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Laver Cup, Alcaraz show: "Adoro il doppio e mi piace dare consigli"

"A volte - spiega Carlitos - probabilmente parlo anche troppo e non so nemmeno se quello che dico stia realmente aiutando chi è in campo. Però ci provo. Ogni volta che un giocatore torna verso la panchina cerco di dirgli ciò che sto vedendo da fuori"

26 settembre 2026

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Carlos Alcaraz abbraccia Mensik dopo il doppio

Tre a uno, esattamente come un anno fa. Il Team Europe ha chiuso in vantaggio la prima giornata della Laver Cup 2026 alla O2 Arena di Londra, ma Yannick Noah - capitano - è stato il primo a ricordare che un venerdì positivo non garantisce nulla. Nel 2025, a San Francisco, la sua squadra era avanti con lo stesso punteggio prima di perdere 15-9 contro il Team World. Stavolta Casper Ruud ha aperto battendo Francisco Cerundolo 6-7 6-4 10-8, Brandon Nakashima ha pareggiato i conti superando Jakub Mensik 6-1 3-6 10-7, poi Rafael Jodar ha dominato Alexander Bublik 6-2 6-3 e il doppio Alcaraz-Mensik ha chiuso il programma con il 6-4 6-4 su Bublik e Taylor Fritz.

"È stata una prima giornata molto interessante, piena di emozioni – ha spiegato Noah –. Le prime due partite sono state vicinissime nel punteggio, potevano andare in entrambe le direzioni. Prima vinci un match tie-break 10-8, poi perdi quello successivo. Sono situazioni che sollecitano parecchio i nervi. Però lo spirito della squadra è molto buono e sono contento di come sono andati il terzo incontro e il doppio. Ora, però, sappiamo bene che anche lo scorso anno eravamo avanti 3-1 dopo il primo giorno. Quindi è il momento di riposare e prepararsi a un weekend che sarà ancora lungo".

Più che il punteggio, però, il venerdì londinese ha mostrato una delle caratteristiche che rendono la Laver Cup differente da qualsiasi altra settimana dell'anno: improvvisamente i campioni diventano compagni di squadra, suggeritori, allenatori. E quello che più di tutti sembra divertirsi nel nuovo ruolo è Carlos Alcaraz. Durante le partite lo spagnolo è stato continuamente coinvolto nelle discussioni dalla panchina, indicando schemi e possibili soluzioni.

"Mi piace moltissimo dare consigli – ha ammesso Carlitos –. A volte probabilmente parlo anche troppo e non so nemmeno se quello che dico stia realmente aiutando chi è in campo. Però ci provo. Ogni volta che un giocatore torna verso la panchina cerco di dirgli ciò che sto vedendo da fuori, perché normalmente da quella posizione alcune cose sono molto più chiare. Mi piace dare la mia opinione su quello che succede in campo e spero che possa servire a chi sta disputando la partita".

Il Team Europe di Laver Cup si congratula con Mensik

Il Team Europe di Laver Cup si congratula con Mensik

Noah lo lascia fare volentieri. Anzi, considera proprio la partecipazione dei leader del gruppo una delle risorse principali del Team Europe. Perché il problema del capitano, in un evento come questo, non è tanto sapere cosa dire, quanto capire quando dirlo e soprattutto a chi. "Dipende completamente dal giocatore. È per questo che è fondamentale conoscersi. L'anno scorso, a dire la verità, a volte non avevo idea di cosa dire, perché non conoscevo ancora le reazioni emotive dei ragazzi. Ci sono giocatori che in un determinato momento vogliono essere caricati e altri che, con lo stesso punteggio e nella stessa situazione, hanno bisogno di essere calmati. Può cambiare tutto persino in base al tono della voce. Anche il mio linguaggio del corpo potrebbe dare fastidio a qualcuno".

È un lavoro di osservazione più che di autorità. E Noah insiste su un punto: con giocatori di questo livello, il capitano non può comportarsi come qualcuno arrivato improvvisamente a spiegare loro come si gioca a tennis. "Sono campioni, hanno le loro squadre durante l'anno, lavorano in questo modo da sempre. Più sei in alto e più sai già cosa devi fare. Io posso proporre qualcosa e poi sta al giocatore accettarlo oppure no. Per questo parlo molto anche con le persone che hanno intorno e con gli altri componenti della squadra. Con Rafa Jodar, per esempio, non sapevo inizialmente quanto volesse essere caricato. È un ragazzo molto tranquillo. Non sapevo se, sul 30-0 del primo game, urlargli “come on!” avrebbe potuto aiutarlo oppure disturbarlo. Ho chiesto agli altri, ho parlato con Flavio, poi durante la partita ho visto come reagiva ai punti, come cercava energia con il pugno. A quel punto l'ho capito. Non conta tanto quello che dico io: conta ciò che sentono loro. Io provo semplicemente ad andare nella direzione della loro energia".

La O2 Arena di Londra

La O2 Arena di Londra

Jodar gli ha dato una risposta piuttosto chiara anche sul campo. Al debutto assoluto nella competizione, il ventenne spagnolo ha lasciato appena cinque game a Bublik, confermando una crescita che lo ha portato al numero 14 ATP. Poi è arrivato il doppio. Alcaraz e Mensik avevano già giocato insieme nella scorsa edizione e hanno confermato un'intesa quasi sorprendente per due giocatori che normalmente condividono il campo da avversari. "Con Carlos c'è sempre una grande energia – ha spiegato Mensik –. È una persona facilissima da seguire, non soltanto in campo ma anche fuori. A San Francisco avevamo già capito di completarci molto bene e sono contento che anche quest'anno sia successo lo stesso. È qualcosa che percepiamo naturalmente e che proviamo semplicemente a sfruttare".

Alcaraz è stato ancora più diretto: "Passare del tempo in campo con Jakub è sempre una bellissima esperienza. Abbiamo una grande chimica, lo abbiamo dimostrato a San Francisco e lo abbiamo fatto di nuovo qui. Possiamo dire che quando giochiamo insieme siamo efficienti al cento per cento. Anche fuori dal campo stiamo bene, ridiamo molto, e credo che questa sintonia si trasferisca sul tennis. Con lui è davvero facile giocare".

Talmente facile che lo spagnolo vorrebbe farlo più spesso. "Mi piacerebbe giocare molti più doppi durante l'anno. Il problema è che il singolare è estremamente impegnativo fisicamente e mentalmente, e spesso ho bisogno della giornata libera per recuperare. Se giochi anche il doppio, rimetti immediatamente il corpo sotto stress. Però voglio provare a scegliere qualche torneo, perché mi diverto tantissimo. E il doppio mi permette anche di migliorare alcuni colpi e alcune situazioni che poi voglio utilizzare in singolare. Se il fisico me lo consentirà, spero davvero di giocarne di più".

Il 3-1 è dunque soltanto una parte della storia. L'altra è una squadra che sta cercando di conoscersi meglio mentre gioca, con un capitano che osserva, il numero 3 del mondo - ex numero 1 - che suggerisce, un ventenne che chiede energia e avversari di undici mesi all'anno che per tre giorni provano a ragionare come compagni. È esattamente ciò che la Laver Cup vuole produrre. E forse anche il motivo per cui, a giudicare dalla panchina europea, i giocatori continuano a divertirsi così tanto.

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