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L’All England Club ha invitato nel tabellone principale il bulgaro, semifinalista nel 2014, e il tre volte campione Slam svizzero, alla sua ultima stagione nel circuito. Due carriere straordinarie e un rapporto con l’erba fatto di grandi giornate, occasioni sfumate e gesti tecnici senza tempo
16 giugno 2026
A Wimbledon la tradizione non è soltanto una cornice, ma uno dei criteri attraverso i quali si costruisce il torneo. Lo confermano le wild card assegnate a Grigor Dimitrov e Stan Wawrinka, due dei nomi più prestigiosi della prima lista di inviti annunciata dall’All England Club per l’edizione 2026. Le loro classifiche non avrebbero permesso l’ingresso diretto nel tabellone principale, ma entrambi incarnano perfettamente lo spirito delle wild card londinesi: riconoscere quanto fatto in passato sui prati di Church Road e offrire ancora spazio a giocatori capaci di aggiungere qualità, fascino e memoria al torneo.
Per Wawrinka, che ha annunciato il ritiro al termine della stagione, sarà soprattutto un ultimo appuntamento con l’unico Slam che non è riuscito a conquistare. Lo svizzero ha vinto l’Australian Open nel 2014, il Roland Garros nel 2015 e gli US Open nel 2016, superando ogni volta il numero uno del mondo lungo il cammino verso il titolo. A Wimbledon, invece, il suo tennis di potenza ha trovato soddisfazioni importanti, senza mai arrivare fino alle giornate decisive.
Il suo miglior risultato rimangono i quarti di finale raggiunti consecutivamente nel 2014 e nel 2015. Nella prima occasione fu sconfitto da Roger Federer in quattro set, dopo aver conquistato la frazione iniziale. Dodici mesi più tardi si fermò contro Richard Gasquet al termine di una battaglia di oltre tre ore e mezza, chiusa dal francese per 11-9 al quinto set. Una delle tante partite nelle quali il rovescio a una mano di Stan ha trovato sull’erba un palcoscenico naturale, anche se la superficie non è mai stata quella più congeniale al suo modo di costruire il punto.
Wawrinka del resto non lo ha mai nascosto. "Devo apportare alcuni aggiustamenti rispetto alla terra battuta, ma so di poter giocare bene qui", spiegò alla vigilia della stagione londinese di qualche anno fa. Parlando del Queen’s, di Wimbledon e dell’atmosfera del tennis britannico aggiunse: "Londra è un posto bellissimo e, soprattutto quando c’è il sole, il tennis sull’erba è semplicemente perfetto".
Nonostante i tre titoli major, lo svizzero ha sempre mantenuto aspettative prudenti nei confronti di Wimbledon. "Vincere il torneo è un obiettivo troppo lontano perché possa parlarne", disse nella stessa intervista, quando era ancora tra i top player. Non si trattava di rassegnazione, ma del realismo di un campione consapevole delle difficoltà richieste da una superficie sulla quale il tempo per preparare il colpo si riduce e ogni esitazione viene amplificata. Una superficie su cui il suo rovescio diventava meno letale. Se la wild card di Wawrinka ha il sapore di un omaggio alla carriera, quella destinata a Dimitrov rappresenta anche una sorta di risarcimento sportivo. Il bulgaro ha vissuto proprio a Wimbledon uno dei momenti più belli e uno dei più crudeli della sua storia agonistica.
Nel 2014 arrivò a Londra dopo aver conquistato il titolo del Queen’s, battendo Feliciano Lopez in una finale decisa da tre tie-break. Pochi giorni più tardi raggiunse la sua prima semifinale Slam: nei quarti superò in tre set il campione in carica Andy Murray, interrompendo una serie di 11 vittorie consecutive dello scozzese sui prati dell’All England Club, prima di arrendersi in quattro frazioni a Novak Djokovic, futuro vincitore del torneo. Fu la stagione che consacrò definitivamente Dimitrov ai vertici del tennis mondiale. Ma il suo legame con Wimbledon era cominciato già molto prima. Nel 2008 aveva vinto il torneo juniores e, grazie a quel successo, aveva poi ricevuto una wild card per il tabellone dei grandi. "Vincere da junior, arrivare in semifinale nel 2014, perdere contro Novak: a Wimbledon ci sono tantissimi momenti che continuo a ricordare", ha raccontato.
Per Dimitrov, Church Road è soprattutto un luogo speciale. "Quando entri e metti piede lì senti di trovarti in un posto diverso - ha spiegato - perché lì c'è la tradizione, prima di tutto. In un certo senso è dove il tennis è cominciato. Sono riusciti a conservarlo come un luogo sacro, una sorta di Mecca del nostro sport".
Dodici mesi fa il bulgaro sembrava pronto a scrivere un altro capitolo importante. Negli ottavi di finale dell’edizione 2025 conduceva per due set a zero contro Jannik Sinner, quando un infortunio al muscolo pettorale destro lo costrinse al ritiro sul 2-2 del terzo set. Dimitrov lasciò il campo in lacrime, mentre l’azzurro lo aiutava a raccogliere le racchette: una delle immagini più dolorose e intense dell’intero torneo. Quello era stato il suo quinto ritiro consecutivo in un Major per problemi fisici. Il talento, però, non è mai stato in discussione. Servizio vario e imprevedibile, rovescio coperto e in back, capacità di muoversi in avanti e sensibilità nei pressi della rete continuano a rendere il suo gioco particolarmente adatto all’erba.
Wawrinka e Dimitrov appartengono a una generazione che ha dovuto convivere con Federer, Nadal, Djokovic e Murray, riuscendo comunque a costruire carriere eccezionali. Wimbledon ha scelto di concedere loro un’altra possibilità. Per Stan sarà l’ultima. Per Grigor, forse, l’occasione di riprendere una storia che l’erba londinese aveva interrotto sul più bello.