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"Per essere costante in partita - spiega il ceco - devi esserlo prima di tutto negli allenamenti e nella vita di tutti i giorni. Non puoi pretendere di giocare bene sotto pressione se durante la settimana non hai avuto lo stesso approccio. È qualcosa che ho cercato di cambiare"
28 marzo 2026
Dopo la semifinale dominata a Miami contro Fils, Jiri Lehecka si presenta davanti ai media con una lucidità che va oltre il risultato, raccontando una crescita costruita nel tempo. "È sicuramente un grande risultato per me, sono molto felice di essere in finale. Oggi è stata una grande partita, mi sono sentito bene fin dall’inizio e questo mi dà tanta fiducia per la finale di domenica. Quando giochi così e senti di avere il controllo, tutto diventa più naturale".
Una delle chiavi del successo contro Fils è stata la risposta, fondamentale su cui Lehecka aveva impostato la partita già alla vigilia: "Sapevo che dovevo metterlo sotto pressione fin dal primo colpo di ogni punto. Non importava se servivo o rispondevo: dovevo essere aggressivo. Non potevo lasciargli tempo sul dritto, perché quando ha tempo può fare praticamente qualsiasi cosa. Ho cercato di prendermi più rischi in risposta, di entrare subito nello scambio e di dettare io il ritmo. Era il piano partita e penso di averlo eseguito molto bene".
Il dato più impressionante è un altro: nessun set perso e, soprattutto, nessun turno di servizio ceduto. Un dominio che lui stesso ridimensiona: "C’è sempre margine per migliorare. Anche oggi, nonostante abbia giocato una grande partita, sento che potevo ancora fare di più È una sensazione importante, perché ti spinge a continuare a lavorare. In finale dovrò giocare ancora meglio, perché sarà una partita diversa, contro un avversario diverso, e dovrò adattarmi".
Dietro questo salto di qualità non c’è una rivoluzione improvvisa, ma un lavoro metodico iniziato mesi fa: "Prima della stagione non ci siamo dati obiettivi specifici in termini di risultati. Per noi era più importante migliorare la costanza, soprattutto negli allenamenti. Non solo in partita, ma ogni singolo giorno. Anche quando non ti senti al meglio, devi trovare il modo di dare il massimo. Devi uscire dal campo con la sensazione di aver fatto tutto il possibile. Questo tipo di mentalità poi si trasferisce nelle partite, ed è quello che sta succedendo adesso".
Un concetto che Lehecka ribadisce più volte. "Per essere costante in partita devi esserlo prima di tutto negli allenamenti e nella vita di tutti i giorni. Non puoi pretendere di giocare bene sotto pressione se durante la settimana non hai avuto lo stesso approccio. È qualcosa che ho cercato di cambiare: essere più presente, più concentrato, più esigente con me stesso. Credo che questo stia facendo la differenza. Non esiste sentirsi perfetti ogni giorno. La cosa più importante è accettarlo".
La finale contro Jannik Sinner rappresenterà un banco di prova completamente diverso, sia per caratteristiche tecniche, sia per intensità: "Sarà una partita diversa sotto ogni aspetto. Cambieranno le tattiche, cambierà il ritmo, cambieranno le soluzioni da trovare. Ma è normale, è una finale. So che dovrò alzare ancora il livello e farmi trovare pronto".
Nel suo percorso recente hanno avuto un peso importante anche gli infortuni, che ne hanno rallentato l’ascesa ma allo stesso tempo ne hanno rafforzato la consapevolezza: "L’infortunio più serio è stato quello alla schiena, una frattura da stress a una vertebra. Sono stato fermo per mesi e non è stato facile, soprattutto perché sono una persona molto attiva. Non poter fare nulla è stato difficile da accettare. Ma sapevo che dovevo tornare solo quando non avrei avuto più dubbi nei movimenti. Non volevo avere paura in campo".
Una paura che oggi sembra definitivamente superata: "Negli ultimi mesi ho lavorato molto anche su questo aspetto. All’inizio dell’anno ho avuto anche un problema alla caviglia, una distorsione che mi ha condizionato un po’. Non ero completamente libero nei movimenti, soprattutto nelle scivolate. Ma con il lavoro del mio team e del fisioterapista siamo riusciti a recuperare bene. Nelle ultime settimane mi sento libero, non ho più quel pensiero negativo quando corro su una palla difficile. Posso andare al cento per cento, ed è fondamentale".
Infine, Lehecka si sofferma sulle sue origini, lontane dai percorsi tradizionali: "Vengo da una famiglia umile. I miei genitori erano insegnanti, mio padre faceva nuoto da giovane e mia madre atletica, ma non a livello professionistico. Per loro lo sport era importante, ma non avevano grandi ambizioni per me. Volevano semplicemente che fossi attivo, che mi divertissi e che stessi bene". Un’infanzia fatta di sport diversi, senza specializzazione precoce: "Ho giocato a calcio, ho fatto sci, corsa, nuoto, ciclismo… un po’ di tutto. Il tennis non era l’unica cosa nella mia vita da bambino. E penso che questo mi abbia aiutato molto, soprattutto a conoscere meglio il mio corpo. Non ero sotto pressione, non dovevo per forza diventare un professionista. Ho iniziato a pensarci seriamente solo a 14-15 anni".
E poi il ricordo più semplice, ma forse il più significativo: "Abitavamo in un piccolo villaggio, a mezz’ora da Praga. Avevamo due campi da tennis proprio davanti a casa. Vedevo i miei genitori e i miei nonni giocare, e da bambino volevo solo fare la stessa cosa. È così che ho iniziato. A volte ci penso ed è quasi buffo essere qui oggi. Ma dimostra che non esiste un solo percorso per arrivare in alto". Un percorso che adesso lo porta a giocarsi una finale in un Masters 1000. "Adesso penso solo alla prossima partita. È l’ultima del torneo e darò tutto quello che ho. Questo è l’unico modo che conosco per essere contento di me stesso".