Chiudi
"Da un lungo periodo - spiega il ligure - sto provando a cambiare molto nel mio modo di essere e lo sto facendo tanto grazie al mio coach, ma anche grazie alla mia ragazza e ai miei genitori. Sto lavorando molto anche al di fuori del campo e credo che questa settimana sia una conseguenza di quello che sto facendo fuori dal tennis"
25 ottobre 2026
Filippo Romano aveva già capito di poterci stare, a livello Challenger. Gli mancava ancora la prova più importante: vincerne uno. È arrivata a Firenze, sulla terra battuta del Match Ball Country Club, al termine di una settimana che il 21enne di Sarzana difficilmente dimenticherà. In finale ha battuto Michele Ribecai 6-3 4-6 6-2, conquistando il primo titolo della carriera a questo livello, alla seconda finale disputata, dopo quella persa a marzo sul veloce indoor di Cherbourg contro Pavel Kotov. Un successo che lo proietterà intorno alla posizione numero 240 Atp, che è largamente il suo nuovo best ranking, e che soprattutto gli apre prospettive diverse per il finale di stagione.
"Posso dire - ha spiegato il ligure - che è stata una delle settimane più belle della mia vita. Anche perché non venivo da un buon periodo. Sono felicissimo, onestamente non avrei mai pensato di ottenere questo risultato e spero che sia soltanto l'inizio".
La finale ha raccontato bene anche uno dei temi sui quali Romano sta lavorando maggiormente. Il primo set sembrava avergli consegnato il controllo della partita, poi nel secondo è arrivato il momento nel quale la prospettiva di essere a pochi game dal primo titolo ha cominciato a pesare. Avanti di un break, Romano si è fatto riprendere da Ribecai, ha perso il parziale e nel terzo si è trovato nuovamente costretto a inseguire. La situazione ricordava da vicino la semifinale contro Sandro Kopp: anche allora aveva comandato, subito il ritorno dell'avversario e poi dovuto ricostruire tutto nel set decisivo. Contro l'austriaco era riuscito a vincere 20 degli ultimi 22 punti; in finale ha trovato una soluzione simile, tornando a giocare anziché pensare al traguardo.
"Non è stata sicuramente facile, è arrivata un po' di emozione. Era la mia prima finale sulla terra e c'era la possibilità di vincere un Challenger, che è qualcosa di molto difficile. Quando ero in vantaggio mi sono un po' destabilizzato, a maggior ragione dopo aver vinto il primo set. Poi, per fortuna, quando sono andato sotto di un break nel terzo sono riuscito a ritrovare me stesso e a capire che alla fine era soltanto una partita di tennis: dovevo giocarla e, comunque fosse andata, non dovevo avere rimpianti. Alla fine è andata bene".
Il titolo di Firenze arriva anche nel momento giusto. Perché la stagione di Romano non era stata lineare. La prima grande accelerazione era arrivata in marzo a Cherbourg: partito dalle qualificazioni, aveva vinto sei partite consecutive prima di arrendersi in finale a Kotov, allora giocatore abituato a ben altre zone della classifica. Quella settimana gli aveva fatto superare per la prima volta la barriera dei primi 400 e, soprattutto, gli aveva mostrato concretamente che il livello Challenger non era fuori portata.
"Il primo torneo che mi ha fatto capire davvero che potevo starci è stato proprio Cherbourg. Ero partito dalle qualificazioni, ero ancora intorno alla posizione 500-600 e sono arrivato fino alla finale. Quel torneo mi ha fatto capire che potevo giocare a quel livello, anche se non ero ancora così pronto per starci stabilmente. Ora penso che sia soprattutto una questione di mentalità, di abituarsi a essere a questo livello. Spero il prima possibile di riuscire ad andare ancora più su in classifica e a giocare su altri palcoscenici, però Cherbourg è stata un po' la svolta per capire che lì potevo starci".
Fra Cherbourg e Firenze, però, c'è stato anche un periodo più complicato. Un'estate con meno vittorie, poche settimane realmente positive e la necessità di continuare a lavorare quando i risultati non restituivano immediatamente ciò che veniva costruito ogni giorno. È proprio lì che Romano individua uno dei cambiamenti più importanti. Non tanto in un diritto, in un servizio o in qualche dettaglio tecnico, quanto nel modo di affrontare... se stesso.
Filippo Romano (Foto Fontana)
Al suo fianco c'è Gipo Arbino, per anni coach di Lorenzo Sonego e oggi tecnico di Romano. Un allenatore dall'impronta molto riconoscibile, per personalità e metodo, che sembra essersi incastrato particolarmente bene con il carattere del giovane ligure. Arbino è l'uomo che, secondo Filippo, sta provando soprattutto a spostare il limite della fiducia.
"Da un lungo periodo sto provando a cambiare molto nel mio modo di essere e lo sto facendo tanto grazie al mio coach, ma anche grazie alla mia ragazza e ai miei genitori. Sto lavorando molto anche al di fuori del campo e credo che questa settimana sia una conseguenza di quello che sto facendo fuori dal tennis".
Il rapporto con Arbino diventa ancora più importante proprio per una caratteristica che Romano non nasconde. "Gipo è molto particolare, però con me proprio questo suo lato mi aiuta tanto. È una persona molto sicura di sé, che alcune volte riesce a farti credere di essere molto più forte anche di quanto tu stesso pensi di essere. A me questa cosa ha aiutato molto, perché sono un ragazzo molto insicuro. La sua determinazione mi sta contagiando piano piano e mi ha dato tanto".
Firenze ha portato anche una scoperta tecnica. Romano ha sempre considerato le superfici rapide il territorio più naturale per il proprio tennis, e non è casuale che la prima finale Challenger fosse arrivata sul veloce indoor di Cherbourg. Prima di questa settimana, invece, lui stesso nutriva qualche dubbio sulla possibilità di essere altrettanto competitivo sulla terra. Gli altri glielo ripetevano da tempo mentre lui, semplicemente, ci credeva meno.
"Onestamente, tutti mi dicevano che avrei potuto giocare molto bene anche sulla terra e io ci ho sempre creduto poco. Questa è stata la settimana nella quale posso dire che avevano ragione loro, perché non avrei mai pensato di vincere il mio primo Challenger sul rosso. Mi dà tanta consapevolezza e tanta fiducia, perché mi fa capire di essere un giocatore completo e competitivo su tutte le superfici".
Il successo fiorentino cambia ora anche gli obiettivi immediati. Romano aveva iniziato l'anno lontanissimo dalla zona Slam; adesso, con il salto fino a circa numero 240, la prospettiva delle qualificazioni dell'Australian Open non è più un'idea astratta. Il margine resta da costruire nelle ultime settimane della stagione, ma il Challenger di Brest e gli altri appuntamenti sul veloce diventano improvvisamente occasioni per trasformare una speranza in un traguardo concreto.
Filippo Romano (Foto Fontana)
"Le qualificazioni dell'Australian Open erano un obiettivo e adesso sono sicuramente più vicine. Cercheremo di fare il meglio possibile nei tornei che rimangono. Se non sarà quest'anno, ci riproveremo l'anno prossimo. Però sì, ci si prova". Da Firenze Romano riparte dunque verso il cemento, superficie sulla quale aveva già costruito il risultato di Cherbourg e sulla quale sente di poter esprimere naturalmente il proprio tennis. "Sono contento di tornare sul duro e spero che in questo finale di stagione riesca a tirare fuori il meglio di me".
Nel suo programma continua a esserci anche il doppio, specialità nella quale nel 2026 ha già vinto un titolo Challenger a Cervia insieme a Francesco Forti. Per il momento, però, la priorità è chiara. "Adesso rimango concentrato soprattutto sul singolare. Fra qualche anno non lo so, vedremo: non chiudo nessuna porta. Se posso continuerò comunque a giocare anche il doppio, non voglio abbandonarlo del tutto. Dipenderà dagli impegni, dalla classifica e da come evolveranno le cose. Si vedrà in futuro".
Firenze gli lascia cinquanta punti, un nuovo best ranking e un trofeo. Ma probabilmente gli lascia soprattutto qualcosa che, per un ragazzo che si definisce insicuro, può valere ancora di più: una prova concreta da utilizzare la prossima volta che tornerà a dubitare di sé. Il livello Challenger non è più quello al quale provare ad arrivare. Adesso Romano sa di poter vincere.