolare). Una folla di aspiranti professionisti o di professionisti veri e di lungo corso, che per un motivo o per l'altro devono - nel cammino - rinunciare ai loro sogni. La situazione più dolorosa.
Si parla di testa e di psicoterapia, di difficoltà quotidiane e del tempo che serve per recuperare la serenità. Della pazienza che magari non si sa di avere ma con la quale ognuno di noi deve fare i conti e cercare di scovare, prima o dopo, lungo la propria esistenza. Julian, peraltro, è nato in una famiglia che sul tennis ha costruito tutto: figlio di Gianni Ocleppo, numero 30 al mondo nel 1979, ha seguito il padre nella carriera di tennista, ben sapendo tutte le insidie che nascondeva.
Non è l'unico, Ocleppo junior, ad aver avuto questi problemi. Anzi, sono sempre di più giocatrici e giocatori che sentono il bisogno di rendere pubbliche le loro difficoltà. Sempre di più coloro che con la pressione fanno fatica a convivere. Una pressione che oggi è amplificata dal mondo 'social' in cui ci ritroviamo - volenti o nolenti - a vivere. Solo 20 o 30 anni l'ansia da prestazione era legata a qualche commento sui giornali, generalmente letto da un numero limitato di persone e comunque scritto da chi qualcosa - di quello sport - ne capiva. Oggi chiunque si sente in diritto di dare un giudizio, chiunque lo può leggere. E la questione diventa rilevante se non si è dotati di cinismo o di una corazza abbastanza solida contro le cattiverie altrui.
Julian Ocleppo in campo nella finale scudetto della Serie A1 BMW (Foto Sposito/FITP)
Oggi Julian continua a giocare, in particolare nel Campionato di Serie A1, nel team del Selva Alta Vigevano. Che peraltro ha aiutato in modo determinante nelle ultime due partite, entrambe vinte per 4-2. Dunque non è ancora, del tutto, un 'ex', malgrado abbia lasciato il Tour internazionale ormai da tempo. C'è da sperare che poi, più avanti, Ocleppo possa restare nel mondo che ha conosciuto così da vicino, nelle vittorie e nelle sconfitte, nelle emozioni positive e nelle delusioni. Perché uno che è passato da tutto questo sa che non bisogna dare nulla per scontato e sa come essere un esempio, anche solo nelle parole.
Chissà che in futuro Julian possa diventare un coach, o qualcuno che comunque - in qualche modo - ha a che fare con la formazione. Allora, forse, tutti i sacrifici, tutti i dubbi, tutte le pressioni (indebite) e tutte le difficoltà potrebbero tornare ad avere un significato diverso, perché diventerebbero un valore aggiunto. Il seme, in fondo, è già presente ed è la conclusione del suo sfogo: 'E se queste parole riusciranno a far sentire anche solo una persona meno sola, allora averle condivise avrà avuto un senso'...