-
Atp

Fritz vince, ma non è mai abbastanza. Serve un ultimo passo

Va benissimo stare lì tra i big, ricevere applausi per tenere testa a quel campione o a quell'altro, ma poi ogni tanto qualche trofeo pesante bisogna pure portarlo a casa, altrimenti si rischia di chiudere la carriera con il marchio di perdente di successo...

di | 04 agosto 2026

20260804_Fritz_4.jpg

Taylor Fritz ha vinto a Washington il suo primo titolo Atp della stagione in corso, il numero 11 in carriera e il secondo nella categoria 500 dopo Tokyo 2022. Taylor, 28 anni, è un ottimo giocatore ma se guardiamo alla sua bacheca ci accorgiamo che, per essere un top 10 più o meno fisso ormai da quasi un lustro, i trofei non sono poi così straordinari: c'è il Masters 1000 di Indian Wells (datato 2022), ci sono i due 500 di cui si parlava, poi una marea di 250. Perché Fritz vince, sì, abbastanza spesso, solo che al cospetto dei più grandi si perde. Negli Slam, per esempio, il clou è la finale agli Us Open 2024 (contro Jannik Sinner), mentre per il resto si contano una semifinale a Wimbledon, una manciata di quarti di finale e tante delusioni.

Manca sempre un passo, all'americano nato a Rancho Santa Fe, per essere davvero considerato grande. Perché va benissimo stare lì tra i big, ricevere applausi per tenere testa a quel campione o a quell'altro, ma poi ogni tanto qualche trofeo pesante bisogna pure portarlo a casa, altrimenti si rischia di chiudere la carriera con il marchio di perdente di successo. In questo momento, Fritz somiglia molto più a un Todd Martin o a un Tim Mayotte, per citare due americani del passato grandi ma non grandissimi, che non a un Jim Courier o a un Andy Roddick, con quest'ultimo che si prese almeno un Major, prima di soffrire (ovviamente, vien da dire) la presenza di un certo Roger Federer nella sua stessa epoca. Somiglia più, Taylor, anche a John Isner, che in fondo ha vinto tanti 1000 quanto lui: uno solo.

Eppure da Fritz gli americani si aspettavano di più. Molto di più. Non soltanto perché negli Stati Uniti, dove il digiuno maschile negli Slam dura ormai da oltre vent'anni, ogni ragazzo appena promettente viene subito caricato di responsabilità forse eccessive. Ma perché Fritz sembrava davvero avere tutto. Figlio di due tennisti - mamma Kathy May è stata numero 10 del mondo, papà Guy ha giocato e poi allenato - è cresciuto con la racchetta in mano, ha vinto lo Us Open junior nel 2015 e ha chiuso quella stagione da numero uno mondiale Under 18. Pochi mesi più tardi era già in finale nel circuito maggiore, a Memphis, al terzo torneo Atp della carriera. Sembrava l'inizio di una scalata inevitabile.

Fritz vince, ma non è mai abbastanza. Serve un ultimo passo

La scalata c'è stata, ma meno rapida e soprattutto meno importante di quanto si immaginasse. Fritz ha costruito la propria carriera un gradino alla volta, migliorando il rovescio, gli spostamenti e la tenuta negli scambi, fino a diventare molto più di quel ragazzone americano con servizio e diritto. Oggi è un giocatore completo, capace di reggere da fondo, di difendersi meglio di quanto suggeriscano i suoi 196 centimetri e di adattarsi anche all'erba e alla terra. Non ha più alibi tecnici evidenti. Ed è proprio questo, paradossalmente, a rendere più severo il giudizio.

Perché quando il livello si alza davvero, quando dall'altra parte ci sono Sinner, Alcaraz, Djokovic o comunque uno di quelli abituati a prendersi le partite più importanti, Fritz continua troppo spesso a sembrare l'ospite d'onore. Sta bene in fotografia, fa la sua figura, magari strappa un set e per un'ora e qualcosa lascia pensare che possa succedere qualcosa. Poi però il match gira e lui resta un passo indietro. È accaduto nella finale dello Us Open contro Sinner, persa senza mai dare davvero la sensazione di poter cambiare il copione. È accaduto alle Nitto ATP Finals dello stesso anno, altra finale prestigiosa e altra sconfitta contro l'italiano. Due occasioni, due conferme del suo valore, ma anche due porte rimaste chiuse.

Fritz vince, ma non è mai abbastanza. Serve un ultimo passo

Nel frattempo è diventato il punto di riferimento della generazione statunitense, davanti (o accanto) a Tiafoe, Paul, Shelton e agli altri che hanno provato a raccogliere l'eredità di Andy Roddick. Ha conquistato anche un bronzo olimpico in doppio con Tommy Paul, risultato prezioso ma laterale rispetto alla missione principale: riportare un americano sul trono di uno Slam.

Washington, allora, può essere letto in due modi. Il primo è positivo: vincere non è mai scontato, farlo in casa ancora meno, e un titolo 500 può restituire fiducia in vista della parte di stagione che conta di più per un americano. Fritz ha raggiunto quota 11, ha interrotto il digiuno del 2026 e si è rimesso in moto proprio alla vigilia dei grandi appuntamenti sul cemento nordamericano. Il secondo modo, però, è meno indulgente: a 28 anni non può più bastargli collezionare tornei intermedi per difendere il proprio posto tra i migliori.

Il tempo non è finito, ma non è nemmeno infinito. Fritz è nel pieno della maturità, ha esperienza, continuità, un fisico che regge e un tennis che non dipende da magie occasionali. Possiede tutto ciò che serve per vincere ancora molto. La domanda, però, non è quante altre volte alzerà un trofeo di un 250 o un 500. La domanda è se riuscirà almeno una volta a battere tutti, proprio quando tutto il mondo lo guarda. Se riuscirà a fare l'ultimo passo che conta per essere ricordato da una società, quella a stelle e strisce, dove chi arriva secondo è semplicemente uno che non ce l'ha fatta.

Fritz vince, ma non è mai abbastanza. Serve un ultimo passo

Loading...

Altri articoli che potrebbero piacerti