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"Continuo comunque - spiega il serbo - a lavorare per migliorare. Durante la off season ho portato nel team persone diverse e abbiamo dedicato diverse settimane ad analizzare il mio gioco, quasi a smontarlo e ricostruirlo pezzo per pezzo. Credo che questo lavoro abbia dato i suoi frutti"
08 marzo 2026
Il ritorno in campo nel Tour non è mai banale, soprattutto dopo diverse settimane senza partite ufficiali. Lo sa bene Novak Djokovic, che al Indian Wells Open ha dovuto lottare prima di superare il polacco Kamil Majchrzak, conquistando così l’accesso al turno successivo del Masters 1000 californiano.
Per il serbo si trattava del primo match dopo l’Australian Open, e non sono mancate le difficoltà iniziali, come ha spiegato lui stesso al termine dell’incontro. "È bello essere tornato. Non giocavo una partita ufficiale da cinque settimane e sapevo che il primo match dopo una pausa così lunga sarebbe stato complicato. In più le condizioni qui a Indian Wells sono sempre particolari e quindi mi aspettavo una sfida impegnativa. Dopo aver perso il primo set sono riuscito a resettare subito mentalmente e nel secondo ho cambiato completamente atteggiamento. Da quel momento ho sentito di dover trovare il mio miglior tennis nei momenti più importanti, soprattutto all’inizio del terzo set, e credo di esserci riuscito. Sono contento di aver chiuso la partita nel modo in cui ho fatto".
Una vittoria arrivata grazie alla capacità di reagire e di restare aggrappato al match anche nei momenti più complicati. "Nel tennis puoi sempre scegliere se guardare le cose dal lato positivo o da quello negativo. Ovviamente ci sono aspetti su cui devo lavorare e migliorare, ma quello che mi è piaciuto di più è stato il modo in cui ho lottato e sono rimasto dentro la partita. Ho continuato a crederci e alla fine sono riuscito a trovare le soluzioni giuste. Adesso guardo già al prossimo match".
Guardando al futuro, invece, Djokovic non nasconde che tra gli obiettivi a lungo termine c’è anche la partecipazione ai Giochi di Los Angeles. "Sarebbe bellissimo riuscire a esserci. È uno degli obiettivi a lungo termine che ho in mente. Ovviamente la strada è ancora complicata e alla mia età ogni stagione sembra molto più lunga rispetto a quando sei più giovane. Però è sicuramente una delle motivazioni che mi spingono a continuare: fare tutto il possibile per arrivare ancora competitivo a quell’appuntamento".
In questa fase della carriera il serbo sta gestendo anche in modo diverso il proprio team tecnico. Dopo la fine della collaborazione con Goran Ivanisevic, Djokovic ha scelto per il momento di non avere un allenatore principale nel senso stretto del termine. "Al momento non ho qualcuno che posso definire il mio coach principale. Boris (Bosnjakovic, ndr) lavora con me come assistente e analista e sta ricoprendo anche un ruolo più vicino a quello dell’allenatore, ma in questa fase sento di avere già tutto ciò di cui ho bisogno. Non penso che adesso, in questo momento della mia carriera, sia il caso di iniziare un nuovo percorso con una persona completamente nuova e ripartire da zero per costruire un rapporto".
Ciò non significa però smettere di cercare nuovi stimoli. "Continuo comunque a lavorare per migliorare. Durante la off season ho portato nel team persone diverse e abbiamo dedicato diverse settimane ad analizzare il mio gioco, quasi a smontarlo e ricostruirlo pezzo per pezzo. Credo che questo lavoro abbia dato i suoi frutti: in Australia ho giocato un grande torneo, ho battuto Jannik Sinner in una maratona al quinto set e poi ho giocato una partita molto combattuta contro Carlos Alcaraz. Per me è stato importante capire che posso ancora battere questi ragazzi e competere al massimo livello".
Proprio parlando di Alcaraz, Djokovic ha ricordato cosa significa vivere una lunga striscia di vittorie consecutive come quella storica con cui lui stesso iniziò la stagione 2011. "Vincere quaranta partite di fila è qualcosa di estremamente impegnativo. Quando però sei dentro quella serie positiva è come cavalcare un’onda: non vuoi scendere, vuoi continuare a surfare il più a lungo possibile. La fiducia cresce partita dopo partita e ogni volta ti senti più forte. Ovviamente quando arriva la prima sconfitta quella sensazione si rompe un po’, ma finché continui a vincere hai la percezione di poter andare avanti ancora".
Durante la conferenza stampa Djokovic ha avuto anche parole di grande stima per Gael Monfils, che ha annunciato il ritiro dal tennis a fine stagione ed è uno dei pochi più vecchi di Nole nel circuito. "Gael merita tutti gli applausi possibili per quello che ha fatto nel tennis. È stato uno dei giocatori più forti atleticamente che abbia mai visto con una racchetta in mano e sicuramente uno dei più spettacolari. Credo che non ci sia nessuno a cui non piaccia guardarlo giocare, perché con lui non sai mai cosa aspettarti e questo ha sempre regalato tanto entusiasmo e tanti sorrisi al pubblico".
Ma non è solo il talento ad averlo reso speciale. "Al di là del campo, è una persona straordinaria. In vent’anni di circuito non ho mai visto qualcuno avere problemi o conflitti con lui. Questo dice tutto sul tipo di persona che è. Tutti i giocatori lo rispettano e gli vogliono bene. Spero che in ogni torneo di quest’ultima stagione riceva il supporto che merita e che possa salutare il tennis nel modo che sente più giusto per lui".
Infine, Djokovic ha raccontato anche cosa significa affrontare le maratone dei tornei dello Slam, cominciando con una battuta sulla possibilità che le donne facciano altrettanto: 'Non lo raccomando'. "Prepararsi per un torneo dello Slam è completamente diverso rispetto al resto della stagione. È quasi come prepararsi per un altro circuito, perché le partite possono durare quattro, cinque o anche sei ore. Io ho giocato la finale più lunga della storia degli Slam, quella contro Rafael Nadal all’Australian Open, durata quasi sei ore. Sono battaglie estremamente dure dal punto di vista fisico".
Una sfida che con il passare degli anni si fa ancora più impegnativa. "Nel 2012 recuperavo molto più velocemente rispetto a oggi dopo partite così lunghe. Negli Slam hai un giorno di riposo tra un match e l’altro, ma quando giochi quattro o cinque ore il corpo paga comunque un prezzo altissimo. Puoi anche riuscire a giocare bene nel turno successivo, ma più vai avanti nel torneo più senti la stanchezza accumularsi. Dal punto di vista mentale è difficile, ma soprattutto fisicamente è tutta un’altra storia rispetto a qualsiasi altro torneo del circuito".