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“C’erano due parole chiave nella mia testa: impegno e fiducia. Stamattina - spiega l'americano - stavo leggendo la Bibbia, un passaggio dice che tutto è possibile per chi crede. È stata la cosa che mi sono ripetuto per tutta la partita"
23 marzo 2026
Se non è l'impresa della vita, poco ci manca. Sebastian Korda elimina Carlos Alcaraz a Miami e vola agli ottavi di finale con una delle migliori prestazioni della sua carriera, costruita su lucidità, coraggio e una strategia eseguita con precisione chirurgica. A parte quella rimonta iberica nel secondo set che lasciava intravedere scenari da incubo.
Korda non ha nascosto quanto la partita fosse stata preparata a puntino anche sul piano mentale, oltre che tecnico. “C’erano due parole chiave nella mia testa: impegno e fiducia. Stamattina stavo leggendo la Bibbia, un passaggio dice che tutto è possibile per chi crede. È stata la cosa che mi sono ripetuto per tutta la partita. Volevo controllare quello che potevo controllare: restare positivo, restare lucido, essere totalmente coinvolto in ogni punto”.
Una convinzione che si è tradotta in scelte molto precise in campo. L’americano ha evitato di forzare oltre misura, scegliendo invece un tennis più razionale. “Con i top player spesso cercavo di osare troppo, forzavo colpi che non servivano. Oggi ho provato a essere più ‘normale’, a non cercare vincenti impossibili ma a usare la velocità naturale della mia palla. Dovevo essere aggressivo ma in modo controllato, senza andare fuori giri”.
Il piano tattico era chiaro: togliere ritmo ad Alcaraz e impedirgli di comandare lo scambio. “La varietà era fondamentale. Non volevo che restasse fermo in un angolo a spingere. Volevo farlo muovere, mentre io cercavo di muovermi il meno possibile. Soprattutto non volevo che girasse attorno al rovescio per comandare con il dritto, perché lì diventa imprevedibile. Dovevo rimettere la partita sulla mia racchetta”.
Da qui la scelta di attaccare spesso, anche a costo di prendersi rischi. “Sapevo che sarebbe stato difficile, perché lui ti gioca sempre sui piedi quando sei a rete, ma era l’unico modo per metterlo in difficoltà. Dovevo continuare ad andare avanti, a insistere, a mostrargli che ero pronto a prendermi la partita”.
Il momento più delicato è arrivato nel secondo set, quando Korda ha sfiorato la chiusura senza riuscire a concretizzarla. Lì è emersa la crescita mentale rispetto al passato. “In quelle situazioni ho pensato ancora alla fiducia, ma anche all’esperienza. Ho perso tante partite così, contro grandi giocatori, dopo essere stato avanti. Mi è tornata in mente, ad esempio, quella contro Taylor (Fritz, ndr) a Dallas, quando ero avanti 5-2 nel tie-break del terzo. Da quelle partite ho imparato cosa avrei potuto fare meglio, e oggi sono riuscito a portarlo in campo”.
Un passaggio chiave, perché contro un giocatore come Alcaraz il rischio di subire la rimonta è sempre dietro l’angolo. “Sul 5-4 del secondo set ero un po’ teso, non lo nego. È anche merito suo, perché ti mette pressione continua. Però credo di aver fatto un buon lavoro nel resettare all’inizio del terzo set e tornare a lottare punto su punto, proteggendo il mio servizio con un buon rendimento in battuta”.
Determinante anche il lavoro con il nuovo team, che ha contribuito a rendere il gioco di Korda più incisivo. “Con Harrison ci stiamo divertendo molto. Lui è stato un giocatore e capisce bene cosa si prova in campo. Abbiamo lavorato tanto sul dritto, per renderlo più aggressivo. Prima subivo su quel lato, ora voglio essere io a comandare. E poi l’obiettivo è chiaro: venire a rete il più possibile”.
Un’evoluzione che si è vista chiaramente contro Alcaraz, con uno stato di grazia soprattutto nei momenti in cui Korda ha smesso di pensare e si è lasciato andare al gioco. “Quando avevo il dritto, colpivo senza esitazioni. Ero in una sorta di ‘flow’, quello stato in cui non pensi e giochi. È lì che vuoi essere sempre come tennista”.
Il successo ha anche un significato particolare per un giocatore che negli ultimi anni ha dovuto fare i conti con diversi stop fisici. “Quando stai fuori tanto perdi un po’ il ritmo gara. Negli ultimi anni mi è capitato spesso, sono stato anche tre o quattro mesi senza giocare. Ora la cosa più importante è trovare continuità, allenarmi con costanza e rimettermi spesso in situazioni di pressione come questa, perché è l’unico modo per crescere”.
Accanto a lui, stavolta, anche la figura del padre Petr, ex numero 2 Atp e talento enorme, presenza discreta ma fondamentale. “È bellissimo averlo qui. Lui e Ryan lavorano molto bene insieme. Mio padre mi conosce meglio di chiunque altro, Ryan è la voce principale, ma dietro c’è sempre un confronto continuo”. Quella contro Alcaraz è una vittoria che può rappresentare molto più di un semplice passaggio del turno. È la conferma di un potenziale che da tempo aspetta continuità. “Devo solo continuare così: credere, restare costante, mettermi in queste situazioni. È da qui che passa la crescita”.